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Associazione Culturale - Torino
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Fino alla fine del mondo
Gianluca Delmastro
Site Admin

Iscritto: 30 Lug 2008
Messaggi: 19
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La versione presentata è quella originale (quasi cinque ore), quella lunga uscita solamente in DVD, per la conservazione della quale il regista ha escogitato espedienti siccome aveva dovuto cedere con i distributori per la versione cinematografica (poco più che la metà).
Il maggior rammarico era quello di deturpare le musiche, perché tutti gli autori avevano composto espressamente per Wenders, che aveva dato come indicazione comune l’immaginare (nel 1990) che l’ambientazione del film sarebbe stata dieci anni dopo.
Il film è proposto in un cofanetto e suddiviso in tre dischi, così ho pensato di proporlo in tre serate.
In questa storia infinita è difficile reperire una trama ed anche le tre puntate hanno ritmi differenti.
Nella prima sembra che il film possa essere la storia di Clare Tourneur, tanto da indurre un critico cinematografico a definire Fino alla fine del mondo come una nuova Odissea dove Penelope non è più a Itaca in attesa di Ulisse, ma va in cerca di lui (San Farber) intorno al mondo.
Il ritmo e le musiche sono serrate e sincopate, suggerendo questa rincorsa che deve continuamente zigzagare. I personaggi e le ambientazioni sono tutte un po’ folli.
Nella seconda c’è un rallentamento, una sospensione, la visione si concentra sugli sconfinati paesaggi.
Nella terza c’è una storia d’amore dello scienziato Henry Farber per la moglie Edith resa avvincente (come sottolinea anche Wenders) dalla bravura degli attori, così come non era accaduto con Clare e Trevor perché tra gli attori c’era incompatibilità.
C’è una storia fantascientifica che dice del timore di Wenders per una possibile fine che potrebbe portare l’estremismo di una visione fissata (arrivare a registrare e riprodurre i sogni!) rispetto appunto al cinema come motion, come viaggio.
C’è il deserto e gli aborigeni australiani che hanno dato l’input a Wenders di arrivare fino alla fine del mondo, dove cioè il tempo sembra essersi fermato, ma dove occorre ritornare perché quella che riaffiora nella sua essenzialità è la questione del racconto. Un detto delle tribù australi citato nel film è appunto: “La terra è come la Bibbia, se non la si narra essa morrà e noi con essa”.
Eugene Fitzpatrick, il marito di Clare, che nella prima parte del film si era rimesso a scrivere perché Clare lo aveva lasciato dopo la scappatella di lui con la migliore amica di lei, per elaborare il lutto era ricorso alla solitudine, alla preghiera e alla scrittura. Nell’ultima parte trova l’essenzialità del suo personaggio, cioè l’ennesimo Omero, lo scrittore e narratore, e permette a Wenders di riservare un esplicito e importante elogio al “racconto”, come dimensione essenziale per gli umani: così Eugene “Io credevo nelle parole e nel potere di guarigione del narrare storie”.
Lo trovai eccezionale per le affinità con quello che si andava elaborando in Associazione.
L’apertura dei film di Wim Wenders manifestò quella volta la sua efficacia non tanto nel suggerirmi nuove elaborazioni teoriche ma nello stimolarmi al fare e quindi ad organizzare questo cineforum per rendere omaggio a mio modo alla psicanalisi e quindi al racconto.
Dalla sala, durante i commenti post film, più di una volta è emerso che ciascuno poteva trovare proprie questioni durante la visione di queste pellicole: questo forum on-line appunto perché ciascuno (chi era in sala, ma anche chi ha visto il film in altre sedi o chi trova suggestioni da questi commenti), dopo la riservatezza e il raccoglimento della scrittura, dopo che il lavoro della scrittura abbia apportato la desoggettivizzazione allo scritto, l’occasione di pubblicazione, e proseguire in quello che è l’unico spazio (in quanto non spazio), l’unica cosa condivisibile per gli umani in quanto esseri parlanti, cioè la dimensione ed il viaggio intellettuale.
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Il tramonto del "tutto"
Gabriele Lodari


Iscritto: 02 Ago 2008
Messaggi: 5
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In Fino alla fine del mondo la catastrofe nucleare vuole soprattutto alludere, a me pare, alla fine del tutto (l’universale su cui si sostiene il discorso occidentale) ed elevare alla dignità che a lungo le è stata negata, la parte. Come l’immagine, a partire dal mito della caverna di Platone, anche la parte ha sempre destato l’orrore della ratio e parrebbe non esservi altra vicenda ed altro destino che quello (ironico o sarcastico alla Wenders) di una sorta di violenta implosione per vederla definitivamente svanire, questa ragione. E il fungo atomico è dunque il simbolo del tramonto del tutto, dell’universale. Non resteranno, ora, che parti, sia pure disperse, le quali potranno forse essere rivalutate risorgendo come la fenice dalla propria cenere. Quasi fossero ancora brandelli di desiderio nel racconto interminabile.
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Il sogno non può essere copiato
Gabriele Lodari


Iscritto: 02 Ago 2008
Messaggi: 5
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Fino alla fine del mondo
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