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Gianluca Delmastro
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| Iscritto: 30 Lug 2008 |
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Inviato: Mer Nov 18, 2009 9:50 am |
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Il racconto è di Tommaso Landolfi, si intitola Ombre, e fa parte del libro Le più belle pagine, una raccolta di suoi scritti curata da Italo Calvino.
Brevemente: siamo di notte in una casa signorile di provincia, dove il conte padrone di casa ha organizzato con amici e parenti uno scherzo per un barone, cioè fargli credere che la casa sia infestata da fantasmi. Il tutto accompagnato da colpi di pistole caricati a salve, che invece il barone crede vere ma inefficaci per atterrare lenzuola svolazzanti con cui i burloni si mascherano da fantasmi.
Un ladro, vedendo appunto un fantasma su un albero del parco, si avvicina a curiosare ed intuisce subito la tresca; pensa che la situazione sia ideale perché lui possa introdursi inosservato, o meglio mascherato anch’esso da fantasma, e quindi possa operare tranquillamente un lauto furto.
Incontra però due fantasmi appartati, li ascolta incuriosito: lui dichiara il suo amore a lei che sulle prime afferma invece di non ricambiarlo; poi però si dichiara anch’essa, ma lo avverte che il loro amore non potrà essere consumato perché altrimenti lei sarà costretta ad ucciderlo, in quanto non può non obbedire ad una legge che ben si dice in questa frase “ Perché nessuno possa dire di avermi avuto ”.
[Appuntiamoci qua un interessante interrogativo che andrebbe comunque indagato e che parte da un’altra frase della pericolosa donna “ Ti amo più di me stessa, ma non più…”: cosa intende? Forse il padre?…ma proseguiamo…]
Dopo una mezz’oretta si sente un urlo, ed è ovviamente dovuto al ritrovamento del corpo dell’innamorato, trovato morto sparato, riverso sul fondo della scala recante alle cantine.
Ombre è un racconto bellissimo, che ti fa calare in presa diretta con gli avvenimenti; è un racconto che ti fa dire che la vita è più vera nella letteratura perché la relazione è con l’Altro, a cui non importa la veridicità, anzi esige la non cronaca, il non resoconto dei fatti.
Può accadere (soprattutto ad un discorso ossessivo) di essere sotto lo sguardo inquisitore, sempre pronto ad incolparlo se non dice la verità; e questo lo porta all’afasia, perché diventa difficile sostenere l’impossibilità di un resoconto veritiero.
La difficoltà che prova è dovuta al logorio della resistenza che aggiunge metonimicamente significanti alla parata dei significanti, tenuti e conservati sempre in ordine e sotto controllo.
Il resoconto è appunto non rimuovere alcun significante, non dimenticarlo perché possa funzionare come nome nella rimozione, è trasmettere in copia fedele la collezione dei significanti, trasmetterla tutta, integra ed integrale.
Il resoconto e la resa dei conti dove l’ossessivo è sempre in debito, perché non ha detto tutti i significanti, perché ne ha dimenticato uno.
La funzione di zero, la funzione di nome è abolita, non è presa nella rimozione, non è artefice della rimozione. L’ossessivo non riesce a rimuovere, non riesce a cambiare discorso, è appunto ossessionato ed ossessionante.
Non riesce ad articolare, non riesce ad elaborare, proclama senza nominare.
O sogna (ad occhi aperti), o dice immaginando di dire le cose come stanno.
Il tempo o è presente, o è passato, o è futuro; quando invece è la parola, l’esperienza ad essere tripartita, non il tempo; il tempo, cioè il ritmo dell’Altro, necessario alla simultaneità di racconto e sogno.
Di fronte ad un lutto, e quindi rispetto all’incapacità di elaborazione e di rimozione, rimuove senza dimenticare; inondato di improvvisa lucidità, di inaspettate energie, trova la forza per spostare la pietra e metterla sopra l’accaduto. Ma così procede ricordando, perché ogni ricordo è ricordo di copertura.
Non accedendo alla rimozione come virtù della parola in atto, teme di non ricordare, è terrorizzato al punto da impazzire, non ha fiducia nelle facoltà della parola e quindi non si fida di nessuno.
Immaginiamo che il ladro delle Ombre sia tendenzialmente ossessivo, quindi se si lascia andare alla ventura ecco a cosa approda: all’impossibilità di narrare fedelmente un fatto, non gli crederebbero, paradossalmente il delitto perfetto è quello non premeditato, non gli rimane che narrarlo, non gli rimane che rivolgersi alla scrittura.
La bellezza, la verità, per essere sentita come tale, necessità del dispositivo intellettuale, del dispositivo di scrittura: cosa importa del colpevole? Che è più biasimevole? I fantasmi burloni? La zitella assassina e la sua pazzia? Il ladro che non denuncia il fatto perché non gli crederebbero?
Cosa importa di tutto ciò rispetto alla fantasia, alla novità, all’apertura del racconto che il ladro ci ha regalato? Che Landolfi e il suo azzardo ci ha regalato.
Così chiude il ladro, l’io narrante del racconto: “ E’ vero che ora sapete anche voi. Ma tanto tempo è passato, e non credo ci sia da temere qualche civico slancio. Già, chissà come è andata a finire quella gente. Alcuni saranno anche morti. Soltanto di Marta ho saputo per caso che è una vecchia e aristocratica zitella e bada alla sua proprietà. Ella vive tuttora in quella casa, ma sola.
E con ciò basta. Più su mi sono persino messo a fare il poeta: è tempo di tornare al lavoro. ”.
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