Inibizione nel sogno e prestazioni straordinarie

Seminario del 4.9.2008

Il vostro corpo è quasi immobile, abbandonato nel sonno. I neurofisiologi vi spiegheranno che c’è una fase chiamata REM, caratterizzata da movimenti rapidi degli occhi sotto le palpebre, da eccitazioni motorie più o meno intense oltre che da onde cerebrali tipiche e perfettamente registrabili, che verosimilmente è quella in cui si svolgono i vostri sogni. Queste rilevazioni sono certamente inconfutabili. C’è però il rischio che questo modo di affrontare il mondo onirico si riveli viziato dal logos, corrispondente alla certezza che deriva particolarmente dalle osservazioni scientifiche. La scienza ha una propria logica che indubitabilmente sfocia in operazioni che possono mutare profondamente il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo, essa è operativa e si fonda su una logica che nondimeno richiede per potersi sostenere di un’esclusione, essa esige il terzo escluso. Quel terzo escluso che invece il sogno (e la vita nel nostro viaggio) s’incarica incessantemente di rappresentare.

Il segreto per comprendere qualcosa intorno alla stranezza di un sogno? Non può che risolversi nel discutere e nel definire l’inconsistenza delle nostre credenze riguardanti la veglia. Se noi consideriamo il sogno e pretendiamo di comprenderlo alla stregua di come trattiamo le nostre convinzioni della veglia, esso non può che sfuggirci. Qualsiasi sogno non esaudisce mai pienamente il nostro desiderio della veglia. Che ne è infatti dell’incubo e, in generale, dei sogni che riconosciamo sgradevoli? E’ noto come a Freud sia bastato aggiungere un semplice aggettivo, “inconscio” o “altro”, per render conto di quella che potrebbe sembrare una deficienza strutturale del sogno. Ricordiamo la sua formula; i sogni sono l’appagamento dei nostri desideri “inconsci” della veglia. Qual è dunque l’importanza di questa altra soddisfazione?

Noi interpretiamo i sogni come se questi dovessero presentarsi come rappresentazione di ciò che ci manca. Ma per il nostro viaggio nella vita non è assolutamente importante ciò che ci manca; è importante ciò di cui abbiamo bisogno. E qual è la differenza fra ciò che ci manca e ciò di cui abbiamo bisogno? Noi annaspiamo solitamente nella vita dibattendoci nella credenza che ci manchi qualcosa, l’automobile, la fama, il compagno o la compagna, i soldi, la fortuna e, riassumendo, noi siamo sempre proiettati verso l’avvenire; pertanto l’oggetto di cui asseriamo di mancare è sempre bollato dall’ideale. E’ ciò che lo fa sostanza o cosa. In definitiva, la credenza in quello che ci manca non è che la credenza nell’avvenire. Ma per il nostro viaggio nella vita non è questo, davvero, l’importante. L’importante per la nostra vita (e il sogno è proprio questo che esso ci rivela e che tenta d’imporci) è il gerundio, il superfluo. Dicevamo l’ultima volta, l’aggettivo. Non il sostantivo.

Per questo, nei sogni, la soddisfazione appare quasi sempre problematica o precaria, come se, in effetti, nel racconto di un sogno l’importante non fosse l’appagamento conclusivo, la riuscita, la realizzazione o il fine da raggiungere, quanto la modalità interminabile, varia e contingente di questo nostro dibatterci nel racconto. Dove, come abbiamo indicato, l’importante è piuttosto il rilancio dell’ossimoro: bene-male, fino a quello piacere-dispiacere i cui termini non si danno pertanto come opposti inconciliabili.

Quando Freud definisce il sogno come appagamento di desiderio forza dunque un poco le cose. E’ come volesse ancora riportare il sogno e la ragione dell’Altro (che non è infine che l’esercizio nell’invenzione incessante del superfluo) alla ragione della veglia, vale a dire nella condizione in cui tendiamo a sperimentare la veglia come ragione ideologica dell’appagamento di quanto ci manca, e non piuttosto, come dovremmo, quale viaggio nel sogno e nel racconto.

La paralisi nel sogno esprime soprattutto questo impossibile o difficile accesso al superfluo, alla parola originaria. L’angoscia o la paura è ciò di cui abbiamo veramente bisogno, è l’imporsi di questo oggetto, ma in quanto caratterizzato per la sua mancanza. Noi abbiamo bisogno di ciò di cui abbiamo paura, e la paura ne è propriamente l’indice o il segnale. Non la paura di questo o di quello, ma l’angoscia. All’altro estremo, il miracolo, l’accadimento, la prova sonnambulica, ovvero l’acrobazia, che non è che l’espressione nel sogno della possibile invenzione e della trovata, l’indicazione che stiamo per imboccare la nostra strada, che ci stiamo avviando nel giusto racconto. La nostra vita dovrebbe essere autentica e, per essere tale, dovrebbe unicamente svolgersi nel miracolo e nell’accadimento. Soltanto questa è vita autentica. Ed è quanto il sogno è in grado di suggerire. Ed è ancora per questo motivo che l’interpretazione di un sogno finisce soltanto per essere un modo per contrastarlo. L’interpretazione è sempre contro il sogno poiché tende a suggerire il canone, il che cosa, la sostanza cui sogno potrebbe infine rinviare, rendendo infecondo il compito salutare che esso svolge di sollecitare alla parola autentica, alla cifra, all’ossimoro.

approssimazione, è ciò di cui abbiamo paura – paura estrema, però, non questa o quella paura (La medicina e il programma di vita, SR 28, 96).

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