Il simbolismo sessuale nel sogno
Seminario del 11.09.2008
Nell’affrontare il tema del simbolismo del sogno, Freud procede molto cautamente e in modo decisamente pragmatico, a differenza di quanto faranno gli allievi, Jones e particolarmente Jung il quale darà per acquisita la tesi dell’universalismo pregiudiziale del simbolo, che avvalora la credenza nel sostanzialismo, richiamando inevitabilmente l’idea di una derivazione biologica comune, una causa organica universale e soggiacente quale unica spiegazione dei sogni, pur se filtrata dall’ipotesi di un residuo collettivo storicamente sedimentato nella specie umana.
Vale la pena di precisare che il dissidio teorico fra Freud e Jung, anche se ha come inevitabile corollario la contesa sulla concezione della libido, è piuttosto da ascrivere a una concezione differente del segno linguistico e dell’uomo. Fin dall’inizio la controversia sembra avere connotati linguistici comportando una diversa concezione del segno. E’ noto come la nozione di archetipo corrisponda a una varietà indeterminata, collettiva e immutabile, di immagini primordiali (l’immagine considerata, dunque, originaria rispetto alla parola) intese come forme a priori kantiane che concorrono, quasi scaturendo da un serbatoio originario dell’immaginazione, alla formazione dei simboli. Questa funzione immaginaria trascendente proietta l’individuo al di fuori di sé sul piano di un inconscio collettivo (anch’esso dunque concepito originario). Una tale concezione, da noi ampiamente già criticata, caratterizza precisamente la credenza gnostica per la quale il primato della parola è rimesso nelle braccia della conoscenza o del logos. Ne consegue una posizione anche mistica che, se pur genericamente aperta a speculazioni teoriche che la sottraggono al riduzionismo radicale, si converte puntualmente nel dualismo gnostico e – malgrado le intenzioni – affatto occidentale, di bene e male contrapposti, corpo e anima, materia e spirito, e così via.
Metodologicamente agli antipodi la posizione di Freud. Riprendendo questo tema, nei capitoli delle sue Lezioni introduttive alla psicoanalisi dedicati al sogno nel 1915, poco dopo la definitiva rottura con Jung, Freud imposta questa indagine, che potremmo definire degli universali, in modo pragmatico osservando che una deroga all’interpretazione dei sogni basati sulla libera associazione potrebbe giungere da un fatto di esperienza: “quando con l’esperienza si è raccolto un numero sufficiente di sostituzioni costanti, a un bel momento ci si accorge che avremmo potuto ricavare questi pezzi d’interpretazione del sogno dalle nostre conoscenze e che in realtà essi potevano essere compresi senza le osservazioni del sognatore” (vol 8 delle Opere, Edizioni Boringhieri, pag 322).
Epperò quasi subito, pure non rinnegandolo, introduce una forte ipoteca al simbolismo universale del sogno osservando che “l’interpretazione basata sulla conoscenza dei simboli non è una tecnica che possa sostituire quella associativa o competere con essa” (pag 323). E’ dunque una scelta di campo che riflette una posizione teorica ben più fondamentale e una nuova concezione, sia pure non esplicitata, del segno linguistico che già vi traspare. Quale significato linguistico infatti attribuire – potremmo fin d’ora interrogarci – al privilegio accordato alla libera associazione a scapito della corrispondenza pre-stabilita e necessariamente canonica inerente a un simbolismo universale, nell’accesso al sogno?
La nuova concezione, lo sappiamo, anche perché la strada è stata tracciata da Lacan, è quella del rovesciamento del segno saussuriano, con il primato accordato al significante sul significato. Comunque lo si voglia intendere, il significato ritenuto già scritto (nei meandri della biologia cellulare ovvero nell’archeologia di ciascun sognatore) non è che un effetto, anch’esso, come lo sono tutti i significati e come lo è il bagaglio di tutte le nostre credenze universali.
La regola della libera associazione (dire ciò che passa per la mente) la si deve intendere proprio come una sospensione da qualsiasi significato già stabilito e l’affidarsi al puro significante, cioè alle virtù della parola nel fare emergere un mondo che non è mai dato. Che il mondo emerga per un lapsus e come un lapsus è la grandezza della scoperta freudiana. E questo è il primo passo.
Poco oltre Freud ci presenta un cospicuo catalogo di tali simboli universali, con la premessa tuttavia che: “l’essenza della relazione simbolica è un paragone, ma non un paragone qualsiasi. Intuiamo che esso è soggetto a un particolare condizionamento, ma non sappiamo dire in che cosa consista”. “Una relazione simbolica è una comparazione di tipo tutto particolare, il cui fondamento non è stato da noi colto chiaramente. Forse più avanti emergerà qualche indicazione su questo elemento sconosciuto”.
Anzitutto “l’ambito delle cose che trovano espressione simbolica nel sogno non è grande: il corpo umano nel suo insieme, i genitori, i figli, i fratelli, la nascita, la morte, la nudità ed altro ancora”. L’altro ancora è l’allusione alla sfera della sessualità per affrontare la quale occorrerà qualche preliminare osservazione che Freud si ripromette di fare. “La figura umana nel suo insieme è oggetto di un’unica raffigurazione tipica ossia regolare, che è la casa”.
Qualche osservazione su questo punto non guasta: se poniamo la parola originaria è ben difficile isolare un polo della relazione simbolica come originario sull’altro. E’ il corpo umano simbolo della casa o è la casa ad essere simbolo del corpo umano? Qui i piani si confondono e tali, ossia indistinti, occorre che li pensiamo quando compaiono nelle immagini dei nostri sogni. Il significato non precede il significante, come s’è detto, ma anche per affermare il primato del significante occorre una dimensione pragmatica che è propriamente quella della parola in azione, cioè quella della catacresi (metafora e metonimia per Lacan che, seguendo Jackobson, traspone con questi termini linguistici la condensazione e lo spostamento freudiani).
Sono catacresi il braccio del fiume, una curva a gomito, l’occhio del ciclone, la mano della legge, la gamba del tavolo e molte altre figure in cui troviamo combinati elementi corporei con elementi per così dire esterni. Se, come crediamo, la catacresi è proprio originaria in quanto intrinsecamente espressione dell’Altro, possiamo facilmente intuire che la distinzione fra ciò che è il corpo, o interno al corpo, e ciò che invece se ne starebbe fuori di esso nel campo percettivo, non è per nulla originaria ed è proprio una tale surrettizia distinzione che il sogno non può e non vuole riconoscere. Si potrebbe obiettare che non tutte le espressioni da noi adoperate quotidianamente sono delle catacresi, anzi che la stragrande maggioranza non ha certo l’aria di essere tale. Ma, a ben vedere, anche un enunciato in apparenza semplice e lineare come “sto leggendo un libro” è anch’esso riconducibile a una catacresi anche se non parrebbe contenere esplicitamente nulla del genere di una metafora. Chi è questo io che legge un libro e, d’altra parte, che cos’è un libro? Occorrono uno spostamento e una sostituzione infinita e inesauribile per spiegare qualsiasi proposizione anche banale della lingua. Un libro non è mai un libro come una pipa non è mai una pipa, proprio come un braccio non è mai un braccio nella catacresi il braccio del fiume.
Non possiamo derogare da questa osservazione ancor più di fronte al simbolismo del sogno. Forse per accorgerci proprio che, mentre nel parlare comune ci si trova confrontati con la catacresi intesa nella sua accezione più ampia (che tra l’altro non è quella di metafora abusata, ma quella di metafora inusuale) nel sogno abbiamo piuttosto a che fare proprio con la seconda accezione comune, precisamente quella di metafora abusata, ovvero catacresi consolidata o raggelata. Dunque, l’invenzione del sogno si esprime nel simbolismo onirico con una serie di immagini prese a prestito dal patrimonio della lingua e non dall’osservazione del mondo circostante. D’altra parte il mondo cosiddetto circostante non è, per il parlante, che un’estensione della parola con cui ad esso si rapporta, ivi compreso il suo corpo che non esiste per nulla separato fin dall’origine. E il primo ad averlo appuntato è stato Vico.
L’interrogativo fondamentale, quando siamo confrontati con l’enigma che ci pone il simbolismo del sogno, riguarda la dimensione temporale. C’è all’opera, nel produrre le immagini simboliche che nel sogno ricorrono, una ragione altra che ci sovrasta e che occorre interpretare; c’è un gioco d’invenzioni che rende quasi zimbello il sognatore, c’è l’intervento di una ragione che ingegnosamente parrebbe far cadere la sua scelta scorrendo quasi un catalogo delle immagini prestampato. Ma queste immagini sono prima di tutto dei nomi. E il nome non sopravviene dal tempo lineare. Non è prima il significato del significante, nessuna sostanza entificata già presente. Così sperimentiamo ideologicamente il mondo nel logos della veglia. Ma neppure è semplicemente il significante a trascinare il significato, o meglio questa seconda opzione, così come a noi può accadere di percepirla e sperimentarla nella veglia, è l’effetto della dimensione pragmatica della parola originaria in azione. La catacresi è fuori del tempo ed è ciò per cui il nostro corpo può essere, simultaneamente, fuori e dentro il tempo. La catacresi comune o scontata è quella che invece ci fa credere di vivere in un tempo che scorre dal passato al presente al futuro.
Il simbolismo onirico ci confronta con la necessità sorprendente di costatare che l’invenzione del volo in qualche modo precede e sovrasta il pensiero di volare. Così è il sogno in rapporto alla veglia. Anche quelli che sembrano simboli storicamente sedimentati e consolidati, nella storia dell’individuo e dell’umanità, sono simboli a-temporali e precedono la linearità con cui abbiamo appreso ad adoperarli nel comunicare.
La veglia sarebbe dunque nient’altro che la rappresentazione del sogno? Rappresentazione di una rappresentazione. C’è poco da fare, il nostro vizio umano consiste nel fatto di credere al presente. Perché mai un essere umano, una particella, ciò che vedo, dovrebbe essere presente? Il vizio umano è quello della rappresentazione su cui si fonda qualsiasi credenza nell’oggettività del mondo. Ma nessuno è presente, nessuna cosa è mai presente. Il fatto di non essere presenti è l’opportunità dell’umano, anche se ciò sembra un po’ folle. Non essere presente, essere nell’intervallo, rispettare l’Altro, è la condizione per relazionarsi con ciascuno. Non la rappresentazione o la riduzione al presente.


Gianluca Delmastro:
Metafora, metonimia, catacresi.
Una piccola ricerca su questi tre termini porta a precisare che sono figure retoriche, cioè, come riporta una definizione: qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto sonoro o di significato. L’identificazione e la catalogazione delle figure ha creato fin dall’antichità problemi di base agli studiosi di retorica.
Innanzitutto si ribadisce anche in questo campo l’impossibilità di classificare ed identificare, che i discorsi sono infiniti, cioè che ogni discorso è singolare.
Ritorna di primo acchito ciò che accadeva a Charcot, con le sintomatologie che si confondevano l’una con l’altra, sia perché le malattie avevano sintomi in comune, ma anche perché ogni malattia non era ontologizzabile, non manifestava sempre gli stessi sintomi. Di conseguenza il chiedersi come fare a differenziare una malattia dall’altra e quindi proporre per ciascuna la cura, ma soprattutto: quando si parla di malattia di cosa si sta parlando?
Oggi in apparati psico-assistenziali nessun intento di elaborazione teorica su queste sintomatologie ma dibattimenti e discussioni su un caso clinico per decidere se il soggetto in questione sia isterico, ossessivo, paranoico, schizofrenico, borderline, ecc..e quindi somministrare lo psicofarmaco, la risposta, la frase, l’ordine da propinare all’utente in questione.
L’identificare, il catalogare, dunque operazioni frastiche, revisionistiche, dicotomiche, atte strategicamente a far fuori l’Altra possibilità, l’Altro, a tagliar via la precarietà, la punta d’angoscia della Parola Originaria.
Cosa accade nella strettoia angusta della sospensione occorrente per relazionarsi senza nessun sapere su un ipotetico discorso psicotico, o comunque con qualsiasi simile?
Accade l’inedito, la novità, l’incontro, il miracolo di una conversazione che diventa efficace, piacevole, narrativa, imprenditoriale.
Le cose accadono e proseguono senza possibilità alcuna di volontà e responsabilità soggettuale. Le cose accadono e si dicono da se, oltre noi stessi.
L’ipotetico dominio a cui porterebbe una classificazione, una normalizzazione, un’analisi soggettuale degli oggetti, delle cose, dei simili, del mondo, del linguaggio inteso come strumento, porta anche a pensare di poter riprodurre il naturale e quindi creare l’artificiale.
Quanto spettacolo oggi, tutto va reso spettacolare: riverbero di un discorso frastico, quantitativo, di un discorso ossessivo non più alle prese con esplicite manie, ma che essendo nella posizione “dell’Uno” vuole fare l’originale a tutti i costi, vuole fare numeri mirabolanti, vuole essere un campione per perpetuare il discorso della copia originale, vuole essere il primo per consolidare “l’Uno”. Va oltre la timidezza proponendo l’esibizione, la sfilata: pensate al fenomeno del nudisti, dei naturisti che si può trovare d’estate sulle spiagge. Va a caccia di primati e di record per poter stare nell’ordinalità della scalata. Il record, la registrazione del primato, abbagliato dal pensare che per ricordare occorra tenere le cose sott’occhio e resistere alla rimozione, che tramite il ritorno del rimosso e la sua fecondità, la sua secondità originaria gli consentirebbero invece la memoria del gerundio, di poca cosa certo rispetto al memorabile, spettacolare ricordo che si troverebbe ad abbandonare!
Va in crisi di fronte alla smisurata vastità di una biblioteca, alla scelta di infiniti viaggi possibili, perché non può terminare la sua raccolta, perché non potrà vedere tutti i paesi del mondo; così opta per essere lui famoso ed essere visto da tutto il mondo, oppure si limita a specifiche raccolte per completare le quali diventa perfezionista.
Anche l’isteria ha perso l’enfasi dei sintomi plateali offerti a Freud e Charcot. L’isteria, avendolo idealizzato, non pensa di padroneggiare l’oggetto, e passa quindi da uno all’altro con facilità di rimozione, cercando continuamente qualcosa di nuovo. Essendo nella parte dello zero vuole sempre ripartire da zero, vuole fare le rivoluzioni. I numeri non sono ordinali ma cardinali in quanto metaforicamente sono sigle, sono nomi che si danno a dei punti, a delle cose che consentono di dire: “è questo – non è quello”; pensate a certe chiacchiere infarcite continuamente da: “io sono così, lui è così, mio figlio è così, tuo marito non è così”. Ecco il discorso isterico inteso come sintattico, come la mappa, il corpo, lo scheletro, la struttura, i punti cardinali che consentono o che hanno consentito il viaggio.
Nelle faccende della vita sa farci molto di più perché non rappresenta l’oggetto. Ecco perché, come già diceva Lou Salomè ne “Il mio ringraziamento a Freud” il discorso isterico (tendenzialmente la donna) è per l’imprenditoria, mentre quello maschile ossessivo può portare con più facilità alla poesia, all’arte. L’isteria sa che occorre giungere all’abbandono, ma fa la furba ed abusa della rimozione adoperandola come atto soggettivo. “Sono brava a rimuovere e quindi continuo a rimuovere, con questa arma sempre mi salverò!”, non lascia spazio alla resistenza, al silenzio che apporterebbe quella punta d’angoscia di cui s’accennava precedentemente, dove il nuovo viene scalzato dall’imminenza dell’inedito.
Non giungere all’abbandono ma abbandonare porta all’impotenza, all’infertilità, all’inconcepimento, all’intolleranza.
Trovarsi ad abbandonare, giungere all’abbandono ove l’energia si rivela solamente potenziale; nella sospensione onirica il propellente per galleggiare è fornito dall’Altro, è l’Altro, è la gravità assoluta, in un “non spazio”, in un “non tempo” dove le cose giungono per abduzione.
Abbandonare come abbandonare le cose a metà, come proseguimento di un discorso che vede l’energia trasmissibile, bloccata, nascosta, immagazzinabile, risparmiabile; un discorso dell’induzione che rispolvera la deduzione invece che aprire all’abduzione.
Rispetto all’ossessivo stratega militare l’isteria è tattica, prende le decisioni in atto, ma non coglie che il programma che lei scarta non è l’obiettivo militare. Lei sta scartando la scrittura come dispositivo che minerebbe quel soggetto tanto nascosto ma tanto forte, tanto ambizioso, tanto assassino. Il programma è necessario, si scrive facendo, così come la scrittura dell’esperienza. Senza scrittura non vi è l’apertura, la generosità e si cade nell’altruismo crocerossino.
Perpetuando la prolissità della fuga rispetto alla prolissità della parola corre il rischio del prolasso, della caduta, va incontro alla lussazione invece che al lusso, al plus ultra, all’inedito.
Nello scappare imbocca la scappatoia invece che accogliere la strettoia, l’angustia della Parola originaria.
Per essere generosi occorre l’inedito, perché, come diceva Lacan, per amare il simile occorre dare quello che non si ha: l’ascolto. Lasciare che sia l’Altro a guidare l’interlocutore alle prese con le peripezie, con le acrobazie, con le difficoltà dell’articolazione delle sue presunte questioni.
L’efficacia e la generosità di un testo è nella sua ineditabilità; ciò che è edito è un pretesto per il testo che è sempre ancora da scriversi per ciascuno. Non la rivendicazione, il capriccio “voglio godere ancora!”, ma “andiamo avanti, continuiamo perché c’è ancora da dire, da fare, da programmare” come incipit sulla prua della Nave dei folli.
Impossibile separare e distinguere nettamente le innumerevoli figure retoriche.
7 ottobre 2010, 2:23 pmDicendo Luigi è un leone, e quindi facendo una metafora, non è poi così diverso da Luigi è come un leone, con cui farei una metonimia.
Anche l’etimo è simile: Metafora = io trasporto; Metonimia = qualcosa che ha che vedere con il trasporto.
Molto dipende dal come vengono pronunciate le frasi, e appunto il perentorio verbo dell’io trasporto da l’idea del troncamento isterico, mentre qualcosa che ha che vedere con da l’idea della leziosità che consente di girare ossessivamente in tondo.
Così come la guerriera isterica vuole essere la più bella del reame e fa fuori le contendenti, vuole essere migliore delle donne che la hanno preceduta; mentre l’ossessivo (la parte per il tutto, come una vela per indicare la barca) vuole essere l’unico al mondo.
Catacresi invece = abuso; già da subito l’intendimento di metafora abusata, che accade senza volerlo: quindi sulla via del lapsus, dell’atto mancato, dell’incontro.
Giungere quindi al sogno, alla catacresi e non sognare, volere, fantasticare qualcosa, abusare di qualcosa.
Sognare attività necessaria a ciascuno per gli accadimenti, per gli incontri, per il miracolo.
Del sogno nessuna interpretazione possibile, nessun appagamento di desideri inconsci, ma il sogno come condizione rilanciante un desiderio intorpidito piuttosto da troppo appagamento, da un’indigestione di godimento.
Ecco perché dopo un troppo mangiare si viene attanagliati dal sonno: perché il sogno, con il suo procedere inconscio possa riaprire la strada del desiderio, ove l’oggetto non è rappresentabile, non è fagocitabile.