Sessualità e angoscia. Il sogno della sposa velata

Seminario del 18.9.2008

La critica al commento di questo sogno, portato da Bassols a Barcellona durante un convegno dell’Associazione Mondiale di psicoanalisi (AMP), è anche un’occasione per porre in risalto l’ideologia sottesa a un certo lacanismo di scuola che parrebbe inesorabilmente avviato a un manierismo dogmatico, nella supposizione di un reale sostantificato sulla base della terna simbolico, immaginario e reale ontologicamente concepiti quali categorie originarie della realtà.

Il sogno è il seguente: un giovane si trova alla porta di entrata di una chiesa; è il giorno delle sue nozze e si sente oltremodo angosciato. A mano a mano che avanza fra le due fila di banchi verso l’altare (davanti al quale lo attende la sposa che gli volta le spalle inginocchiata) l’angoscia gli sembra aumentare in modo insopportabile. Il suo corpo si fa sempre più pesante e gli occhi che lo osservano degli amici e dei parenti sembrano moltiplicarsi, sovrapporsi l’uno sull’altro. Mentre procede lungo la navata centrale lo sguardo del pubblico lo schiaccia, il corpo gli è diventato pesantissimo. Raggiunge infine la fidanzata il cui capo è ricoperto da un velo e, mentre questa lentamente si sta voltando verso di lui, al colmo dell’angoscia si risveglia.

Stando al racconto di Bassols, da tempo questo sogno si ripete con identica trama finché, anche per merito dell’analisi, subisce una variante decisiva. Il sogno, infatti, si ripresenta un giorno al sognatore con una postilla che ne scombina del tutto il senso. Allorquando il giovane, giunto all’altare, si trova dietro la fidanzata, quest’ultima si volta lentamente, ma il sogno questa volta non si arresta. Sotto il velo gli appare un volto strano, la maschera di ET, proprio il personaggio alieno del film di Spielberg, quello famoso, con gli occhi enormi, le rughe e il ghigno straniante che lo hanno reso curiosamente anche simpatico (forse perché atto ad evocare nel volto e nella forma del corpo un neonato). La sorpresa è grande. E questa volta, paradossalmente, la sensazione è quella di un grande sollievo; al risveglio il giovane è colto da un accesso di riso incontenibile e liberatorio.

Questo il resoconto di Bassols. Il suo commento inizia informandoci sulla difficoltà che il giovane protagonista del sogno incontra in relazione al rapporto con le donne. Una serie ininterrotta di fallimenti e di abbandoni. La vita del sognatore, rappresentata in particolare dagli sguardi che lo scrutano dai banchi, tra cui gli occhi delle ex fidanzate che via via si assommano davanti a lui, è una vita di rinuncia. Ma qui viene da fare una prima semplice obiezione o comunque una precisazione: esiste davvero una misoginia originaria? O non è piuttosto vero che la misoginia è soltanto un effetto della misantropia? La difficoltà nel rapporto con una donna non è mai originaria (dal momento che non è originaria neppure la differenza fra i sessi), ma piuttosto la conseguenza di una difficoltà nel rapporto con l’Altro. Ed è la modalità di tale rapporto che occorre interrogare. Nessun reale può essere supposto a segnalare il luogo del maschile o del femminile. Reale sono soltanto lo specchio, lo sguardo e la voce, quali oggetti del sembiante nella parola. Ed è il rapporto con il sembiante che occorre interrogare se vogliamo comprendere qualcosa di questo sogno. L’incontro con il sembiante, il non luogo della parola originaria (l’ombelico dei sogni freudiano) verso il quale questo sogno è inevitabilmente proteso, come d’altra parte ciascun sogno.

Prima parte del sogno: verso l’altare.

Mentre si avvia verso l’altare (ma non occorre forse leggere metaforicamente questo tragitto che è anche il percorso della sua vita?), il sognatore è sotto l’effetto sguardo, vale a dire che è ancora barricato nella frastica, e soltanto qui, lo abbiamo ormai accennato in vario modo, è possibile parlare d’angoscia (quale scivolamento nel registro della sintassi, vale a dire rischiando il principio d’identità), solo qui è possibile parlare di fobia o di nevrosi, dal momento che l’Altro non manca di nulla.

Nessuno è gay nel rapporto con l’Altro. La perversione, ma pure il suo rovescio, la nevrosi, si giocano nel registro frastico della parola, quale porzione irrigidita della sintassi. La posizione omosessuale, che suppone l’irrisione o la sconfessione della legge, è contrassegnata da un enunciato contrario a quello nevrotico; come Freud insegna, è l’altra faccia del discorso nevrotico. Ne consegue che lo stesso discorso nevrotico è, per certi versi, già “omosessuale”, nel senso che la domanda rivolta all’Altro, che con l’Altro ancora non riesca a confrontarsi, è strutturalmente destinata a piegarsi nell’enunciato perverso. Avere o essere oggetto del godimento dell’Altro. L’enunciato nevrotico o perverso è un enunciato che in favore del godimento si è asservito, ovvero ha rinunciato al confronto con la legge dell’Altro. Vale a dire che è un enunciato confrontato variamente con quella modalità di manifestarsi della legge che Freud ha identificato nella censura onirica.

La questione è stringente e, nella prima parte di questo sogno, l’analisi dovrà render conto dell’imperversare dello sguardo e, simultaneamente, dell’insorgere dell’angoscia.

Metafora e metonimia, per Freud, condensazione e spostamento. C’è un’osservazione in apparenza marginale, nella lezione undecima sul lavoro onirico (siamo sempre nell’ottavo volume delle opere), che apre uno spiraglio sorprendente, quando Freud interroga il ruolo della censura onirica e constata, nella condensazione e nello spostamento, il suo modo differente d’intervento. Teniamo ben fermo, all’altro capo della questione, che è ancora a un modo d’intervento della censura che dobbiamo ascrivere l’evento dell’insorgere dell’angoscia (e continuamente Freud richiama questo nesso per render conto dei sogni d’angoscia).

Dunque la censura onirica, l’istanza della legge. Freud osserva (pag. 344) che: “Benché la condensazione renda impenetrabile il sogno, non si ha l’impressione che essa sia direttamente un effetto della censura onirica. Siamo piuttosto propensi a ricondurla a fattori meccanici o economici. Comunque la censura trae da essa un vantaggio”.

Freud non ci sta forse parlando del discorso isterico? Questi fattori meccanici o economici sono per noi da ricondurre alla funzione di specchio, che rende conto del risaltare della metafora nel discorso, mentre la censura (ossia la legge tratta all’imperativo, resa coercitiva dalle impasse del discorso) rimane per così dire sullo sfondo, in qualche modo però rafforzata (onde il vantaggio, cui Freud accenna, che la censura trae da questo discorso), ovvero idealizzata, ed è proprio contro questa istanza che si ritorce la rivendicazione o il lamento del discorso isterico.

Per contro, nello spostamento, il ruolo della censura è in primo piano: “sappiamo che lo spostamento è in tutto e per tutto opera della censura onirica” (ibidem, pag. 344). Siamo lungo il filo del discorso provocato dalla resistenza attiva, nello slittamento metonimico del discorso ad opera della funzione di sguardo. E l’angoscia, che può intervenire massicciamente in questi casi, dobbiamo intenderla come l’effetto del tentativo di rompere tale accerchiamento del discorso nevrotico (isterico od ossessivo che sia) per tentare un’incursione nell’Altro, per tentare di attivare il sembiante irretito e bloccato nell’esaltazione dell’una o dell’altra delle sue funzioni (specchio e sguardo). Ricordiamo che Freud riconduce anche la produzione d’angoscia nei sogni a una modalità d’intervento della censura onirica.

Per riassumere esemplificando con il nostro sogno, si potrebbe asserire che l’angoscia imminente che sorprende il giovane sulla porta della chiesa è relativa all’attesa di un confronto decisivo e drammatico con il sembiante (l’incontro con la sposa) e che la funzione di sguardo che interviene così massicciamente è proprio l’espressione di questo inesorabile, indifferibile approssimarsi al registro pragmatico della parola. Come il sole al tramonto, lo sguardo acquisisce tanto risalto proprio mentre si sta apprestando il suo stesso dissolvimento. Lo sguardo, campeggiando in primo piano tanto intensamente, fa traballare e conduce infine a dissolvimento la frase, l’armatura degli enunciati del mondo discorsivo dentro cui il nostro sognatore è abitualmente asserragliato. E il discorso in qualche modo si isterizza. Accorgersi dello sguardo, percepirlo come insopportabile nel suo essere tangibilmente presente, vuol dire necessariamente essere obbligati ad accorgersi che esso è ora in procinto di dissolversi per presentarsi come questione; la questione concernente la legge della parola, la questione del sintomo concernente il vicendevole rapporto di scambio fra la morale (posizione isterica), l’etica (posizione ossessiva) e la legge nel suo agire in quanto legge dell’Altro (pragmatica).

Seconda parte del sogno: l’incontro con la sposa.

Se la sposa rappresenta, come ora possiamo forse più facilmente intuire, l’incontro con il sembiante (per Freud, l’ombelico del sogno), resta da aggiungere qualcosa intorno all’apparizione così stravagante di questo mostriciattolo nel sogno. Bassols annota con una certa finezza che la lettera iniziale e quella finale del nome del sognatore (ErnesT) corrispondono precisamente alla sigla del personaggio del film (ET), come pure a quelle della sua attuale fidanzata, e sposa nel sogno (ElizabeT), però prosegue con un’osservazione sulla quale non possiamo concordare osservando che infine il mostriciattolo è precisamente l’immagine rovesciata dello stesso sognatore. ET sarebbe semplicemente l’immagine insostenibile di sé medesimo.

Così Bassols: “dunque, questo strano partner che il sogno mostra sotto il velo della fidanzata, è prima di tutto il proprio Io, del soggetto, il suo altro speculare, che indica una prima localizzazione, immaginaria, dell’impasse del desiderio del soggetto, della sua inibizione – per riprendere la nozione freudiana -. Questo è l’impasse narcisistico del soggetto ossessivo che sembra sempre sposato con la sua immagine fallica. Questo fallo immaginario, egli tenta di esserlo nel suo fantasma”.

Invece, noi qui ritroviamo le impasse del commentatore e non del sognatore! Il cui altro speculare per essere davvero Altro è ciò che il lavoro del sogno tenta di dissolvere stemperandolo nella cifra. Il sogno, pur essendo ancora un sintomo, è se vogliamo definirlo così, semplicemente il sintomo dell’Altro, o cerca di esserlo definitivamente, volgendosi alla cifra. Il sogno non rappresenta le impasses del soggetto, ma le dissolve e anche lo dissolve proprio in quanto soggetto (che è sempre soggetto patologico, cioè soggetto al sintomo), anzi dissolve proprio l’io e il tu mostrandone, in definitiva, la reciproca apparente opposizione esclusiva quale prodotto del fantasma, e non dunque originaria. Poiché l’immagine non è mai originaria se non nella dimensione della sembianza, ne consegue che non esiste alcuna immagine originaria né di se stesso né del proprio simile, ancor meno del partner. E il soggetto sposato con la sua immagine fallica è sempre ancora precisamente il soggetto, cioè colui che vive con il fallo rappresentato, con il significante della differenza supposta al sembiante.

Osserviamo pertanto che l’incontro autentico del sognatore è finalmente quello con la cifra, al cui cospetto il sognatore si dissolve nel suo fondamento ossessivo (l’io). Anzi, nel confronto con il sembiante realizzato dal sogno anche il tu si dissolve rivelandosi come un prodotto nella sua fissazione ideale nel registro sintattico della parola. La legge non manifestandosi più nella forma della censura, ossia come ideale insopportabile o come imperativo, si scioglie manifestandosi per quello che originariamente è sempre stata, cioè legge della parola. E già nel primo tratto l’angoscia segnalava al sognatore che il principio d’identità (e di non contraddizione), sulla cui base sosteneva la sua esistenza frastica, cominciava a traballare.

Questo sogno ci dimostra che l’Io, così come il reale, non sono per nulla originari (questo è l’abbaglio di Bassols e di coloro che si ritengono allievi di Lacan). Originaria è l’esperienza di parola nell’Altro. Reale è il sembiante soltanto, fugacemente, quando entra in azione con le sue funzioni. Tutto ciò è provato dal fatto che il reale si tramuta nella realtà, paradossalmente, proprio sostenendosi con il fantasma.

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