L’Altro che tramite i sogni dispensa il miracolo

Seminario del 9.10.2008

 

Se la nostra clinica è una clinica del sembiante, noi siamo senza maestri. Il sembiante non è appannaggio di qualcuno, non risiede in un testo, neanche in un’enciclopedia. Il sembiante dimora nella singolarità e nella solitudine assoluta del suo atto che non può essere trasmesso, appreso, canonizzato.

 

Anche nel testo freudiano cerchiamo l’apertura, certamente non andiamo alla ricerca del sapere o della tecnica. Semplicemente cerchiamo nel suo testo la traccia per una racconto che possa volgere alla cifra. E avviene che in Freud questa traccia sia sempre presente; non occorre che studiamo la sua opera se vogliamo che rilasci l’enigma. Basta che leggiamo, anzi occorre leggere in modo attentamente distratto finché il suo testo non rilasci l’apertura che avvia l’interrogativo essenziale. Essenziale anche per la formazione.

 

Siamo senza maestri, senza precursori, senza debiti e senza ricordi. La nostra vita si svolge nell’attuale, nella memoria anziché nel ricordo. Si svolge nel racconto. Il racconto non è un discorso che descrive una realtà sottostante più autentica, magari da correggere o esorcizzare; non è una finzione. Il racconto è originario e si volge alla cifra. Il racconto si volge alla cifra, alla qualità della parola. Procedere dal racconto per giungere alla cifra. Così il sogno. Così la vita. All’opposto, la realtà dei fatti che è un racconto degradato perché catturato nel fantasma materno.

 

Parrebbe darsi una divisione. Da una parte la cifra, l’ombelico dei sogni, la qualità della parola, tutto ciò cui si perviene raccontando e che non esiste prima: questo è anche il reale. Dall’altra parte, l’evento come miracolo. Quale rapporto intendere fra questo reale della parola e la sorpresa, quale fra la cifra e il miracolo?

 

E’ l’Altro a rilasciare il miracolo, ma l’Altro non è assicurato, certamente non è dato. Occorre averne cura; anzi, il compito interminabile al quale dobbiamo dedicarci nella vita è proprio quello di averne la massima cura. Prenderci cura dell’Altro tramite il racconto, tramite il sogno, il fare.

 

Nulla può dirsi escluso dall’Altro, essendo originario l’Altro e anche il nulla essendo un effetto dell’Altro. Pertanto come configurare nell’Altro il miracolo? A quale manifestazione particolare dell’Altro corrisponde l’evento che registriamo come miracoloso? Se tale domanda è posta correttamente -come pare-, essa già include la possibilità di una prosecuzione, che senz’altro è da preferire a una risposta.

 

Miracoloso è un attributo che adoperiamo con una certa cautela quando vogliamo intendere l’evento. Si tratta allora di un evento particolare, unico, cui attribuiamo una caratteristica propria che lo distingue da un accadimento qualsiasi. Inatteso, il miracolo, ma anche coerente con un modo dell’attesa, dal momento che gli riconosciamo una qualità affermativa.

 

Il miracolo deve essere atteso da qualche parte se è sorpresa felice. In realtà, deve trattarsi di un evento che non è in assoluto un miracolo (per intenderci, non è l’icona della madonna che piange, la quale è piuttosto una degradazione, nella rappresentazione comune, del miracolo originale di cui stiamo trattando). Improbabile l’evento miracoloso, ma nel senso che esso non obbedisce ad alcun calcolo delle probabilità, essendo pure atteso in qualche oscuro meandro del nostro pensiero desto.

 

Peraltro, se siamo un poco raffinati e sappiamo riflettere intorno alle esperienze della nostra vita, possiamo facilmente intuire che un evento capitato non è soltanto un colpo di fortuna ma ha una segreta relazione con il mondo delle nostre attese. Ci è difficile fissare questo collegamento anche perché quasi subito, o appena più tardi, possiamo rigettarlo e ascriverlo a una mera probabilità. E’ abbastanza immediato collegare un evento al nostro fare se tale evento è in rapporto diretto e immediato con questo nostro agire. Se mi dedico con passione al gioco degli scacchi e poi vinco il torneo, non è un miracolo il fatto che raggiunga questo traguardo.

 

Ciò che definisce il miracolo è qualcosa di meno diretto e molto più vago, implica certamente ancora un fare (e l’esempio appena addotto resta pertanto un modo per cominciare a circoscrivere anche l’evento miracoloso), ma la caratteristica del miracolo è quella di un fare che, almeno in apparenza, è affatto disgiunto dall’evento che ne è conseguito.

 

Si tratta di un fare che ha la caratteristica di non essere in qualche modo congiunto, per nessuna caratteristica visibile, con l’evento che accadrà. Un fare generico, eppure straordinariamente efficace, che corrisponde piuttosto a una predisposizione generale, a un orientamento. Un fare che si svolge in una condizione di sospensione, un fare che ha semmai la caratteristica di un atteggiamento etico assunto quasi a priori (un fare emancipato dall’obiettivo che si vorrebbe conseguire), una sospensione dalle preoccupazioni ordinarie della nostra vita. Un fare che non ha nulla da spartire con l’essere indaffarati, ma che implica un attivarsi del mondo simbolico di ciascuno. Un fare che rappresenta infine l’essenza stessa del fare, una pragmatica, dunque un lavoro del sogno. Il miracolo qui si rivela come il prodotto del sogno.

 

La cosa, nel suo accadere, conserva un rapporto, un legame con ciascuno a cui accade. E non è un collegamento nel tempo lineare. Quest’ultimo, riguardante l’evento ordinario, si dà come prevedibile o imprevedibile, come probabile o improbabile. Laddove il miracolo non ha nulla a che fare con la probabilità o con la sua assenza. Il miracolo interviene proprio come ciò che dissolve la linea del tempo e suscita la sorpresa, l’attenzione, la nostra meraviglia.

 

Il miracolo è atteso, ma inconsapevolmente. Non risuona sempre più intensa alla nostra memoria la formula freudiana intorno al sogno? Inconsciamente, inconsapevolmente, sono i modi del desiderio che trova appagamento nel sogno. Come il sogno, il miracolo è dunque dalla parte del pragma. Al contempo è un evento ordinario e straordinario, allo stesso modo incredibile, ma che non possiamo liquidare come inoperante fantasticheria o allucinazione (al contrario, proprio il sogno e il miracolo dovranno indurci a interrogare in modo più approfondito anche la realtà pragmatica della stessa allucinazione).

 

Improbabilità, inconsapevolezza, legame inconscio. Sono questi anche gli attributi del tempo Altro, del tempo nel contingente e nell’occorrenza. E’ soltanto l’Altro a essere miracoloso. Ecco perché occorre il fare per il miracolo. Il miracolo è precisamente una manifestazione dell’Altro, il suo modo elettivo di manifestarsi nella veglia, proprio lì dove, ora possiamo affermarlo, esso incontra il sogno. E’ per la presenza del miracolo, che capita di domandare a noi stessi se siamo desti o se non stiamo sognando.

 

Facendo, non prima, il miracolo. Il miracolo è nel racconto, nel pragma, in ciò che non esiste prima né dopo. E la sorpresa, la sensazione del miracolo, è precisamente questa: la sensazione dell’inedito, della novella, e non del fatto. Quel fatto che ora si presenta come novella, ecco il miracolo. La realtà dei fatti che si accartoccia silenziosamente nel racconto. L’evento miracoloso è, dunque, questo.

 

Il miracolo non scende dal cielo, non appartiene al sopranaturale che, come tale, proprio non esiste; ovvero, ogni cosa è sopranaturale. Non esiste la natura dei fatti. La natura dei fatti (la credenza nel fantasma materno) è proprio ciò che resta del racconto una volta che l’abbiamo spogliato del miracolo, ovvero dalla cosa che accade. Il racconto privato dalla contingenza e dalla necessità dell’accadere della cosa.

 

Ciascuna cosa che accade è miracolo? La formulazione corretta parrebbe proprio essere questa: il miracolo è ciascuna cosa che accade. Per quanto riguarda gli eventi ordinari, essi non sono necessariamente accompagnati dall’irrompere della cosa. Nel trascorrere del tempo ordinario, nessun evento miracoloso. Eventi possono susseguirsi nel tempo ordinario, cioè in quello che a noi si presenta come linea: il campanello che suona per la pubblicità, l’ingorgo del traffico per strada, l’ora di uscire di casa o di rientrarvi, e così via. Niente di miracoloso necessariamente in tutto questo. L’accadere di una cosa è qualcosa, per l’appunto, di diverso. Anche se tutti questi eventi possono assumere il tono del miracolo, ossia può avvenire che ci accorgiamo a posteriori che non sono accaduti casualmente, ma per superiore necessità.

 

Le cose accadono, dunque, per noi? Per chi accadono le cose? Possono accadere miracoli a nostro favore che siano di svantaggio per altri? L’eccedenza è forse di ciascuno? L’eccedenza per cui accade il miracolo, eccedenza che esige il sogno e il fare?

 

Dire “ciascuna cosa che accade” non è diverso dall’affermare che qualcosa accade per ciascuno. Il miracolo non è per il soggetto, non è mai in favore del soggetto. Il miracolo, in quanto tale, non è mai vantaggioso per il soggetto. Concerne piuttosto l’Altro? Avvantaggia l’Altro? Se mi è consentito esprimermi in questo modo (ma proprio così leggiamo nel vangelo): “il miracolo è per la gloria del Signore.

 

Nel momento in cui accade il miracolo il soggetto si dissolve. E insieme al soggetto anche l’Io e il Tu. Non possiamo qualificare come miracolo qualcosa che accade soltanto per me. E magari a danno di te.

 

Poiché l’io e il tu sono isolati nel campo dell’idea, sono come il tempo dell’orologio, sono utili per operare sulla cosiddetta realtà, ma sono avulsi dalla pragmatica, non li tocca il miracolo; il miracolo concerne ciascuno. In relazione al ciascuno non esiste alcun io e alcun tu. Sono proprio due mondi staccati. Fra io e ciascuno, è ciascuno ad essere originario e potrei aggiungere che io non sono che la rappresentazione ordinaria di ciascuno.

 

Ciascuno è anzitutto nell’Altro. Io ne sono una rappresentazione. Che una cosa sia distante da qualcuno mentre accade non significa che essa ne sia scollegata. La distanza non è un proprietà che appartiene al sogno. Anche il miracolo è dunque originario. Affonda nel tempo che non scorre dell’Altro. Invade e sconvolge il tempo ordinario dell’orologio.

 

Avviene che nei momenti di “crisi” c’interroghiamo. Crisi finanziaria, crisi dell’economia. Questa settimana, il crollo della borsa. Però, la crisi è già in atto da tempo se a dominare è il fantasma materno; la crisi è già pronta e incombente, la sincope, il tracollo, il contrappasso, nel discorso d’occidente. Al posto del miracolo, la sincope, quando a governare il fare è soltanto la ragione calcolante.

 

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