Sogno, miracolo e sessualità
Seminario del 16. 10. 2008
Le nostre scelte sessuali sono in balia della contingenza. Non sono dettate da alcuna spinta o legge primitiva magari già impressa nei nostri geni. Sono lesbica o etero, o normale? Non sono scritte da qualche parte come scelte già orientate verso un sesso o verso l’altro. Le nostre scelte sono orientate e sostenute unicamente dal rapporto con l’Altro. La contingenza del racconto e del fare (ma anche delle nostre fantasie) è ancora oggi, e così è sempre stato nell’infanzia, all’origine degli incontri che ci sono capitati.
Freud sulla questione è radicale. Il suo enunciato, variamente ripreso nel corso della sua opera, che il bambino è perverso e polimorfo, è non solo da leggere nel senso che l’oggetto non è già assegnato, ma anche che la scelta del bambino è stabilita dall’Altro. L’oggetto e, pertanto, la disposizione sessuale del bambino sono in balia dell’Altro.
Sono le vicende dell’ideale e la seduzione in atto nella contingenza di ciascun incontro a orientare il bambino. La sua scelta sarà fortemente determinata dal gioco della relazione in atto in quel momento, quella che lo farà predisporre verso un incontro piuttosto che verso un altro. E’ un dato dell’esperienza clinica che non può essere dimenticato. Ancora l’Altro originario, prima e dopo, oltre il prima e il dopo.
Allora come oggi, dal momento che nessuno fuoriesce dall’infanzia. Semmai ci ritorna. L’infanzia stessa non è relativa a un tempo passato e concluso, non è iscrivibile in alcuna linearità o genealogia del tempo. Quella che chiamiamo infanzia non è che l’esperienza della verginità della parola originaria, ossia della parola che è più o meno libera dagli enunciati nei quali può essere intrappolata nel corso della vita. Occorre pertanto indagare intorno alle vicende e ai rivolgimenti dell’Altro, alla sua logica, per cogliere in modo conveniente il destino di ciascuno nel campo della scelta sessuale.
Come indagare ulteriormente la logica e i modi di funzionamento dell’Altro? Occorre una certa cautela. Occorre lo slancio della poesia e dunque occorre, paradossalmente, affrancarsi dalla ragione. Anche la scienza, per essere tale, dovrà saper compiere questa mossa acrobatica. L’Altro non si lascia imbrigliare dalla ragione, non sopporta il giogo della ragione osservante. E’ come se l’Altro non potesse, pena la sua sparizione, essere osservato dal di fuori. Non può esser trattato come un oggetto sperimentale. Dunque, anche l’Altro, per essere indagato, esige ancora l’Altro. Ecco abbozzato il metodo alquanto impegnativo della nostra indagine.
Non c’è metalinguaggio. Le risorse del linguaggio non risiedono nella certezza dell’enunciato, la ricchezza e la sua fecondità scaturiscono dalla sua capacità di non essere mai dove crediamo di attenderlo. Teorizzando, facendo funzionare l’Altro, che lo vogliamo oppure no, stiamo giocando come poeti, come analisti (nella sua funzione, l’autentico analista è un poeta) mediante le parole con le quali stiamo lavorando. Ecco la questione; si tratta di essere poeti. L’Altro, per certi versi, funziona contro se stesso. L’equivoco, la menzogna e il fraintendimento sono dunque le tappe della vera costruzione scientifica. La struttura dell’Altro è questa: equivoco, menzogna e malinteso. Deformazione. Per Freud, racconto. Sogno. Abbandonarsi al sogno è il corretto atteggiamento scientifico.
E’ il sogno ad aver cura del vivaio da cui può spuntare il miracolo. Come opera il sogno? Se la parola è contrassegnata dall’equivoco, la frase dalla menzogna, l’Altro dal malinteso, il sogno (che potremmo definire uno strumento dell’Altro) s’incarica di condensare, mobilitare e infine disciogliere i pensieri della veglia, operando sulla parola e sulla frase e, infine, lasciando che si sviluppi il malinteso quale modo espressivo dell’Altro. Il suo scopo è quello di dissolvere il senso blindato dei pensieri della veglia. E’ uno scopo soltanto per modo di dire, dal momento che non vi è alcun soggetto del sogno, e i termini di scopo o di fine non si addicono a un modo del pensiero che è originario quale quello del sogno, che si appaga in questo lavoro stesso di dissolvimento. Il sogno è un’operazione che potremmo qualificare definendola un dissolvimento creativo.
Il sogno non calcola e non risolve problemi, come annota Freud con precisione; anzi, pone in rilievo il fatto che non vi è una soluzione nella vita ad alcuna questione. Il sogno si limita a preparare il terreno per l’apparizione dell’oggetto. E l’oggetto nel sogno si presenta nella sua maschera originaria (anche se quest’ultima espressione non può che darsi nella forma dell’ossimoro), che è quella del miracolo.
Per tale operazione di dissolvimento non è sufficiente negare una proposizione. Sussiste ancora almeno il senso della proposizione contraria. Operare unicamente sulla frase non è sufficiente. Invece, lasciar risaltare l’equivoco della parola, rendere equivoca la parola (ciò che avviene anche nel lapsus) ottiene un risultato decisivo, di dissolvere la frase e rinviarla oltre se stessa. Ecco come si compie la prima parte del lavoro del sogno. Il mondo, come la natura e come il sogno, è racconto. L’eredità di Platone nel pensiero d’occidente è stata l’espunzione del racconto. Anche la scienza non può darsi senza racconto.
Abbiamo insistito sul fatto che è un errore affermare che le cose accadono per l’Io. Le cose accadono per l’Altro e gli antichi in qualche modo ne erano consapevoli quando dicevano: per la gloria del Signore.
E’, dunque, l’Altro a conferire, se vogliamo esprimerci così, all’oggetto l’occasione di stagliarsi di fronte a noi. Non è la ragione, che quando è intesa come ragione della veglia è piuttosto un impedimento.
Concepire in questo modo l’Altro comporta una concezione egualmente diversa del modo della relazione originaria con l’oggetto. Affermare che le nostre scelte sessuali sono determinate dall’Altro, significa ribaltare il senso della relazione con l’oggetto. Non un oggetto padroneggiabile, come nell’ideologia del pensiero d’occidente, ma neppure un oggetto perduto. L’oggetto è perduto soltanto per il pensiero sintattico, lo è nel discorso isterico per cui l’Altro è in qualche modo idealizzato e l’oggetto, in definitiva, è sottoposto al regime della scelta e alla sostituzione continua. Un oggetto perduto occorre che sia sostituito da un altro. Mentre un oggetto padroneggiabile diviene un oggetto tiranno, cioè un oggetto facilmente idealizzabile. Invece, l’oggetto nella pragmatica si presenta a noi come evento e miracolo.
L’Altro funziona, dunque, soltanto in negativo? Soltanto additando il nulla, dovremmo precisare. E il nulla è sempre ciò di cui si tratta. La parola giusta evoca il nulla. La qualità della parola a cui il sogno punta è la cifra. Sono il negativo e il nulla che presiedono all’apparizione dell’oggetto? Parrebbe ancora così. E’ il nulla a contrastare il detto. A superare l’equivoco e la menzogna del dire per approdare al malinteso nel pragma.
Il nulla non è il negativo, se consideriamo il fatto che l’attributo di negativo conserva implicitamente l’impronta di un giudizio morale. Assegniamo un giudizio negativo al nulla quando supponiamo di poter risolvere e colmare la domanda con la risposta. Il negativo contrassegna propriamente l’assenza di una risposta. Ma l’assenza di una risposta è precisamente la condizione perché l’Altro funzioni.
Il nulla originario è anche il presupposto necessario per allestire il dispositivo atto a realizzare l’esperimento scientifico. E ciascuna volta lo scienziato è sorpreso, per così dire, quando sbatte la faccia di fronte al nulla.


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