Da dove viene la sessualità? Perchè occorre regolare la conversazione?
Seminario del 23.10.2008
E’ bene che la conversazione sia “regolata”. Ciascuna conversazione deve essere accompagnata da un adeguato compenso. Ma questa regola è valida in senso assoluto? Prescindendo dalla ovvia considerazione (il cui interesse è comunque di rilievo marginale) che anche l’analista in qualche modo dovrà pur campare, ci si potrebbe domandare se il pagamento sia più o meno clinicamente motivato in alcune circostanze e se non abbia un valore specifico in relazione ai differenti discorsi.
In particolare, la questione può precisarsi nel considerare la differente posizione in riferimento al debito simbolico da parte di colei o colui che si trovi situato nel discorso isterico rispetto a qualcuno situato in quello ossessivo. E’ evidente che in relazione alla fantasia di un torto subito, peculiare al discorso isterico, il prezzo di una seduta sarà sempre recepito come troppo alto, mentre in relazione al discorso ossessivo, in perenne posizione di debito verso l’Altro, quale conseguenza di un godimento eccessivo e del fantasma di colpa correlato, sarà sempre inadeguato a colmare il debito. E’ facile riscontrare, nondimeno, che possiamo registrare in entrambi i discorsi un modo del tutto diverso di valutare la regolazione della conversazione. In generale, possiamo assistere all’assoluta indifferenza nell’isteria e, al contrario, in reclami anche molto accentuati nella nevrosi ossessiva, per una deriva particolare subita da questi discorsi.
Cosa avviene nel momento della “regolazione” della conversazione?
Si può certo percepire come avvilente il pagamento oppure con un senso di sollievo. Ma il punto è che il pagamento rappresenta una sorta di separazione, un distacco; spesso è vissuto come un vero abbandono. Talvolta è avvertito come una sferzata che comporta una sorta di sconfessione di ciò che nella seduta è stato affidato al racconto; un’umiliazione che impone una decisa variazione di rotta alla propria vita. Con il pagamento anche il transfert si caratterizza per un momento di svolta. Dal tempo dell’amore invischiante per il sembiante a quello della separazione necessaria, e dunque all’odio, cui non attribuiamo nessuna qualità negativa, ma che si pone semplicemente quale compimento imprescindibile della domanda d’amore. Nessuna qualità negativa, se l’odio è peraltro fra gli ingredienti essenziali dell’amicizia.
Si tratta, inoltre, di far vedere come questo movimento dall’amore all’odio sia simultaneo all’insorgere della sessualità. Questo tempo di svolta, infatti, non è che il doppio movimento che consente l’insorgere della pulsione. Parricidio e sessualità sono i due versanti del transfert rispetto alle cui vicende il pagamento rappresenta sempre una sorta di compimento anticipato.
Il pagamento comporta trasferimento di denaro e importa il valore simbolico assegnato a tale trasferimento. Che cos’è, anzitutto il denaro? Il denaro non è che la relazione. Potremmo anche constatare che l’idea del denaro oscilla nei vari discorsi fra l’essere simbolo del nome o viceversa del significante. Fra la moneta e i soldi. Quando il denaro è concepito come moneta, simbolo del nome, la relazione instaurata con la merce è del tutto indeterminata, ma particolare; quando è concepito come soldi, simbolo del significante, il denaro rappresenta l’universalità possibile delle merci determinate che permette di acquistare. In realtà, non esiste alcun oggetto già dato come controvalore della moneta o dei soldi. Anche il valore del denaro è condizionato dall’Altro e la moneta non è che una fra le possibili espressioni del sembiante.
La credenza che il denaro possa stabilire una relazione stabile (dunque, una relazione sociale) fra gli individui ha condotto alla nota definizione del denaro come “equivalente generale di scambio”. Tuttavia, la merce non esiste prima della relazione di scambio. La relazione è, dunque, originaria e il pagamento sancisce proprio questa originarietà della relazione rispetto al valore presunto di una merce. Questo è un punto nodale. Il pagamento di una merce non è mai operato da un soggetto; rinvia sempre all’esistenza dell’Altro. Conseguentemente rinvia al diritto quale diritto dell’Altro.
Perché è così difficile dire cosa sia la sessualità? Perché essa non esiste già regolata e irrompe sorprendendo il parlante. La scoperta freudiana è proprio quella della pulsione irriducibile all’istinto, della pulsione in quanto libera dal vincolo del fisiologico, dal corpo che non è mai umano. Il corpo non è dato e non è padroneggiabile, proprio come la sessualità (ora possiamo aggiungere: come la merce, che procede dal corpo). La pulsione è originaria; è la differenza, il due, da cui deriva la sessualità. Dunque, la sessualità e l’Altro. Anche la sessualità possiamo notare che proviene dal futuro rispetto al discorso. E’ chiaro che essa è attivata dal sembiante, il quale è nel simultaneo e sfugge a qualsiasi presa o padronanza della ragione. La sessualità procede dal sembiante ma può essere irretita dalla rappresentazione. E’ quanto di più vischioso e mobile esista. E in questo senso si appiglia anche al concetto, allo sguardo.
La difficoltà per quanto riguarda la possibilità di articolare la questione della sessualità procede dal fatto che essa crede di sostenersi sulla rappresentazione e nella rappresentazione si appaga. La rappresentazione è il modo con cui la sessualità si aggancia al corpo. Fissità fra il corpo e la scena. Quando la sessualità investe il corpo (fissato) essa è immediatamente convertita nella rappresentazione. I disguidi della scelta sessuale e della gestione della sessualità nascono di qui. Dalla rappresentazione. Se la sessualità è libera nel campo dell’Altro e fin quando l’unico vincolo al quale soggiace è quello del parricidio, le cose procedono tranquillamente per il loro tragitto. Il parricidio qui significa semplicemente il funzionare del nome in quanto tale.
E’ la mancanza di equivoco a rafforzare la rappresentazione. La nausea, ma anche l’omosessualità non sono che in questo incombere della rappresentazione.
Sperimentiamo come repellente qualcosa da cui nell’infanzia eravamo attratti. Respingiamo tutto ciò che ci attraeva. Che cosa attrae? Ciò che si situava nella differenza, nella parola originaria, e che poi è stato assunto nella rappresentazione. Soltanto con l’intervento della rappresentazione possono sussistere l’attrazione e la repulsione. La sessualità non è contrassegnata dall’attrazione né dalla repulsione. E’ nel momento in cui diviene omosessualità che ammette questa dicotomia, e persino nell’omosessualità il richiamo alla parola originaria, alla differenza sessuale, non può essere del tutto cancellato. Il repellente è propriamente il questo da cui siamo attratti. Il questo da cui siamo attratti è suscettibile di trasformarsi nel contrario, in ciò che respingiamo o ci respinge.
E’ la funzione di non a introdurre la sessualità nella parola. E’ la negazione, il non è questo. Ecco la sessualità. Il questo, con il non, non è più questo, dunque non più oggetto d’attrazione o repulsione.
L’analizzante intuisce che qualcosa manca al suo discorso, ma di questa mancanza, con cui è confrontato quando il sintomo insorge, non sa dire molto di più. D’altronde, non è per questo che si è rivolto a un analista?
E’ il questo che non abbiamo ancora inventato, e che non possiamo che inventare nel fantasma, ciò che ritorna in quanto sintomo. Il questo non è che il sintomo. Una volta che lo avessimo inventato, una volta che fossimo riusciti a produrlo nel nostro fantasma, allora si dissolverebbero entrambi: il questo e il sintomo. Il questo occorre produrlo cercando di esprimerlo nel nostro fantasma. Non sappiamo ancora nulla di questo. Ecco il nostro sintomo. Ciò che ritorna dal futuro a ogni incontro che noi facciamo. Ma non per ciò il questo conferisce uno statuto di realtà al futuro. Il questo è un po’ come il sintomo del tempo. Appare nel tempo lineare, come contraccolpo dal futuro. Ma il futuro non ha consistenza al di fuori del tempo lineare. Passato, presente e futuro inanellati dal tempo ritmato del pragma.
Eppure il questo ha una propria consistenza, che tuttavia è rivelata soltanto dal sintomo.


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