Il movimento e l’emozione. Il sogno di volare
Seminario del 30.10.2008
Il movimento è uno di quei concetti sui quali nessuno parrebbe avanzare il minimo dubbio. Se dobbiamo spostarci da un luogo a un altro, c’è un percorso da seguire in un tempo che può essere calcolato. Se ci muoviamo dal punto A e dobbiamo raggiungere il punto B, questo movimento si svolgerà in un tempo che ci sembra ben definibile: per Aristotele il movimento è un cambiamento secondo la logica del prima e del poi.
Noi, però, questa logica l’abbiamo messa fortemente in questione. Se il tempo è misura del movimento, allora la realtà è concepita mortalmente come divorata dal prima, dal presente e dal poi, secondo una linearità irreversibile. Già per Aristotele, la misura del movimento e del cangiamento è, comunque, indissociabile dal logos. E il tempo, che indica per lui la misura del movimento secondo il prima e il dopo, non può essere concepito senza il ricorso a quella logica discorsiva dalla quale finisce per dipendere.
E’ Galileo il primo ad affrancare la fisica dal concetto di spazio con la sua preordinata armonia. E’ con lui che il cosmo greco si svela come un abbaglio bloccato nella sua algida perfezione e che la musica raggelata degli astri s’infrange per una nuova melodia. Perdurava, con il sapere della scolastica, questa concezione; vale a dire, il colmo della sintassi a produrre un ideale cristallizzato, un Altro confinato nell’armonia delle sfere celesti che non teneva in alcun conto l’aritmetica. Il ritmo del tempo.
Con Galileo il movimento viene qualificato in funzione del tempo anziché dello spazio. Lo spazio non risulta più il riferimento immediato, ma lo diventa la relazione sebbene quest’ultima non pervenga a essere considerata originaria. E sebbene lo spazio, l’universo che è scritto in lingua matematica, continui a sussistere come sfondo ideale. Il relativismo galileiano, che informa la dinamica e la meccanica, passando per Newton fino ad Einstein, inaugurando la fisica, rivoluziona la scienza; pur mantenendola ancora vincolata alla concezione lineare del tempo, ossia dipendente dal concetto. Ed è il concetto ad essere mortifero.
Questo è clinicamente importante. Quando concepiamo un oggetto non più immobile nel suo concetto, ma inscritto nella parola, siamo indotti a rinnovare, ma anche a superare l’opzione galileiana. Un oggetto che non obbedisce a un Altro idealizzato e ancor meno a una logica soggettiva, nel discorso, ma che s’inscrive nella logica temporale della parola. Il movimento verso l’oggetto è sempre pregiudicato dall’idea che lo spazio sia ostacolo insuperabile.
Che ne è del movimento, se il tempo è della parola? Risulta evidente che anche il movimento si situa nella parola. Non è il soggetto, o un corpo situato nello spazio, ma è la parola che, muovendo, si muove. E il principio d’inerzia galileiano, che compie il primo passo equiparando lo stato di quiete e di moto (un corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme finché non interviene una forza esterna a variarlo), può trovare una sua ragione più ampia nell’ossimoro della parola. Noi aggiungiamo che la parola non scorre, non scorre dal passato al presente al futuro; piuttosto variamente fluisce in relazione al punto vuoto, al sembiante.
Soltanto nella frase il tempo si presenta lineare e possiamo asserire che un significante segue al successivo, ma non possiamo affermare altrettanto del nome, il quale interviene affiancandosi a un altro nome e pertanto inaugurando un altro tempo o il tempo dell’Altro. Basta un significante che si prospetti come nome a infrangere la linearità temporale della parola. E l’atto per cui un nome si presenta come nome e un significante come significante, è modulato dal punto vuoto d’impertinenza.
Soltanto l’Altro, in definitiva, è il traduttore. Operando nella parola ci si può accorgere che, se l’ordine non è originario, non lo può essere neppure il dis-ordine. Il Kaos e il Kosmos sono ancora le due facce indissociabili di una temporalità lineare, come bene evidenzia, con le sue oscillazioni da uno stato all’altro, il discorso ossessivo. Le cose si ordinano soltanto nella parola: esse diventano tante nella sintassi e nella frase (0,1; 1,0) e diventano quante nel pragma (0,1;1,0 e intervallo).
E’ possibile in qualche modo operare affinché l’oggetto sia teleguidato da ciò che chiamiamo desiderio? Vale a dire, accostare quella non dimensione (né lo spazio né il tempo sono dimensioni) dell’Altro che è la temporalità fondata dalla parola? Allora è possibile constatare che nessuno spazio preordinato separa ciascuno dall’oggetto. Allora è possibile accorgersi che la simultaneità del sembiante s’impone prescindendo da qualsiasi considerazione spaziale. L’impedimento alle funzioni del sembiante è generato proprio dal concetto di spazio e da quello di tempo. Il movimento verso l’oggetto è impedito dal concetto.
Anche nel testo freudiano, si tratta, per esempio, di mostrare come sia possibile riconoscere nel sogno di volare l’intervento e la provocazione del sembiante; del sembiante che s’impone superando l’impedimento spaziale dovuto al concetto. E, viceversa, come nel sogno la paralisi si mostri quale effetto del concetto. La paralisi allude al giogo soggettivo, alla sua dipendenza dal concetto. La censura, i pensieri della veglia, sono il concetto. Il sogno si rivela quale dimensione imprescindibile per muoversi nella realtà.
Impossibile un movimento efficace senza il sogno; soprattutto nella veglia, dal momento che quando siamo addormentati non abbiamo alcuna ragione per muoverci. Il sogno si diverte, giocando con i pensieri della veglia, e ci presenta il movimento del tutto affrancato dall’impedimento spaziale. Ma senza la parola nessun movimento delle immagini. Là dove regna sovrana la parola è, invero, il sogno.
Ne consegue che il volare (l’aeroplano) non è che la realizzazione, più o meno compiuta, del sogno del volo, anziché il contrario. Ed ecco perché non è possibile far rientrare il sogno di volare nella banale categoria dei sogni tipici. D’altronde, un sogno non è mai tipico ma sempre unico e singolare, e deborda sempre oltre il concetto che vorrebbe imprigionarlo.
Non è mai il soggetto a essere l’autore del movimento, per un movimento efficace. E’ bensì l’Altro a guidarci. Non la consapevolezza dell’Altro: nessuna guida sicura dall’Altro dell’Altro. La cura dell’Altro non richiede in fondo alcuna consapevolezza, mentre è indispensabile una formazione; occorrono i dispositivi.
Due corpi sono identificabili in quanto corpi separati e se ne stanno a distanza determinata, soltanto nel registro frastico della parola. Due corpi se ne stanno separati nella menzogna della veglia. Mentre, già nel registro sintattico, il movimento trova il suo avvio con l’apparire dell’equivoco e non ha alcun oggetto fissato quale meta del suo percorso. Nel registro pragmatico l’oggetto si presenta come evento e l’incontro fra due corpi si manifesta pienamente per essere un effetto del tempo, senza più alcuna relazione con lo spazio. Il pragmatico è la dimensione del volo, il quale, se pure è consentito e si specifica come volo per differenza rispetto alla sintassi e alla frase (che dunque svolgono la stessa funzione dell’aria per la colomba di Kant), trae la sua essenziale potenza e libertà nel tempo ritmato della parola.
Che cos’è dunque l’emozione? E’ la sensazione per cui l’oggetto rimane intangibile e immortale nel suo sottrarsi incessantemente alla frastica, al concetto che vorrebbe catturarlo. Procedendo sul filo del nostro ragionamento, l’emozione è la sensazione dirompente di questa libertà di movimento possibile nella parola. L’emozione aspira a una parola travolgente che ancora non riesce a dirsi, ma che insiste e ancora insiste; aspira a un nome che fondi il movimento, una parola che sia in grado di annunciare l’avvio della danza.
L’emozione. Cioè il movimento è possibile. Essa trae il suo slancio dall’equivoco. Siamo nella sintassi, emozione amorosa anziché affetto. Se l’affetto, quasi sempre monotono se non mortifero, è un risvolto della frase, l’emozione procede invece da un nome inassumibile, che non è mai quello.
Al fine di precisare questa distinzione fra l’emozione e l’affetto, possiamo considerare il destino differente che queste sensazioni subiscono nel sogno. Mentre l’emozione nel sogno compare pressoché immutata o ancor più intensa, l’affetto subisce ogni sorta di trasformazioni fino a mutarsi nel contrario o addirittura a smorzarsi completamente. Frequentemente nel sogno non resta che la nitidezza incomparabile del colore a sostituire quella che in origine doveva essere un’esperienza affettiva molto intensa. In tal caso l’affetto scomparso è rivelato soltanto dall’accensione metaforica dell’immagine. E’ con l’intensità dell’immagine che il sogno risponde alla silenziosa deflagrazione dell’affetto. Si tratta ancora del movimento pragmatico dal concetto al nome. Possiamo dire che un affetto suscita sempre il proprio opposto che lo contrasta più o meno scopertamente, fino a quando i due affetti contrastanti si annullano reciprocamente (le parole sono di Freud), mentre un’emozione esige semplicemente la variazione, il cambiamento; esige il movimento.
Il movimento della parola, lo slancio metaforico, rappresentato nei sogni dalla sensazione, variamente controllata e prolungata a proprio piacimento, di spiccare un salto mirabolante per superare qualsiasi ostacolo, o di librarsi e lasciarsi cullare nel cielo, è il corrispettivo nella veglia della condizione più idonea per incontrare l’oggetto. Esprime, in definitiva, lo stato d’animo che ci consente di liberarci dalle preoccupazioni della veglia (ancora a Freud dobbiamo questa espressione) per ritrovarci nella relazione inaugurale con il sembiante. Il sogno, possiamo allora concludere, ristabilisce la sospensione, calandoci in questo intervallo della parola che è il tempo dell’Altro, precursore dell’evento.
In definitiva, l’affetto è un’emozione degradata che ha abbandonato la temporalità dell’Altro e che ha rinunciato al desiderio. L’affetto è ciò che per Freud corrisponde allo stato d’animo che accompagna i pensieri della veglia. E’ dipendente da un sapere sull’oggetto e non si cura invece del sapere quale effetto nel campo dell’Altro. Necessariamente all’affetto corrisponde anche l’aggressività in quanto prodotto che nasce dalla sconfessione dell’odio. La rappresentazione dell’odio essendo l’aggressività, l’affetto non può evitare l’aggressività. Se all’emozione dell’amore è essenziale, direi indispensabile, l’odio, ovvero la separazione originaria, se dunque l’amore e l’odio sono la coppia che si sostiene a vicenda nel realizzare compiutamente il rapporto pragmatico con il simile, nel registro frastico all’affetto non può non rispondere l’aggressività quale esito difficilmente eludibile nella vicenda pulsionale. L’affetto è precisamente ciò che risulta dell’amore una volta espunto l’odio, e ad esso non può che contrastare l’impulso aggressivo.
Dall’affetto frastico, all’emozione sintattica, al desiderio pragmatico; sono così ordinate le sensazioni derivate da una condizione del discorso, e questo ordine ci chiarisce qualcosa intorno al lavoro di un’analisi. E anche intorno alla vita.
In un’analisi si tratta, in fondo, d’introdurre nella veglia il lavoro del sogno. Passando per un’isterizzazione che mobilita l’affetto, quasi una purificazione; con un’operazione che, volgendo alla sintassi, conduce l’analizzante a sperimentare nell’equivoco un’emozione che lo spinge al movimento e in seguito al desiderio. La sensazione, spogliata dalla rappresentazione paralizzante che la riduceva a un affetto, appare qualcosa di molto più essenziale e meno sterile; non già una proprietà o una qualità del soggetto. Ma una modalità con cui ciascuno, pragmaticamente, si rivolge e comunica mediante l’Altro con il simile, più o meno efficacemente.
Anche il senso, che potremmo definire come il tono affettivo della frase, è diluito nell’emozione, ossia nel tono affettivo caratteristico della parola, per trovare nell’Altro il rinvio a un altro senso che non può mai riposare su se stesso, ma che dovrà incessantemente lanciarsi nell’inseguimento di un senso il cui valore dimora soltanto, ormai, nella propria inafferrabilità. E questo non risulta che essere, la verità.
Il tono affettivo della parola è la parola corpo. Se, per quanto concerne l’affetto, possiamo ancora considerarlo come la sensazione proveniente da un corpo, in relazione all’emozione il corpo svanisce e non si oppone più a un altro corpo. Nel campo dell’emozione i corpi non se ne stanno già separati.
In generale, il corpo non è semplicemente il luogo di radicamento o il luogo di raccolta delle sensazioni. Non c’è il corpo da una parte e la sensazione dall’altra come suo prodotto. Il corpo è l’originaria differenza fra il corpo e la scena. La composizione variata fra il corpo e la scena richiede la parola, come sensazione e come apertura. Ma la sensazione è della parola più che del corpo. Insomma, il corpo è un’appendice della parola e anche gli affetti e le emozioni, le sue sensazioni dipendono da questa possibile apertura della parola.
Un’ultima annotazione intorno al silenzio cui, nelle immagini del sogno, si riduce talvolta l’affetto che (all’occhio esperto di Freud) è rilevabile soltanto dalla vivacità del colore. E’ ancora il corpo che si dissolve nella sua materialità per diluirsi nella scena. E’ la scena che prende il sopravvento e il corpo che si dissolve nella tonalità affettiva che ora si svela come un semplice attributo della scena stessa. Anche l’immagine non ha una propria sostanza. Quando s’impone con la massima evidenza nel sogno, in apparenza deprivata di qualsiasi tonalità affettiva, è soltanto al silenzio della parola in azione che essa rinvia. E svela l’enigma dell’affetto, cioè la sua dipendenza dalla parola. Rende manifesto che l’essere umano si appaga nella parola prima che nell’affetto. Questo dimostra talvolta l’accecante silenzio dell’immagine nel sogno. Fra immagine e affetto nessuna originarietà possibile. E’, ancora una volta, la parola a comporre e dirimere.
L’enigma, la difficoltà, ma anche la profonda meraviglia del sogno consiste nel fatto che, per suo tramite, l’Altro paradossalmente si offre proprio nel movimento stesso con cui si sottrae. Come ben sappiamo, il segno del suo sottrarsi è evidenziato dal fatto che, nel sogno, come soggetto sono sempre trascinato altrove, sono in balia delle sue onde, dei suoi rivolgimenti, delle sue tempeste o delle sue bonacce. In apparenza, non sono padrone del movimento e della scena, anche se non del tutto e non sempre allo stesso modo. (Una cura dell’Altro si accompagna, infatti, nel corso dell’esperienza – in particolare, di un’analisi – a un’attenuazione e a una capacità più affinata nel dirigere e controllare il proprio sogno).
L’Altro funziona paradossalmente nel suo sottrarsi. Questo sottrarsi dell’Altro è stato variamente demonizzato o esorcizzato nel corso della storia delle vicende umane. La demonizzazione o la consacrazione sono l’esito del vano tentativo di rappresentare ciò che non sopporta alcuna rappresentazione. L’Altro funziona sottraendosi. Funziona in quanto Altro. Perciò funziona nell’equivoco, nella menzogna o nel fraintendimento. Ed è per questo che l’Altro non mente, qualunque cosa faccia. Che l’Altro mi si opponga, talvolta anche in modo feroce, indica che è soltanto all’io che l’Altro si oppone. Sono soltanto “io” in balia delle onde o che sarà in grado di sollevarsi in volo sopra le onde, soltanto “io” che, perdendosi nella bonaccia, infine si placa. Viceversa, “nessuno” è turbato. E il destino di “nessuno” è descritto dalla melodia dell’Altro.
Cosa c’è, dunque, dietro l’immagine più colorata, dietro l’immagine più vivace che è possibile anche nella veglia sperimentare, per esempio, nel delirio paranoico? C’è soltanto la materia, una materia da cui non riesce a sprigionarsi alcuna parola ulteriore, ma che la reclama. “Una parola ulteriore manca” è l’espressione che parrebbe contrassegnare l’incombere della materia in quanto tale. L’immagine che finisse per esaltare soltanto se stessa sarebbe del tutto insensata: un’immagine senza senso e senza affetto. Non sarebbe neppure più un’immagine. L’immagine, infatti, richiede la sembianza, la parola che rinvia ad Altro. L’immagine dimora nel chiaroscuro contrassegnato dalla parola che la muove; che la fa movimento. L’immagine è cinematica. E quando è senza parola allora il colore diventa più squillante per imporla.
Dietro l’immagine più vivace c’è la materia soltanto, non le cose. Le cose non sono la materia. Come intendere questo? Nessuna occasione se mancano le cose. Dunque, nessuna occasione se è la materia a incombere. Le cose sono leggere, sono nella parola. Ma siccome la materia è materia nella parola, poi che alla parola nulla sfugge, allora la materia di cui si tratta, non è ancora che quella della parola. Insomma, l’immagine più viva è anche quella che dichiara più scopertamente l’esistenza della parola dietro all’immagine. Di una parola inimitabile e singolare con il suo kairos. Più di qualsiasi altra immagine, l’immagine più violenta onora la parola.
L’ossimoro è una proprietà della parola e non dell’immagine. Nell’immagine, possiamo riconoscere l’ossimoro della parola soltanto abbandonandoci al tempo; al movimento, vale a dire affidandoci alla cinematica. Ecco allora come può ricomparire sempre più intensamente l’affetto anche dietro l’immagine più silenziosa e squillante.
Squillante e silenziosa, in effetti, è un ossimoro. S’è mai udito uno squillo silenzioso? L’immagine non può manifestare questo ossimoro se non riconsegnandosi al tempo, al tempo dell’Altro; ecco perché la sua natura è cinematica. Altrimenti, insieme al tempo dell’Altro, essa stessa finisce per scomparire. Concretamente scompare, ovvero testualmente, come dimostra l’esperienza di colui che si trova nel discorso schizofrenico.


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