Come parlare al manovratore? Il sogno del ritorno al passato
Seminario del 6.11.2008
La scorsa settimana, argomentando sul movimento, si mostrava come il traduttore fosse l’Altro. L’Altro che, nel senso pieno di traduttore, è anche conduttore. E’ soltanto l’Altro a trasferire il corpo da un evento all’altro. Gli eventi, i corpi, sono trasbordati dall’Altro.
E’ l’Altro a trasferire i corpi avvalendosi di tutte le risorse della lingua: metafora, metonimia e catacresi. Ecco l’importanza del sogno: catacresi, vale a dire, astrazione dal tempo e dallo spazio dei pensieri della veglia.
Stabilire le condizioni per una sospensione che rappresenta il mezzo idoneo a consentire un teletrasporto ideale. Come parlare al manovratore? E’ la questione dell’analisi. Come attivare la lingua per un teletrasporto ideale?
Quali gli ostacoli imprevedibili da superare durante il viaggio? Ansia, ossessioni, fobie, sono le turbolenze che segnalano momenti di difficoltà, o avvertono della “penuria di carburante” nel percorso della parola.
Catacresi, ovvero, il corpo è libero dai vincoli dell’enunciato e si può librare nel cielo dell’enunciazione. I vincoli sono pure necessari (ancora la colomba di Kant): sono le fobie e le ossessioni che segnalano il permanere nella funzione di specchio o di sguardo: rispettivamente, il corpo nel suo peso per l’imporsi del nome, e il corpo nel suo distacco dalla parola per l’imporsi del significante. Il corpo così non può ancora volare.
Decollare significa affidarsi all’Altro e avvalersi del sogno. Il sonno e il sogno. Anche il sonno non è contrapposto originariamente alla veglia; nulla si contrappone originariamente a qualcosa. Nulla originariamente si oppone a qualcos’altro. Se l’Altro è originario, se originaria è la parola.
Il sonno è qui precisamente il manovratore in azione. Un manovratore che si addormenta? C’è qualche rischio, ma stiamo trattando del rischio della parola e l’unico rischio è quello di credere di essere svegli quando si sta opportunamente dormendo. Credere di essere svegli, cioè fissare la condizione per un nome o per un significante. Non parlare al manovratore!
Il viaggio della nostra vita.
Un viaggio che prende l’avvio dall’equivoco e dura quanto dura la menzogna. Quindi è solamente la menzogna che dura. L’enunciato. La durata, pertinenza della menzogna.
Finché non si perviene alla narrazione. Teletrasporto, ovvero trasporto del corpo in dissolvenza, dalla metafora, alla metonimia, alla catacresi. Nessun infortunio è possibile, non vi è più alcun senso, e perciò malattia, quando il conduttore è l’Altro. Il corpo è immune nella parola. Scompare e ricompare nell’Altro.
Il braccio del fiume, il ventre dell’aereo, l’occhio del ciclone. Il corpo della cosa che si converte nella cosa del corpo. La realtà circostante che si contrae in una “sottiletta”, scompare e ricompare. Qualsiasi enunciato è un ossimoro che manifesta la catacresi su cui si reggeva. Ecco la parola che conduce i corpi nel teletrasporto ideale!
La catacresi, ossia l’immagine non ha alcun referente dietro di sé. Il corpo è ovunque nella parola. Nessuna realtà di riferimento che non sia della parola. Nessuna profondità, nessuna spazializzazione della parola. Fra le immagini della percezione ordinaria e quelle dei sogni è impossibile istituire una differenza originaria che non sia della parola.
Conseguentemente, la percezione ordinaria non può fornire alcun supporto alla pragmatica; non consente di stabilire alcuna regola per l’incontro con l’oggetto. Il tempo è il limite, la barriera. La temporalità dell’Altro. Un limite che rappresenta un’opportunità. Accedere alla temporalità dell’Altro per giungere alle cose. Quindi separazione, distacco, anziché copulazione. L’armonia non è con il mondo ma con l’Altro. Il concetto non può afferrare la cosa. Impossibile copulare con il mondo. Poiché le cose stanno nella parola e non nel concetto. La parola è tale nella differenza, e anche il tempo che non è misurabile, governabile, catturabile.
Un’immagine richiama il passato. Con prepotente, sorprendente esattezza. Ma è l’accesso alla parola originaria lo scoglio con cui confrontarsi, non il passato che in quanto tale non è mai esistito. L’immagine precisa, quasi nitida, s’impone. E’ situata nel racconto quanto più è nitida e precisa. E il racconto non si affaccia sullo sfondo di un’altra storia possibile che lo conterrebbe. Ciascun sogno è singolare. Il tempo è il racconto e anche l’immagine con cui si avvia questo racconto è relativa al tempo del racconto, ossia l’immagine è attuale. Ora come allora. L’immagine si tesse nel racconto facendosi e disfacendosi. Anche l’affetto che essa veicola parrebbe essere proprio quello a sorprendere, come se fosse di allora. Ciò che nella veglia parrebbe essere fatalmente perduto si riaffaccia prepotentemente nel sogno. L’affetto però non è che il senso, un effetto del racconto.
Ciò che appare esterno procede da ciò che appare interno. Strana espressione questa! Cosa ci mostra questa espressione? Da ciò che appare interno, cioè dal corpo. Ogni cosa, dunque, procede dal corpo. Il corpo è ciò da cui le cose nascono e divengono. Ciò che appare interno od esterno è precisamente definibile dal limite del corpo. Un limite non originario. Allora, il corpo è l’esito di ciò che nasce dalla frase e dalla parola, non dall’Altro. Quando siamo nell’Altro il corpo si manifesta come evento.
Che cosa ci resterebbe senza il sogno? Senza la narrazione? Saremmo isolati nel pensiero del limite. Il nostro corpo come limite, costretti soltanto nei nostri pensieri che vertono unicamente intorno a questo limite. Il limite sancito dal pensiero, pensiero sul corpo, pensiero sulla realtà contrapposta al corpo; questo è il pensiero nevrotico. Il limite della realtà e del fatto.
L’intervallo che preserva la parola, il tempo della parola, il distacco dal mondo, l’Altro. Altro tempo, senza spazio, senza misura, senza alcuna sincronia, senza presente.
La catacresi è il modo della regressione, l’unica possibile regressione del sogno. Regressione all’infanzia nella parola, all’infanzia della parola. Nessuno sbalzo temporale da compiere, né alcun tempo passato da ritrovare che non sia quello tratto nell’invenzione della parola. Dalla catacresi. Il corpo non giace nel tempo lineare, non lo subisce. Il corpo non trascorre nel tempo. Anche il sonno non si contrappone alla veglia. Non vi è alcuna deficienza, assenza di canone o di regola nel sonno. E’ dunque il sonno che trascorre il corpo. Perché no?
Il corpo che giace nel sonno è dissolto nell’Altro. E non esiste prima; il corpo non è mai esistito. E’ il sogno che compie la narrazione e che istituisce il tempo ciascuna volta.
Viaggio nel sogno, viaggio nel tempo della parola, è il viaggio della nostra vita. Così, l’universo non esiste separato dal sogno, comincia a esistere nel tempo del sogno. Non c’è l’universo da una parte e la catacresi dall’altra. Ma nella catacresi l’universo è immerso. E se l’universo non è che un fiore di retorica, le galassie più lontane saranno anch’esse nella parola. Originaria la catacresi: le galassie della parola.
Allora il mondo si presenta in versi: non più universo, non più un solo verso (come annota un nostro giovane amico poeta). Con il paradosso che persino la rima è appropriata a definire l’universo. Che non esiste alcun universo senza la rima dei versi.
E’ curioso. La rima lascia apparire l’universo, ma lo rivela proprio perché lo sfata. Perché smaschera l’abbaglio della sostanza. La retorica, quella stilistica ma anche quella metrica, punta a manifestare l’Altro. A mettere in questione differentemente il senso, soprattutto a dissolverlo. Anche la rima o l’accento. Elementi soprasegmentali o prosodici della lingua che svolgono la funzione di spostare l’attenzione sulla materia della parola, stornandola dal senso. Dissolvendo il senso. E’ perciò che rima e accento svelano qualcosa dell’universo; dissolvendolo paradossalmente in un multiverso.
E non c’è alcuna relazione possibile con il corpo. Come abbiamo notato in precedenza, la relazione è di parola e pertanto è originaria, quanto mostra benissimo la catacresi e dunque il sogno. Essa piuttosto esige l’astrazione. Si parla di relazione erotica, ma questa è prodotto della frase e di un’astrazione irrealizzabile. I nostri ricordi più vivi sono quelli semplicemente in cui a noi pare più intensamente che sia implicata la sensazione corporea. In questo il sogno supera di molto la capacità dei pensieri della veglia. Ma si tratta ancora di memoria, memoria e dimenticanza, di catacresi, ossia di un corpo che rilascia l’emozione nel suo abbandonarsi in balia della parola originaria. Il percorso inverso, che è quello dell’affetto, dalla parola al corpo, dalla parola alla rappresentazione, è quello dell’erotismo.
Che la relazione originaria non sia con il corpo, è dimostrato ampiamente dalle nuove, cosiddette, forme di dipendenza. Come se fosse possibile dipendere da un gadget, allora si assegna la colpa allo strumento. Ma no! L’esperienza se mai dimostra che ci si innamora del fumo dell’altro, che ci si innamora solo del pleonasmo, del superfluo, del dissolvimento, di ciò che scorre sopra, che ci si innamora nell’astrazione. Dimostra che ci si può anche innamorare follemente chattando o con qualche messaggio telefonico. Si può cogliere allora con precisione l’origine e l’instaurarsi della relazione. Relazione che diviene dipendenza (affettiva) soltanto nel momento in cui l’Altro smette di funzionare per ridursi a un significante, a una frase.
La relazione è tale perché irrelata. Si radica sul nulla che la fa avvenire. Questo nulla è ciò che chiamiamo l’oggetto della parola. Ma l’oggetto quale suo prodotto. Il sembiante. Non già l’oggetto come dato, o come corpo.
Il corpo è presupposto. E’ l’oggetto come dato. Perciò è più di una supposizione quella di considerare che le cose procedono dal corpo. Il corpo originario nella parola non è una cosa. Si oppone soltanto alla scena. Dal due al tre. Scena e corpo nella parola. Il sogno lo indica con precisione. Allora, il resto, le cose pervengono dal sogno.
Affermare che le cose procedono dal corpo non è in contraddizione con l’asserzione che le cose procedono dal sogno. Anzi, è questa la contraddizione. Nel loro momento sorgivo, le cose richiedono la rappresentazione, che le fa apparire “tante” ma esigono il sogno per diventare, ovvero tornare a essere, “quante”. L’unicità o la pluralità, che è un modo di pensare le cose, non è proprietà originaria.
Se vogliamo, il corpo è la cosa originaria nella rappresentazione, non ancora una cosa, non ancora un corpo. Il corpo non esiste senza il due.


Lascia un commento