Compito di matematica 2 + 2 = 5
Seminario del 20. 11. 2008
Come cavalcare le onde della parola? Se le onde stesse sono nella parola? Se la loro cadenza è originata dalla prosodia di un nome e se la linea del loro sviluppo è controllata dalla rapsodia del significante? Come cavalcarle se il loro ritmo richiede un continuo spostamento, richiede il movimento, laddove il movimento è reso impossibile in assenza del loro ritmo? In altri termini, come lasciarsi trasporre nella melodia dell’Altro?
Sono queste, all’incirca, le domande più frequenti che mi sono rivolte dall’analizzante che abbia iniziato da qualche tempo il suo viaggio. Se l’Altro è originario, o c’è o non c’è. E questa parrebbe un’obiezione inoppugnabile alla clinica della parola.
E’ soltanto a suo capriccio che interviene nelle vicende umane? Questa domanda non è nuova nella storia dell’umanità, risuona come una domanda che risale da molto lontano, variamente formulata lungo i secoli. La provvidenza dell’Altro è influenzabile in qualche modo dal nostro agire?
Attivare la realtà, cavalcare le onde della parola, significa attivare l’Altro, ma non trovare una soluzione alla vita. Poiché, invero, è questa la vita. Non ci resta che l’analisi; ossia l’assenza di soluzione, la cancellazione della soluzione. Se nessuna realtà precede l’Altro che è davvero originario, non resta che appigliarsi all’esperienza della parola, non ci resta che indagare il modo in cui l’oggetto si offre a noi nella parola. Nome, significante, Altro; come attivarli e farli funzionare nel racconto? Ecco forse, la domanda più stringente sulla vita. L’oggetto nella parola si specifica per questi modi di apparizione. Nessuna sostanza soggiacente; indivisibili, atomi, sono soltanto lo specchio, lo sguardo e la voce, e pertanto occorrono i dispositivi.
Qui si precisa la definizione di dispositivo: è dispositivo qualsiasi condotta che consente di attivare il sembiante, vale a dire, di ricondurlo alle sue funzioni. Dispositivo è quella pratica che del sembiante consente di isolare l’oggetto (specchio, sguardo e voce). Dispositivo è quella pratica che consente la tripartizione del sembiante. Ci siamo, dunque, trasferiti dal due al tre; dalla differenza originaria alla tripartizione del segno e del numero stesso. Ecco il dispositivo. E con il dispositivo il nostro agire diventa pragmatico. Questa è la clinica del sembiante.
Abbiamo dunque i dispositivi, la scrittura, la lettura, la conversazione e, fuori di metafora, sono queste le onde della parola. Occorre in qualche modo spostarsi per andarle a cercare, non desistere dal cercare l’onda giusta, per altre coste marine, occorre impegnarsi nel cavalcarle queste onde.
I dispositivi sono gli strumenti che ci diamo per consentirci l’abbandono. Affidarci all’Altro, in effetti, è simultaneo a un abbandono. Almeno appare mutata la nostra domanda secolare: non più come affidarci all’Altro o, peggio, attendere che l’Altro provveda, ma come reintegrare le funzioni del sembiante, ovvero come abbandonare l’adesione senza riserve a taluna fra le funzioni a scapito delle altre.
Il lavoro che compie la ragione che alimenta la nostra attesa o la nostra speranza, infatti, è proprio quello di rappresentare la funzione: di specchio o sguardo o voce. L’accentuazione delle singole funzioni è strettamente collegata all’uso della ragione. Dall’accentuazione derivano i diversi discorsi che abbiamo più volte isolato. Fino al discorso d’occidente, al cosiddetto fantasma materno.
I dispositivi sono validi soltanto qualora ci consentano o ci costringano all’abbandono. Abbandono vuol dire lasciare che il sembiante funzioni. Non più accentuazione: solo metafora, solo metonimia o solo catacresi, ma metafora, metonimia e catacresi. Per integrazione. Senza calcolo, senza somma né sottrazione; senza algebra. In effetti, essendo le funzioni originarie, anche il numero è nella parola.
A ben vedere, il trauma è proprio l’impossibilità dell’abbandono. L’evento di qualcuno che viene a mancare è traumatico perché non consente l’abbandono.
Come fare del sogno un dispositivo? E’ possibile certamente, è questo il dispositivo per eccellenza; questa è l’analisi. L’invenzione freudiana è: il sogno in quanto dispositivo. Il sogno, la cui condizione è l’omphalos, l’ombelico, la corda ombelicale da cui piove la nostra luce. La condizione del sogno è l’ombelico, l’oggetto insituabile, il foro. E tale, cioè insituabile, massimamente si rivela nel sogno. La luce profetica del sembiante. La luce non piove dall’alto, dal basso, o da qualsiasi luogo definito fino a me che starei da essa distante. La luce si muove ed è mossa, e quando la luce interviene anch’io sono nella sembianza. E’ simultanea al movimento. La luce è simultanea rispetto ai luoghi che essa ci permette di scorgere. Quasi come se li facesse esistere in quel preciso momento.
Senza l’Altro non riusciremmo a spostarci, a guidare, a compiere qualsiasi azione: senza l’Altro non riusciremmo a contare. L’uno sarebbe immediatamente e soltanto un primo. Non è l’ordinale che ci aiuta nello svolgimento della nostra vita quotidiana, non è il calcolo, perché il calcolo è fondato sull’errore e dunque l’errore precede il calcolo. Anche la menzogna. Assurdo calcolare la posizione del sembiante!
Il numero ordinale (primo, secondo, terzo….) si situa nel registro sintattico e frastico della parola. Si presenta come aggettivo e presuppone dunque un riferimento alla sostanza esterna benché questa si presenti come variabile neutra. L’ordinale suppone una sostanza soggiacente e dunque non il due originario, ma la duplicazione. Suppone l’uno che si divide in due. Siamo nella rappresentazione. Se nessun oggetto è già ordinato in una serie, l’ordine è istituito dal discorso. Siamo nel campo della verità istituita, per cui della menzogna garantita.
L’esattezza dell’equazione aritmetica è fondata su un giudizio frastico. Senza la dimensione ordinale della parola nessuna equazione è veritiera, ma anche, nessuna equazione è menzognera. Nella dimensione ordinale del discorso, un’operazione matematica è vera o falsa. Se è vera è falsa e se è falsa allora è vera. Si presenta nell’alternativa: verità, menzogna. Soltanto l’Altro non mente.
Per far emergere la cardinalità dell’oggetto, che è oggetto nella parola, occorre l’intervallo, la sospensione dalla sostanza, il transfinito della parola, che non consente alcun punto conclusivo alla frase, all’espressione matematica. Il numero cardinale (1,2,3,…) è originario e non è contabile.
Occorre introdurre l’errore di calcolo nell’espressione matematica (legittimare 2 + 2 = 5) per reperire l’originario della parola. E’ il lapsus freudiano. L’astruso originario nella parola.
Se il sembiante rimane inafferrabile, come tentare di farne esperienza e, prima ancora, come motivare la supposizione della sua esistenza? E’ per la funzione dell’oggetto nella parola che posso farne esperienza, e per via della cifra della parola, dal due al tre, dal corpo alla scena, alla proprietà di specchio, sguardo e voce. Il sembiante dimora nell’altrove, velato dalle sue stesse funzioni. Inutile qualificarlo se non per negazione, se non risalendo lungo le sue funzioni. Posso farmene un’idea mediante l’idea delle sue funzioni per cui esso si rivela sempre non identificabile a questa idea; cioè il sembiante non è Tu, non è Io e non è Lui.
Posso sperimentarne l’efficacia nel momento in cui ne attivo le proprietà, di specchio, sguardo e voce. Per esempio, con la scrittura. Particolarmente la voce, per esempio, con la preghiera; particolarmente lo sguardo, per esempio, con il rischio dell’espormi al pubblico; lo specchio, con la conversazione. Queste, in definitiva, le proprietà che dovranno spettare ai nostri dispositivi.
Nel sogno è come se, inavvertitamente, fossero in esercizio silenziosamente queste sue funzioni. Non Io, naturalmente, non Tu, non Lui. C’è confusione a livello dell’idea. L’ombelico del sogno, inafferrabile e condizione stessa del racconto, è ancora una figura del sembiante. L’ombelico del sogno è la condizione sia della dimenticanza che del sogno e inoltre è condizione per cui dimenticanza e sogno simultaneamente sono in atto.
La dimenticanza del sogno esprime questo potere di inafferrabilità del sembiante. Il suo inesorabile sottrarsi alla ragione in favore del racconto. La condizione di sussistenza della funzione di specchio, sguardo e voce richiede la sussistenza del sembiante e quindi il non, la dimenticanza. Anche l’oblio del sogno.


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