Per la sessualità non bastano metafora e la metonimia: occorre la parabola, il sogno
Seminario del 27.11.2008
Quanto segue può leggersi anche come una critica rivolta al lacanismo di scuola. Sostituire la funzione vivificante del nome con la credenza nel nome del padre vale infatti a imporre il registro metonimico della parola (per la fissità del nome) condannando la teoria a essere integrata nel sapere ideologico e dogmatico della nostra epoca.
Il racconto è la riserva prodigiosa degli umani. Anche la scienza senza racconto si riduce a epistemologia, a vano discorso sul sapere. Allontanare il racconto ai margini della vita intellettuale, depurare la teoria dal racconto in osservanza al canone di una presunta oggettività supposta al discorso scientifico, è la manovra ideologica che si è sempre accompagnata alla cancellazione della sessualità. Occorre infine constatare che la scienza e la sessualità non si escludono vicendevolmente.
Quando la teoria espelle il racconto, diviene canone ideologico, vuota ripetizione di formule e di schemi. La formula, che nasce come cifra della parola e che non può prescindere dalla figura dell’ossimoro, si rifiuta di assurgere a universale, non sopporta di abbandonare la propria singolarità e non può prestarsi a supporto per qualche visione del mondo, essa non si presta a diventare ideologia. Paradossalmente la funzione della formula scientifica è proprio opposta a quella che vorrebbe assegnarle l’epistemologia: anziché nell’universale, la formula si giustifica nella propria singolarità.
Come il racconto, la teoria si sviluppa nutrendosi della propria singolarità, dell’invenzione incessante. Questa è la condizione della sua sussistenza. In definitiva, ciascuna formula del sapere scientifico non fa che limitarsi a scrivere, cioè fissare il fraintendimento che è nel racconto. Questo concerne anche la sessualità. La teoria non ha dinnanzi a sé alcun discorso al quale sostenersi, ma l’errore di calcolo, l’inciampo, proprio come la sessualità. Singolare anche l’esperienza della sessualità; nell’ordine dell’evento.
La sessualità è il modo di funzionamento del pensiero nella differenza originaria ed è il modo in cui si profila l’oggetto nella parola. Essa richiede il racconto originario, la parabola. Ciò che incessantemente deborda dalla parola, oltre la metafora, oltre la metonimia.
Se la sessualità è concepita come un atto finalizzato, specialmente alla procreazione, e dunque è rescissa dall’Altro, allora è rappresentata; essendo ideologicamente asservita al concetto e al discorso non può evitare il ripiego nell’erotismo. La sessualità richiede la libertà dal concetto, la dimensione pragmatica e l’invenzione del tempo; il tempo dell’Altro. Questa annotazione è da articolare anche in senso più ampio.
Fra sessualità e narrazione sussiste uno stretto rapporto. Intanto potremmo dire che entrambe si reggono in quanto escludono il finalismo. Il racconto si scrive nella contingenza e si avvale delle risorse della retorica. Nel racconto la trama è certamente più importante del finale, comunque lo si voglia pensare; triste o lieto. Il racconto si dispiega fra la deduzione del nome (godimento, metafora), la seduzione del significante (desiderio, metonimia), per approdare al piacere nella pragmatica.
Un bel racconto, un libro dal quale non riusciamo a staccarci, che non vorremmo mai finire di leggere, non affida certo le sue pretese di seduzione soltanto al finale. Anche un libro giallo, un romanzo poliziesco, che potrebbe sembrare una lunga premessa alle poche pagine in cui viene svelato l’enigma dell’assassino, quale valore prenderebbe se vi fosse amputata o semplificata proprio la trama complessa delle vicende che precedono la svolta conclusiva?
La sessualità, allo stesso modo, non è finalizzata alla riproduzione. Padre, madre e figlio sono anch’esse funzioni in atto nella parola e non possono essere tolte e isolate dalla parola. Gli antichi ne erano ben consapevoli quando s’interrogavano sulla trinità. Funzione di padre, ossia rimozione e metafora; funzione di figlio, ossia resistenza e metonimia; infine, funzione di Altro, catacresi, la traccia della parola debordante che costituisce l’unico orientamento affidabile: è questo lo spirito (santo). Nessun finalismo al di fuori della parola. La sintassi è l’unica costrizione a cui l’atto umano sia tenuto a sottomettersi. Anche per essere un buon padre o un buon figlio, una buona madre. Nessuna finalità estranea o superiore che non diventi presto ideologica e dogmatica, che non lasci che si riaffacci di soppiatto il fantasma materno. La legge è legge della parola e come tale va rispettata.
E un figlio è letteralmente inviato da Dio, nel senso che richiede una funzione di padre in esercizio. Un buon figlio succede a un buon padre soltanto se è in atto la funzione di rimozione nella parola.
Senza la funzione di Altro siamo cadaveri. Nessuna sessualità possibile. L’Altro è la sessualità. L’Altro mi permette di attivare la metafora, in quanto metafora (godimento), la metonimia in quanto tale (desiderio) entrambe nella catacresi, nel debordare della parola. Una metafora, per considerarsi all’altezza del compito di produrre il godimento e dunque per essere un’autentica metafora, una metonimia, per sostenere il desiderio e dunque per essere autentica metonimia, pretendono l’Altro.
La comunicazione si mantiene soltanto con il vischio della sessualità e dell’Altro, soltanto l’influenza dell’Altro la sostiene. Essa scaturisce dalla relazione originaria che peraltro è fondata sull’inconciliabile. Impossibile comunicare intendendosi sul che cosa. Il che cosa contrassegna piuttosto l’estinzione della metafora e corrisponde alla metonimia rappresentata come un assoluto.
Senza l’Altro, la lingua è estinta e siamo cadaveri. Il che cosa non è che la fine miseranda dell’oggetto nel fantasma materno, l’oggetto ritenuto afferrabile. O anche la sostanza.
Due episodi relativi a due racconti, segnatamente, il primo per bocca di una giovane analizzante che lamenta le sue difficoltà nei rapporti con l’altro sesso. Ella trascorre le sue giornate digitando freneticamente sul cellulare, tempestando l’interlocutore di turno con sms, molto concisi, però, a suo dire, molto poetici, molto ispirati. Comunica soltanto con bellissime metafore eppure “non attacca”. I messaggi scambiati sono inesorabilmente infettati dall’equivoco e presto interviene la lite con un movimento catastrofico inarrestabile. E’ sempre la prima ad arrabbiarsi e a interrompere la comunicazione.
Il secondo racconto è relativo al lamento di un giovane, invaghito di un’amica che ha tutta l’intenzione di rimanere tale almeno per lui. Trascorre il suo tempo a inviarle interminabili mail, nelle quali si dilunga per pagine a dettagliare ogni minimo moto della sua anima e a tenerla scrupolosamente aggiornata sugli episodi più irrilevanti della sua vita. Anche in questo caso ovviamente “non attacca”.
Ecco la giustificazione del nostro titolo per il seminario di questa sera. Metafora e metonimia non bastano.
Possiamo aggiungere che, così come si gode, allo stesso modo ci si arrabbia, si perdono le staffe per la funzione di un nome, e che è proprio per evitare la funzione equivoca del nome, che il nostro nevrotico ossessivo si fa tanti scrupoli e si dilunga all’infinito aderendo tenacemente alla metonimia del racconto.
Illudersi che un nome possa essere facilmente sostituito da un altro nome fino a trovare quello che si ritiene giusto o, diversamente, che un nome possa valere come unico per la presa sull’oggetto; entrambe le strategie sono inefficaci.
Il godimento irrompe per un nome che insistentemente s’impone. Sempre quello. Per questo l’ossessivo è immerso nel godimento. Nell’isteria occorre trovare il nome giusto che non giunge mai. E anche il godimento è sempre differito, sempre altrove.
La distinzione che può sembrare pragmatica fra atto sessuale e masturbazione è un rovello dei sedicenti sessuologi (e anche di molti psicoanalisti). Nessuna possibilità di definire il sintomo a partire da questa distinzione perché essa non è originaria. Nell’atto solitario come nell’atto partecipato è sempre in relazione alla posizione di un nome che interviene il godimento e anche il sintomo sulla sua scia. La sessualità è nella parola e il destino della sessualità è dipendente dalle vicende della parola. Il simile con cui posso intrattenermi nel rapporto sessuale vale in quanto Altro o in quanto supporti le funzioni del sembiante. Vale in quanto non sia soltanto specchio, soltanto sguardo o soltanto voce. Nella masturbazione certamente qualcosa è fissato, è rappresentato e siamo quindi a rischio di erotismo. Ma soltanto per un’alterazione, per una fissità delle funzioni del sembiante.
Il godimento interviene nell’equivoco. Per diffrazione del nome. Il nome è quello, ma non è quello, eppure sembra proprio quello. Illusione che lo specchio sia speculare, illusione d’immobilizzare la funzione di specchio: questo è il godimento. La risposta che per un attimo almeno sembra essere assicurata. Pur essendo altrove.
Il godimento è una funzione della parola, esige anche il rinvio, la diffrazione, cioè il desiderio. Il desiderio in quanto promessa di godimento. Quando si parla di metafora, metonimia e catacresi, nome, significante e Altro, non si può intendere nessuno fra questi che sono registri della parola, senza l’Altro. Ovvero, la tripartizione della parola non è originaria; dal due al tre.
Il sembiante è il dispositivo, è l’oggetto che consente la tripartizione della parola. Specchio, sguardo e voce.
La credenza nella comunicazione possibile, depurata dal malinteso e dalla sessualità che ne sono la condizione, comporta necessariamente l’impotenza dell’analista di scuola, il quale non è in grado di affrancarsi dal luogo comune sulla sessualità e di prestarsi all’ascolto indulgente. Quali sono gli impedimenti nella pratica dello psicoanalista di scuola? Il suo non intendere che non può esservi verità senza malinteso; il suo attribuire all’Altro, rappresentandolo, l’errore (credenza nel peccato); infine non accorgersi per nulla che la sessualità non è inscrivibile in alcun progetto o fine al di fuori della parola. La sessualità richiede l’influenza dell’Altro e il malinteso. E questa è l’unica comunicazione efficace.


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