I PROBLEMI “MENTALI” DEL TENNIS – Gianluca Delmastro
Gianluca Delmastro
Intervento al Seminario di Gabriele Lodari “Per la sessualità non bastano metafora e metonimia: occorre la parabola, occorre il sogno” tenutosi il 27 Novembre 2008
Nelle peripezie della vita ho praticato molti sport. In alcuni mi sono cimentato a livello agonistico in maniera continuativa. Tre anni di calcio quando ero ancora pulcino o poco più, atletica leggera nell’età dell’adolescenza e bob nell’età adulta culminato anche con cinque anni di professionismo. Il labirinto di ghiaccio ha lasciato il testimone ad un altro labirinto, ad un’urgenza di nuove esperienze; tra queste il tennis, che mi ha anche fornito l’opportunità di cimentarmi come preparatore atletico.
I primi tempi non furono facili, trovarmi nella parte dell’allenatore mi costringeva ad andare oltre lo sguardo degli allievi, non più con un urlo come in quei cinque sei secondi di spinta, ma mettendomi in gioco con la parola. Non era più il cronometro a parlare, e tutte le critiche e le ricerche dell’allenatore giusto, ideale, ritornavano come a dirmi: “Adesso tocca a te, vediamo com’è questo allenatore ideale!”.
All’inizio trovavo estremamente difficile avere a che fare con i ragazzini, ma ora, dopo tre anni, trovo piacevole allenarli; forse ci so più fare, ma soprattutto imparo e mi stupisco di loro, oltre che gratificarmi nel vedere i loro miglioramenti in ambito atletico. Un paio di loro, approdati alla under 16, intendono fare qualche anno di agonistica seria, e lì la sensazione che per far sì che nei ragazzi ci sia crescita occorre che ci sia scuola . Scuola da intendersi come qualcosa che va oltre l’edificio dal quale può anche darsi che esca qualche campione di tennis (con il quale magari ritornare a girare il mondo anche in posti dove la temperatura media non sia meno dieci gradi); l’essenziale perchè quell’ambito sia scuola è che sia formativo per i ragazzi e per chi occupa la parte dell’insegnante, del maestro, dell’istruttore; ambito formativo per ciascuno, nel senso che la formazione sarà sempre in atto per chi si allontanerà dalla scuola, come per chi avrà l’opportunità di fare quei dieci quindici anni di attività agonistica, per chi si troverà ad occupare a sua volta la parte del maestro, per chi aprirà un’altra scuola, per chi seguirà la strada aperta dagli studi che ha frequentato, per chi si farà una famiglia e quant’altro.
La curiosità e la necessità che l’esperienza sia sempre da scriversi perché inacquisibile una volta per tutte, non imparabile su un libro, non comprabile, nè vendibile, sono i valori che devono inconsapevolmente passare.
L’unico sapere possibile è la consapevolezza che la realizzazione per ciascuno è nel fare nell’occorrenza, qualsiasi cosa occorre fare, sostenendo l’apertura per cui le cose non si possono volere, ma dove il miracolo accade: la leggerezza di un fare leggero, poetico, precario, entusiasmante nelle vicissitudini della vita.
Tutto ciò il tennis, più di altri sport, lo presenta da subito a chi intraprende una strada agonistica.
Non basta il maestro e gli apprendimenti tecnici, non basta la preparazione atletica, perché c’è quella componente chiamata “mentale”, l’affinamento della quale non è così facile. Tal componente può dirsi nelle ore che può durare un incontro, nel trovare lo sguardo del pubblico infastidente, in un particolare pubblico non sopportabile, nell’incantarsi sui colpi effettuati, nel non riuscire a trovare la concentrazione, nell’arrabbiarsi furiosamente, nell’essere influenzati dagli atteggiamenti dell’avversario, nella paura di vincere o di perdere, nell’accorgersi che l’appellarsi alla frase “non riesco perché non lo voglio, perché non ci credo abbastanza” non è abbastanza, nelle tante ore di allenamento che possono facilmente far cadere nella noia della ripetizione, nella difficoltà di trovarsi solo durante la partita.
Questi ed altri termini potrebbero essere oggetto di articolazioni, di elaborazioni molto interessanti all’interno della stessa scuola, a ciascuno il compito di raccoglierle nel proprio diario.
Ma quello che conta non è vincere, perché non si può programmare di vincere Wimbledon, ma Wimbledon potrà accadere che si vincerà, senza sapere per chi lo ha vinto il come, quasi si è vinto come evento distaccato dall’individuo, oltre di se.
Quello che conta non è vincere, ma essere nella partita, anche se si perde è importante che la partita sia dispositivo per altri accadimenti, per altri interessi, sia propulsiva per la scrittura dell’esperienza.
Questo ciò che accade nella poesia, nella poiesis, nel fare, nell’essere nel fare e quindi nel non essere soggetto pensante.
Questa la domanda: come giungere in questa condizione di sogno dove il tempo cronologico non tiene più, non ha nessuna rilevanza, ma il tempo è il ritmo degli eventi che accadono nell’imminenza?
Può funzionare essere cattivi o aggressivi con l’avversario?
Come giungere a sentire l’avversario non avverso ma come colui che mi fornirà le palle per fare dei bei punti, per acquisire uno stile, come colui che mi consentirà di sentirmi solo?
Come sentire la solitudine come condizione indispensabile per la riuscita?
Come vivere un match come lo spunto per proseguire il diario?
A ciascuno le proprie elaborazioni, a ciascuno i propri racconti, a ciascuno il proprio diario, perché la risposta a queste domande non c’è e non è nelle tasche di nessuno; l’importante è giungere ciascuno a formularle, ad elaborarle, a rilanciarle a modo suo, a contestualizzarle come interrogativi che scorrono in un itinerario narrativo.


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