I tentacoli del desiderio affondano nel sogno
Seminario 11.12.2008
Occorre pur ribadire che non bastano i cartelli (peraltro quasi scomparsi), ancor meno la passe (vano tentativo di assoggettare il racconto all’intersoggettività e alla logica presunta originaria) – i quali dovrebbero funzionare per l’appunto nella scuola sedicente lacaniana – ancor meno i corsi o, in generale, l’insegnamento ad assicurare una clinica del sembiante e di conseguenza l’esistenza della psicoanalisi. Occorre invece il sembiante nelle sue funzioni e ciascuno dei dispositivi ora elencati non può essere sufficiente a garantirlo se è l’esperienza della narrazione (che raccoglie particolarmente la lettura e la scrittura) a venir meno. Anzi, talvolta ne compromette fatalmente l’esistenza. In senso più ampio, è indispensabile la narrazione per il rigore etico, sia nella clinica che nella vita. Senza supporre alcun limite o differenza prestabilita. E la psicoanalisi risulta efficace e ha il diritto di chiamarsi tale soltanto finché è immersa nella vita.
Non c’è più inconscio, non c’è psicoanalisi, se a mancare è la catacresi, che per molti versi è la grande negletta dalle varie scuole e correnti post-freudiane. Le quali sopravvivono ingenuamente nell’illusione ideologica che si possa garantire un fondamento (unico) a qualsiasi scienza escludendo la singolarità del racconto e del sogno. La loro, infine, non risulta per nulla una scienza, ma una vuota epistemologia che finisce inevitabilmente per uni-formarsi nel dogmatismo: nelle parole d’ordine, negli slogan, oppure, per quanto concerne particolarmente il lacanismo di scuola, dibattendosi e riparando dietro alle sciocchezze spacciate come oracoli con la retorica discorsiva. Il racconto è la sola condizione indispensabile anche per un autentico atteggiamento scientifico.
Soltanto quando è in atto la catacresi il corpo si scioglie dalla paralisi o dalla costrizione dell’agire ed è consentito il movimento libero nella parola. Il ritmo e la danza nell’invenzione della parola; il corpo libero. Senza la catacresi, nessun movimento che non si concluda nello scontro o nella paralisi. Ovvero, nell’ipnosi, nella suggestione o nell’illusione della comunicazione possibile. Avviene allora, nonostante i dispositivi, che si finisca per convergere rappacificati sotto l’egida dell’Uno, nella nevrosi istituzionalizzata e facilmente considerata debellata.
L’esperienza umana è esperienza di vita nella parola e questa esperienza possiamo aggiungere che si svolge esclusivamente nel racconto, nel sogno.
Se volete seguirmi e mi sono accorto che lo state facendo con attenzione, qualcuno fra voi con dedizione, è molto semplice. Dovete fare piazza pulita del sapere, dovete fare piazza pulita del mondo. Dovete abbandonarvi a questo pleonasmo di un nulla che è quello che consente a ciascuno (di voi) di teorizzare e a ciascuno di seguire il proprio cammino. Il pleonasmo del nulla, che consente l’abuso, è un effetto ancora della dimenticanza nel sogno.
La catacresi ovvero l’abuso ovvero il debordamento. Non c’è alcun insegnamento possibile se non ci si trova nel debordare, poiché anche qui il limite non è già dato. Non c’è alcuna sfera chiusa del sapere come non esiste alcun insieme dei significanti finito. Se l’insieme non è chiuso, e non è chiuso, allora è impossibile insegnare le cose come stanno; sarebbe questo un limite rappresentato. Vano e impossibile chiuderlo, per esempio, con la supposizione dell’esistenza del significante del Nome del Padre. Impossibile con il nome del nome, che non esiste. Invece il limite si scrive ciascuna volta e lo si incontra soltanto nel debordare. Il limite, dovuto alla costrizione della legge, lo si incontra scrivendo, lo si incontra nella sintassi, nella frase e nella pragmatica, ciascuna volta.
Parlare del desiderio non è semplice, si rischia sempre di confondersi quando si affronta questo argomento. Proviamo a cominciare così:
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Abbiamo tracciato due linee verticali che individuano tre zone. Dal due al tre. Questo è un principio di schema. E’ uno schema, ma non è uno schema. Ecco la funzione di specchio. Il principio che si staglia nella parola. Qualcosa che è, ma non è questo qualcosa. Anche lo specchio è uno specchio, ma non è uno specchio (Ceci n’est pas une pipe; vi ricordate Magritte?). Occorre lo sguardo, la frase, affinché possa pretendere di diventare uno schema. Ma in questo modo non si fa che passare dall’indeterminato equivoco alla menzogna inequivocabile. Occorre assicurare il passaggio dal due al tre, affinché il due si riconosca come due originario. Nessuna funzione può darsi senza le due restanti. L’esistenza della funzione di sguardo consente simultaneamente l’esistenza di quella di specchio. Questo ancora non basta, anzi si rivela immediatamente vera o falsa, occorre che ritorni ad essere vera e falsa, occorre proseguire nel fraintendimento, occorre l’ossimoro, occorre dunque la voce. Abbiamo un bel restringere la frase, accorciarla all’inverosimile; impossibile evitare la menzogna. Ma occorre proseguire, occorre lo sforzo di proseguire nel fraintendimento. D’altronde, è l’unico modo per proseguire. La nostra strada è stretta e non ci sono alternative.
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Specchio Sintassi Nome |
Sguardo Frase Significante |
Voce Pragma Altro |
Teniamo fermo che rappresentarsi qualcosa vuol dire tornare indietro. Dal tre al due. Alla duplicazione supposta originaria. Vuol dire rafforzare la funzione di sguardo. E nello stesso tempo vuol dire tornare al presente. Rap-present-are. Vale a dire, è un modo per eludere la menzogna.
Il desiderio ha i suoi tentacoli che affondano nel sogno. Accogliamo la celebre definizione di Lacan del desiderio, in quanto desiderio dell’Altro, almeno per concludere che non è mai un soggetto a desiderare. Come si può definire la posizione invincibile di ciascuno che desideri davvero? Che sappia desiderare nel modo giusto?
Del desiderio non è facile parlare, dal momento che è anche la condizione di ciascun parlare. Lo abbiamo circoscritto nel registro dello sguardo, nella sua fase sorgiva specificamente identificato alla frase, ma qui si apre un interrogativo difficile. Il desiderio possiamo anche intenderlo come la strada inversa alla rappresentazione; è quella via stretta che può condurre ciascuno a sperimentare la vita miracolosa a partire dalla frase. In tal senso, il desiderio è anche la marca della menzogna, la sua assunzione paradossale. Per il desiderio occorre il dissolvimento del soggetto; ne possiamo costatare l’insorgenza nel dormiveglia, in quella fase che precede il sonno, quando trasformiamo i pensieri della veglia (le frasi o i fantasmi della veglia) in un racconto che si dipana in modo automatico, indipendente dal soggetto.
La condizione per l’accesso alla vita miracolosa del sogno e del racconto è appunto il dissolvimento del soggetto che alimenta il fantasma materno e la morte del desiderio.
La difficoltà che incontriamo nel fissare il desiderio si può sintetizzare in questo modo: se il desiderio procede dal registro frastico della menzogna come può essere una condizione per la vita miracolosa? Come può suscitare il miracolo? La frase nella quale, solitamente, il desiderio si trova costretto a degradarsi: desidero questo o quest’altro, è anch’essa contrassegnata dall’inganno, come tutte le frasi, e conseguentemente dalla disillusione.
Ciascuna frase, tuttavia, non è ogni frase, non è tutte le frasi possibili. Non è la frase innalzata a universale come avviene nel fantasma materno. Ogni frase esprime in effetti, piuttosto che il desiderio, il volere. Ossia ogni frase esprime un: voglio questo. Mentre ciascuna frase esprime piuttosto un: desidero questo. Il desiderio in quanto tale evidenzia sempre una singolarità e si affranca dalla generalità del tutto e dal fantasma di morte.
Per questo il desiderio è sempre un desiderio del soggetto mentre questi procede nel suo svanire. Contrariamente al canone delle scuole lacaniane, il soggetto non è mai singolare. Il soggetto è il residuo dovuto alla fissità sia della frase che dell’oggetto cui si contrappone, e finisce sempre per cadere nell’inanità del: voglio questo. Ma se interviene il desiderio, allora il questo verso cui il desiderio è proteso non è più un oggetto determinato, bensì l’oggetto della parola, il sembiante. Siamo dirottati per imboccare la via del sogno e del racconto. Allora il soggetto scompare. Ecco come la scomparsa del soggetto si pone quale condizione di esistenza del desiderio. Inoltre è la condizione della castrazione lungo il bordo della resistenza del significante. Che un significante cominci a resistere vuol dire che comincia a rinviare non più a un questo, bensì simultaneamente anche all’oggetto della parola, al sembiante. Ecco la metonimia del desiderio. Mentre in relazione alla rimozione del nome, e alla conseguente produzione di godimento, il rinvio consiste nell’annullarsi in un questo in apparenza perfettamente determinato, il questo cui rinvia il desiderio conserva la sua ambiguità. Continua a oscillare fra l’oggetto (rappresentato) e il sembiante. Nella frase che si chiude e si replica nel fantasma mortifero non troviamo più il desiderio, ma l’affetto che ne rappresenta la degradazione nel godimento. L’affetto in quanto rappresentazione del desiderio si esprime sempre come un imperativo ed è allora costretto a formularsi come un volere; un voglio questo. Ma l’affetto è il diniego del desiderio. Se è l’Altro a desiderare, è sempre un soggetto a volere.
La difficoltà nell’acchiappare il desiderio consiste nel fatto che esso si conserva soltanto su tale bordo della parola, reiterando l’indecisione fra il questo e l’oggetto della parola. Questa è anche la determinata indeterminazione da cui è appunto caratterizzata la comparsa sorprendente dell’oggetto desiderato in quanto evento, miracolo. La nostra esperienza si svolge sulla via che conduce dall’ambiguo all’ossimoro. Dalla menzogna e dal paradosso al malinteso.
Il questo lo si ritrova allora nel movimento di ritorno. Il questo che torna miracolosamente comparendo al nostro cospetto, è contrassegnato da una tale ambiguità: si pone come un questo determinato (dal momento che è atteso), ma nello stesso tempo permane avvolto dagli attributi ineffabili dell’ubiquità e inafferrabilità del sembiante, altrimenti non potrebbe comparire per nulla. Per qualche aspetto, il questo prodigioso è contrassegnato dalla onnipresenza e dalla non rappresentabilità. Come il tempo dell’Altro e del sogno, esso è fuori dal tempo, mentre, salvaguardando in qualche modo il questo (con la sua ambiguità) interviene con sorpresa addirittura in un tempo rovesciato al nostro cospetto. Da qui lo stupore da cui siamo pervasi per il miracolo, ma soltanto perché il questo si insinua nel tempo lineare che in apparenza soltanto è originario. E questo tempo si rivela ora fittizio e si appiattisce fino a scomparire.
Il questo del desiderio è in presa diretta con il transfinito. E’ come l’infinita serie dei numeri che possono essere accertati fra un numero intero e il successivo. Il mondo autentico, un po’ come fosse evocato dalla lampada di Aladino, si dispiega magicamente nell’intervallo infinitesimo sui margini della rappresentazione e del tempo, nell’adiacenza. E l’altro mondo si contrae, quello comune, così solido, così pieno e tanto esteso in apparenza, si contrae nello spazio e nel tempo, fugacemente si dilegua.
Il ciascuno nella frase è la condizione del transfinito. E’ condizione dell’accesso alla vita miracolosa. Il ciascuno non si oppone all’ognuno come la parte al tutto. Questo sarebbe nel regime del fantasma materno. Ma, l’ognuno è la degradazione del ciascuno. Il ciascuno è libero, in effetti, dalla contrapposizione fra la parte e il tutto, fra il qui e l’altrove, fra il prima e il poi.


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