Niente amore nè sessualità senza racconto

Seminario del 5.2.2009

Il percorso di un’analisi conduce a saperci fare con le cose. Strano ma vero. Non solo con le persone. Questa sedia è nella parola e voi pure siete nella parola. Se, muovendovi, voi sapeste ripetervi mentalmente (ma considerate in modo parodistico quanto vado dicendo) che abitate nella parola e che il vostro movimento molto spesso è contro la parola invece che essere guidato da essa e orientato, la vostra vita muterebbe direzione, anzi comincerebbe a riservarvi qualche lieta sorpresa.
Questa sedia è nella parola. Non occorre essere Van Gogh, arrischiarsi o spingersi ad accentuare nel delirio (cioè a fissare nella rappresentazione) questa sedia o il mondo intero per accorgersene. Per la psicosi il mondo, in varia guisa distorto, esiste ancora, per quanto essa sia confrontata in modo estremo con l’evidenza della parola. La psicosi avverte sulla propria pelle l’esistenza della parola, ma nella psicosi il mondo, pur minaccioso o frammentato o raggelato che sia, permane ancora intero nella parola, cioè il mondo persiste quale rappresentazione delle cose considerate come totalità ovvero come parti di un tutto. Come cose che, di conseguenza, obbediscono rigidamente a delle leggi inesorabili.
In ogni caso questo riferimento all’opera di Van Gogh dovrà essere corretto. La sedia di Van Gogh è una sedia sognata, una sedia che trapassa nel sogno dove, però, già esisteva prima di diventare un semplice mobile, un utensile. Essa è nel movimento temporale ma senza un orientamento prefissato: non sta trapassando dall’utensile al sogno (come potrebbe avvenire sotto l’effetto di una droga o tendenzialmente nel discorso psicotico), è in un sogno che sta producendo temporalità e racconto. Neppure sta trapassando dal sogno all’utensile come dovesse acquisire consapevolezza e coscienza. Queste operazioni hanno poco a che fare con la follia del sembiante, e quindi con l’arte. Sono invece l’estremo tentativo di forzarla o contrastarla. La sedia di Van Gogh non è semplicemente non separata o isolata da chi la sta osservando, essa rinvia anche a chi l’ha utilizzata, a chi potrebbe servirsene, a chi dovrà utilizzarla per sedersi. Quella sedia è nella temporalità istituita dal racconto che si sta svolgendo. E sulla tela la sedia non è più oggetto, ma sembiante.

Le cose esistono, e così pure voi, nella parola come “ciascuna”. Soltanto in quanto rappresentata, come parte di un tutto o come “tutto”, una parte del tutto può essere sollecitata a divenire “tutto” e a inserirsi in un meccanismo perfettamente regolato. L’universale è la spinta del discorso psicotico, quando si accorge che le cose sono nella parola. Una spinta all’universale. Allora Io posso diventare il tutto o il niente. Ma anche il niente è tale soltanto in relazione al tutto. In relazione al ciascuno abbiamo piuttosto il nulla, il nulla che riposa anch’esso nella parola. Il nulla è pleonasmo, è una produzione che segue all’attivazione dell’oggetto nella parola, alle funzioni del sembiante. Le funzioni del sembiante dissolvono il mondo, dissolvono qualsiasi rappresentazione e preparano all’incontro.

Questo preparare all’incontro non è semplicemente un predisporre a qualcosa che starebbe lì ad aspettare, immobile fuori della parola. Non è predisporre alla neutralità il ciascuno che incontra. E’ un lasciare accadere l’oggetto. Nessun concetto per afferrare l’oggetto, nessun modo per capirlo. Il dissolvimento ad opera delle funzioni del sembiante è operazione costruttiva; è questa la costruzione. Altrettanto, l’errore non è l’ostacolo che imporrebbe un arretramento, una retrocessione per un aggiustamento del rapporto con l’oggetto. L’errore è il modo dell’approccio con l’oggetto. L’errore non è semplicemente il non negativo, ma è l’operazione che indica il buon funzionamento del sembiante. L’errore trae l’ognuno al ciascuno. L’errore conduce alla frontiera del tempo, dove le cose non sono perdute, non sono afferrabili, non sono state, non sono e non saranno. L’errore mostra che le cose, così come gli esseri viventi, non stanno per nulla nel presente.

Recitare, pregare e poi parlare è allora un vagare di errore in errore; non è che un estrarre le cose dal presente, dal passato e dal futuro. E’ l’unico modo per farlo. Per poi ritrovarle nell’originario della parola. L’errore è di calcolo nel senso che mostra l’errore del calcolo. Le cose si presentano a noi come eventi sulla strada dell’errore.

Poiché le cose dimorano nella parola, il rapporto con le cose richiede un atteggiamento etico imprescindibile. Le cose non sono mobili o immobili per sé, ma sono tali nel movimento della parola. Saperci fare con le cose, guarire dai propri sintomi (l’ordine o l’eccessivo disordine, la condizione di deprivazione o l’ossessione per il possesso) non vuol dire soltanto curare il proprio fantasma. Il fantasma e la parola libera non condizionano il rapporto con le cose da un “esterno” separato, bensì esse, le cose, vi sono implicate.

Il fantasma non è il modo di appropriarsi delle cose o di perderle, ma è il modo in cui le cose si offrono a noi per suo tramite. Quello cui si riferisce solitamente la riflessione psicoanalitica teorizzando il fantasma, non è altro che ciò che definiamo “fantasma materno”. Immaginare che le cose siano sostanza e che se ne stiano separate dal fantasma. Le cose, in realtà, sono coinvolte nel fantasma. Il fantasma materno è il fantasma del tutto o della parte come parte del tutto. Espunta la dimensione etica del fantasma, espunta la frase come frase singolare. E le cose a noi si offrono nella singolarità.

Che si tratti di parole, di esseri umani o di cose, originaria è la relazione. Originaria la scrittura quale compimento delle cose. Ecco perché si scrive; per produrre il nulla in cui si rifrange nel malinteso il mondo scomparso. Il compimento è dunque il nulla. La scrittura è originaria e precede il mondo. La scrittura buca il piano del foglio dei segni del mondo, ciascun segno fuoriesce e finisce per inglobare la materia dello scrivere, penna, foglio, inchiostro, lettera o segno. Il segno e la materia dello scrivere non precedono l’atto della scrittura. Nella scrittura, che è rivelazione, il mondo si dispiega anche se immediatamente nell’errore. Allora noi possiamo dire come stanno le cose rovesciando la credenza di come erano prima della scrittura. Il mondo è rotondo, è la terra che gira intorno al sole e così via. Occorre anche considerare che non si dà rappresentazione alcuna prima della scrittura di cui essa, la rappresentazione, costituisce una fissazione. Mantenendo fissa la relazione scritta, il mondo ci appare per come tutti d’accordo lo crediamo. Chiamiamo questo la realtà, oppure anche la verità: è vero che la terra ruota intorno al sole e non viceversa. Ma siamo nella rappresentazione e nella credenza perché abbiamo fissato la scrittura e siamo nel paradosso anziché nel fraintendimento. Quando siamo certi di qualcosa allora possiamo stare anche certi che incontriamo il paradosso.

Soltanto il fraintendimento è senza paradosso? Non posso ovviamente rispondere: certo! Non vi pare?

Nel sogno non è presente alcun fine ed è per questo che la sessualità vi stabilisce, per dirla così, la propria dimora. Nel racconto del sogno la sessualità non è finalizzata alla procreazione e neppure al conseguimento del piacere. Non vi esiste il piacere come fine, ma in atto. Il racconto procede in relazione all’omphalos, al sembiante all’oggetto nella parola e vi è assente il tempo circolare o lineare. E’ questa la sessualità che dobbiamo ritrovare nella veglia per un rapporto che non ricada nella rappresentazione, ovvero nella riduzione al presente, ma che possa persistere nel racconto e nel sogno.

Altrettanto può valere per l’amore. Per l’amore, che anche nel suo sorgere era inscindibile dall’odio (però all’inizio un odio non transitivo) che diviene transitivo (conseguentemente affetto, erotismo, aggressività e anche noia), quando non è più nel ritmo temporale del racconto.

L’amore, inscindibile dall’odio, non è presente nel sogno, anche se si parla ovunque di sogno d’amore. O meglio l’amore nel sogno volge al suo destino per così dire, naturale, cioè alla sessualità. Nel sogno il sembiante è in funzione e non vi è consentita nessuna idealizzazione. Questo non vuol dire però che il sogno sia amorale, se mai è passibile di quel giudizio che Freud dà con riferimento alla libido del bambino, ovvero il sogno è perverso e polimorfo. Nella veglia l’amore sostiene l’etica nel registro della frase e la legge nel registro dello specchio, esprimendosi variamente come desiderio e godimento, ma soltanto nel pragma il desiderio incontra il suo compimento come soddisfazione.

Con maggior precisione dovremmo notare che nel sogno la legge si muta in perversione e l’etica in polimorfismo. I pensieri della veglia si tramutano nelle immagini del sogno. Queste immagini non sono mai fissa rappresentazione, il che significa che sia la legge come l’etica si dissolvono proprio nel momento in cui cominciano a funzionare. Quando parliamo di sintassi e di frase dovremmo anche qui precisare: la sintassi si rivela come tale sotto sguardo, dato che è soltanto nel momento in cui la inserisco in una linearità che, svanendo come traccia, si rivela come una processione o come orientamento dei significanti. Altrettanto diremo per la frase che si riconosce come tale quando è sorpresa dalla funzione di specchio che la rivela come finita e, quindi, come una fra le altre frasi possibili. Nel pragma, nel sogno, è difficile separare la sintassi dalla frase, anzi questo problema non si pone proprio; metafora e metonimia, condensazione e spostamento sono in atto.

Quando il sembiante funziona, come nel sogno, la tripartizione del segno ritorna a presentarsi come originaria bipartizione. Si ritorna all’originario, al due nella parola. La tripartizione del segno è dunque l’artificio necessario per far valere un Altro che rischia di non essere preso in considerazione nella veglia, per indicare l’altra possibilità, il terzo che ordinariamente è trascurato.

Per riprendere dunque la domanda che qualche settimana fa ci ponevamo, cosa mancherebbe al sogno rispetto alla veglia, oppure alla veglia rispetto al sogno, possiamo aggiungere ora che nel sogno il sembiante è in atto e che quando il sembiante è in atto la bipartizione sovrasta la tripartizione del segno, mentre nella veglia è piuttosto il segno ad essere in atto rispetto al sembiante.

Spregiudicato e senza ritegno il sogno. Un analizzante, il giorno dopo la scomparsa del padre, sogna di vederlo comparire accanto a sé e che lo sta osservando con sguardo di benevola accondiscendenza mentre è impegnato appassionatamente in un amplesso amoroso con la fidanzata.

La morte appartiene al discorso non alla parola. La morte come è affrontata in occidente oscilla sempre fra l’essere causa o fine delle cose e del mondo, ma il mondo è un’invenzione. La morte è nel discorso. Accade che, nel sogno, i morti risuscitano e ci appaiono vivi. I morti dunque ritornano vivi nel sogno, ma una tale espressione è ancora rinchiusa nella prospettiva del discorso, è nel discorso che i morti sono assimilati a cadaveri. Come si potrebbe allora dire qualcosa di diverso?

Senza il sogno, non solo ritornano come cadaveri, ma sarebbero sempre stati cadaveri. Per ciascuno, gli altri vivono nel sogno e muoiono nel discorso. Sono sempre transitati come cadaveri nel discorso. Che qualcuno sia vivo o morto lo posso affermare soltanto nel discorso. Invece il sogno è lì a mostrare che sono vivi soltanto nella parola, nella parola che non si staglia nel tempo, che non ha un passato alle spalle, né un presente davanti a sé, né un futuro dopo di sé.

Almeno questo possiamo dire.

Il discorso psicotico non pertiene al ciascuno, ma riguarda appunto il discorso. E’ una proprietà del discorso e non concerne l’inventiva del singolo che anzi da questo discorso si può trovare sommerso e totalmente condizionato. Il discorso psicotico, come il tempo dell’orologio o le norme che regolano la nostra vita sociale e collettiva ordinaria, non è appannaggio del ciascuno, ma incombe sull’intera società. Peraltro, una società, se è rappresentata, è pervasa da un discorso che ha più di qualche profonda affinità con il discorso psicotico.

Il discorso psicotico è il sogno controllato in modo ferreo da un ognuno (paranoia) oppure il sogno che pervade tirannicamente un ognuno (schizofrenia). Per dirla in altro modo, si tratta di sogni che hanno perduto il riferimento all’omphalos, al sembiante. Quali possono essere le implicazioni? Il sogno che è assorbito metaforicamente, congelando la funzione di specchio del sembiante, si ripiega a delimitare i confini di un mondo senza apertura cui l’ognuno non presuma di fornire un’apertura con la sola determinazione, cioè forzando il discorso a operare. Il discorso normalmente, nell’esperienza del discorso ordinario opera a scandire il tempo di ognuno nella nostra vita ordinaria (è il tempo che consideriamo erroneamente autentico sul quale fondiamo i nostri incontri, la comunicazione e ogni nostra azione o transazione; è il tempo che consideriamo efficace e che tale è soltanto se funziona come dispositivo che assicuri la parola autentica). Questo tempo è esaltato nel discorso psicotico, questo tempo è condotto all’universale, ma in realtà corrisponde soltanto a un primo momento dell’elaborazione del sogno. Il sogno, cioè, ha molte strade e molti rivoli e queste molte strade per aprirsi richiedono il riferimento al sembiante, all’ombelico del sogno. Quando il sogno è orbato del sembiante cosa accade? E’ l’idea che s’impone al punto da credersi agente anziché semplicemente operante.

Le regole che consentono alla società di funzionare, il tempo dell’orologio, la misura dello spazio, sono il residuo di un fantasma psicotico.

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