La barriera tracciata dall’ideale all’immagine del proprio corpo
Seminario del 22.1.2009
Michela è una giovane che ritorna a consultarmi dopo aver interrotto l’analisi per qualche mese. Si era trasferita in un’altra città insieme alla compagna con la quale convive da diversi anni. E’ impossibile, e non serve, scrivere una diagnosi a partire dalla varietà dei sintomi manifestati da Michela e dei quali si lamenta.
Nel suo discorso non entra mai in gioco la questione della scelta sessuale, è attestata sulle difese e vistosamente si muove in un modo mascolino. Eppure si muove con una certa grazia nel suo corpo straordinariamente magro, anzi con sinuosa e misteriosa capacità seduttiva. Episodi di gravità estrema costellano la sua vita fin dall’infanzia. Dopo un periodo alquanto tormentato caratterizzato da episodi di passaggio all’atto, deliri di persecuzione, anche a sfondo religioso, e un’analisi quasi decennale i sintomi che lamentava sono quasi del tutto scomparsi. Soltanto una fobia a carattere episodico e tuttavia piuttosto invalidante dal momento che non riesce a entrare in un negozio o a prendere un mezzo di trasporto che non sia guidato da lei, restano come traccia dei sintomi gravi del tempo addietro.
Quando Lacan teorizzava, nella preclusione, l’invasione dall’esterno del reale come ritorno rispetto a un’idea rigettata, in relazione a una deficienza simbolica, non considerava il fatto che non vi è alcuna realtà là di fuori e che altrettanto è possibile che il corpo possa invadere la scena (come la scena inglobare il corpo) giacché il confine fra il corpo e la scena non si scrive se non nella differenza originaria della parola. Anche la preclusione non concerne l’Altro, almeno in prima istanza.
Come la nevrosi, anche se puntualmente e pertanto in modo estremo, la preclusione riguarda piuttosto la vicenda surrettizia di un confronto fra il soggetto e l’ideale nel registro sintattico o in quello frastico della parola. Occorre, in effetti, considerare che è in questi registri che si forma l’immagine del proprio corpo o il suo dissolvimento, o ancora la sua deformazione come nell’anoressica. Deformazione che può allora svilupparsi secondo varie modalità che rispecchiano le vicende dell’ideale nella sintassi, nella frastica o nella pragmatica. Anche l’esperienza allucinatoria psicotica, sia quella schizofrenica che paranoica (come, in parte, l’allucinazione anoressica), riguarda rispettivamente un corpo che si sottrae totalmente (schizofrenia) e che ritorna sparso nel mondo cosiddetto esterno, oppure un corpo che si accentra sotto il dominio di un Io che giunge a conglobare totalmente il mondo. Rispettivamente quale esito di un dominio assoluto della sintassi o della frase. Nello specchio, quando la funzione di specchio è al massimo della sua funzione, un corpo letteralmente scompare, insieme alla frase e all’etica che potrebbero sostenerne l’esistenza.
In definitiva, la sintomatologia nella nostra clinica del sembiante è in stretta relazione con il modo di fissarsi e di insistere dell’ideale nella frastica, nella sintassi o nella pragmatica.
Senza frase un corpo svanisce. Senza specchio il mondo è il mio corpo. In tale empasse il corpo può debordare in rotoli di grasso come nell’anoressia.
Qualsiasi oggetto imprigionato nell’ideale è come se apparisse immediatamente disturbato nella forma con cui si affaccia alla nostra percezione; occorre ora leggere questa deformazione in quanto originaria, ovvero effettuata dal discorso. Non esiste infatti alcun oggetto (alcuna sostanza, pertanto alcuna oggettività) prima del discorso in cui è localizzato. La deformazione percettiva del corpo da parte dell’anoressica immediatamente rinvia al corpo idealizzato quale riferimento sovrano del suo discorso.
La coalescenza del nome o del significante corrisponde alla traccia di un confine provvisorio fra il corpo e la scena, alterato perché incollato a un ideale, nella rappresentazione. Ripeto che non si tratta del confine fra il corpo e la realtà, ma di quello che separa originariamente il corpo dalla scena nella parola in atto. La scena corrisponde al variato offrirsi del mondo e dei simili, è il luogo insituabile dell’opportunità degli incontri con le cose e con gli esseri che partecipano della sembianza. La scena, l’offrirsi del mondo, può essere fortemente compromessa dalla condizione del discorso e dunque dalla presenza di eventuali coalescenze nel discorso del parlante. Il logos, il discorso è per definizione un parlare compromesso dalle coalescenze che pregiudicano l’apparizione dell’oggetto. Soltanto il discorso, pertanto, si oppone a quella che è stata concepita come realtà la quale è segnata dall’impossibile solo a causa del discorso. Mentre la parola originaria è in una relazione di simultaneità con l’oggetto che a questo livello è precisamente il sembiante. E’ nella pragmatica, nella vita miracolosa. Il limite in quanto tale scompare forse nel rapporto con il sembiante? Non è più un limite nel momento in cui s’identifica semplicemente con le leggi della parola. Con la sintassi e con la frase in azione, con la legge A questo livello è un limite che non corrisponde all’impossibile. Di nulla ha più bisogno il parlante poiché è il nulla che lo appaga.
In tal guisa, quella che chiamiamo femminilità non è che l’impertinenza dello specchio che risponde alla frase: occorre dunque accogliere la frase, per torcerla in direzione dello specchio e rivelarne l’insufficienza (della frase), per mostrare che essa non basta a se stessa (proprio questo corrisponde all’ancora che qualifica il godimento femminile intorno al quale si è arrovellato Lacan e sul quale i lacaniani, specialmente le lacaniane isteriche perlopiù femministe, hanno innalzato i loro castelli di carte).
Una frase infatti non può bastare alla parola, occorre contrapporre alla menzogna della frase l’equivoco della sintassi. Affinché una frase possa svolgere il suo compito di proseguire nel discorso. Nel lesbismo, che è la posizione isterica realizzata e immobilizzata nell’ideale, l’etica diventa facilmente una bandiera. La femminilità è rigettata, occorre dunque fare il maschio nell’illusione di preservare la pragmatica. Ovvero occorre padroneggiare soltanto la frase, al massimo parodiarla, senza lasciarsi giocare con essa. E tutto allora diventa molto serio. La funzione di specchio bloccata è impersonata dalla compagna. Il gioco diviene la parodia della coppia. Una coppia ancor più affettata, più compita e più “seria” di quella cosiddetta eterosessuale. Perché suppone la coppia eterosessuale come l’originale cui adeguarsi necessariamente. Trascurando che non esiste alcun originale che non sia nella parola.
La femminilità che consiste semplicemente nel giocare fra la frase e la sintassi con l’Altro, è pertanto impossibile da definire, come la mascolinità si può accoglierla semplicemente nell’Altro. Un corpo si ritrova femminile o maschile, non esiste la copia originale.
Cos’è l’ideale? L’ideale si presta all’equivoco e alla menzogna, può trascorrere, come suol dirsi, dalle stelle alle stalle o viceversa. Può dirsi alto o basso, piccolo o grande, un elemento al di fuori dell’ideale? Alto è appunto considerato l’ideale.
Abbiamo commentato a suo tempo la prima parte del saggio di Freud Tre saggi sulla vita sessuale fino alle soglie del periodo di latenza che Freud situa nel bambino fra i cinque o sei anni. E’ il momento del sorgere dell’ideale. Abbiamo imparato a cogliere nell’attuale della relazione di parola con il simile l’intervento di ciascuna di queste fasi. Nella fase precedente, quella pregenitale della pulsione, il bambino è perverso polimorfo, come lo definisce Freud. Il bambino, in questa fase, è in presa immediata per così dire con l’oggetto che, potremmo aggiungere, non è ancora scisso; esso è un punto vuoto e imprendibile, insomma non è altro che il sembiante. Freud aggiunge che questo è un tratto caratteristico a ciascun essere umano e quindi non può essere considerato anormale. Ne abbiamo necessariamente dedotto che la nevrosi avviene soltanto dopo, che essa s’innesta sul normale polimorfismo della prima infanzia. E’ la negazione del polimorfismo, mentre la sua realizzazione piena (ma ormai rappresentata, parodiata) è la scelta omosessuale. Omosessualità agita e nevrosi sono vicissitudini che oscillano sui poli opposti, che dunque caratterizzano soltanto il dualismo della frastica; entrambe rappresentano un evitamento della pragmatica. La nevrosi, come la sua negativa della perversione agita, è l’esito di quel nuovo processo psichico che dobbiamo necessariamente stabilire quale secondo tempo dell’evoluzione della libido. Sconfessione è infatti più forte che negazione. Nella fase di latenza (dell’insorgere dell’ideale) l’oggetto prima mobile e irrelato della pulsione è in qualche modo fissato e il soddisfacimento è rinviato al domani. Potremmo dire che il bambino è ora relegato nel registro frastico della parola. Ecco come nel periodo della latenza a governare è l’ideale.
Se l’idea opera, non per questo è possibile rinunciare senza conseguenze alla parola che la prima non può illudersi di rimpiazzare.
a) L’ideale è la rimozione eletta metodicamente a sistema, cioè a istanza morale assoluta
b) L’ideale è la resistenza eletta metodicamente a sistema, cioè a istanza etica assoluta
Ne risulta una doppia accezione dell’ideale quando l’investimento concerne l’Altro oppure quando concerne l’oggetto:
a) L’ideale procede dalla fissità del nome (indistinzione fra corpo e significante), è l’alone del nome reso immobile e diventato nome del nome quale contraccolpo per la rinuncia alla parola. In questo caso abbiamo l’idealizzazione dell’Altro.
b) L’ideale corrisponde alla funzione dello specchio neutralizzata sotto l’egida di quella dello sguardo. In nome, dunque, dell’operatività di un’idea che viene reiterata nel futuro, nella rinuncia al tempo. In questo caso l’ideale è piuttosto l’oggetto preso nel dominio di una frase fissata.
Se raccogliamo queste definizioni dell’ideale, possiamo concludere che esso è ciò che tende a marcare con l’indistinzione l’oggetto o il corpo nei diversi registri della parola. Nella sintassi il corpo non è idealizzabile se non in quanto corpo proprio (ecco la posizione anoressica che potremmo situare nella posizione d’interferenza fra discorso isterico e ossessivo). Nel registro frastico, idealizzato è l’oggetto o il corpo in quanto oggetto.
Impossibile distinguere un corpo da un oggetto se non fuoriuscendo dall’ideale. L’ideale è in definitiva la proprietà dell’elemento creduto immobile o ineffabile, è l’elemento osservato dal punto di vista (soggetto) di chi è ancorato nei primi due registri della parola, mentre nell’Altro nessun elemento può dirsi immobile o ineffabile. Nessun elemento che sia fisso, immobile o ineffabile, nella parola.
Necessariamente l’ideale, raggelando od espungendo l’Altro, immobilizza il corpo. Fissa il confine tra il corpo e la scena.
La preclusione non ha nulla da spartire con l’Altro, nel senso che l’Altro non manca di nulla. Ma questo mancare di nulla è proprio ciò che si trascura nel discorso in cui prevalgono frase e sintassi con elusione del pragma. Si potrebbe costatare che l’Altro in qualche modo interviene quando manca di questo non mancare. Ecco la preclusione, ma anche qualsiasi fenomeno fra quelli che denominiamo sintomi. Interviene come contraccolpo contro la frase o la sintassi.
Noi possiamo dire di percepire, soltanto quando siamo installati nel registro frastico o in quello sintattico della parola. La nostra percezione non può dunque evitare la menzogna e l’equivoco. In qualsiasi modo la mettiamo, la nostra è una percezione strutturalmente distorta. La condizione per cui percepiamo è quella costituita dalla frase e dalla sintassi. Non percepiamo quando siamo nel racconto. L’Altro non percepisce alcunché, perché non c’è nulla da percepire, non c’è che il nulla dietro le parole. La nostra percezione costruisce castelli in aria. Cionondimeno la percezione richiede questo nulla dell’Altro, questo non mancare, questo punto vuoto, richiede il sembiante in quanto punto di sottrazione e di distrazione e di astrazione. Come richiede la catacresi. La catacresi è l’essenza del mondo.
La percezione non è dunque originaria. Non può evitare l’equivoco e la menzogna e non le rimane che approdare al malinteso. Che la percezione abbia questi attributi è quanto emerge dalla fisica quantistica. Heisenberg teorizza l’influenza del soggetto osservante sul fenomeno osservato. A questa sua rilevazione possiamo ora aggiungere qualche correzione di rotta.
La prima è che questa non è una prerogativa del fenomeno osservato (l’osservazione corretta riguarderebbe il nulla). Non c’è alcuna sostanza da osservare. Al concetto di sostanza è imputabile la distorsione dell’osservazione. La distorsione non è una prerogativa dell’infinitamente piccolo o grande, ma è una prerogativa strutturale dell’osservazione che riguarda il discorso in cui si situa l’osservatore.
La seconda è che quella che chiamiamo percezione è il discorso costruito immaginando un soggetto percipiente (sul modello di soggetto della prospettiva classica) al quale sarebbe imputabile l’errore di osservazione o l’influenza sul fenomeno osservato. Heisenberg rileva, in realtà, che è lo strumento di osservazione, il misuratore o meglio il rilevatore a interferire con il fenomeno osservato.
Se questo fenomeno osservato è ritenuto essere un fondamento sostanziale (e non l’Altro della parola o il sembiante) allora la distorsione è inevitabile. E lo stesso strumento di rilevazione non è che il compimento del Logos, come acutamente ci suggerisce Heidegger. L’idea platonica si è ormai convertita compiutamente nello strumento della tecnica, con il suo inevitabile rovesciamento (frastico): cioè il dualismo non può che rovesciarsi in un altro dualismo. L’idea platonica perfetta, che sarebbe copia della sostanza imperfetta, si è rovesciata nello strumento imperfetto che dovrebbe consentirci di osservare una sostanza perfetta.
Imperfetto è soltanto il logos, il discorso di cui è fatto lo strumento dell’indagine e anche l’oggetto osservato. Resta, sullo sfondo, l’enigma dell’Altro che rilascia la parola originaria e creativa. Ma la tecnica non può ancora evadere dal registro frastico o da quello sintattico della parola. Questo è il suo limite intrinseco che è sempre stato il limite stesso della metafisica e del pensiero occidentale di cui essa, la tecnica, è precisamente il compimento.
Il mondo percepito, la sostanza che crediamo oggettiva e razionale dimora anch’essa unicamente nel logos.
Verifichiamo nel sogno una percezione deformata per cui le immagini si accavallano alle parole e le parole si tramutano in immagini. E’ soltanto il residuo di ciò che si compie sotto i nostri occhi nella veglia, la dissoluzione del logos ad opera del nulla. La ragione del sogno è la sola che sia in grado di superare e infine dissolvere la ragione del logos. Ma la deformazione pertiene al logos, sintattico e frastico della parola. E anche i buchi neri osservabili con il telescopio elettronico sono probabilmente un prodotto deformato del logos. Il tempo rovesciato non tocca l’Altro ma pertiene al registro della frase, riguarda la tecnologia dello strumento e non il fenomeno osservato. Soltanto il sogno non manca di nulla, ovvero al sogno non manca il nulla.
Il buco nero è l’invisibile allegoria del due originario, come il sembiante. E come il sembiante rappresenta l’orizzonte degli eventi coniugando il registro sintattico e frastico della parola (circolarità e linearità del tempo), ma restandone fuori.


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