E’ EVITABILE LA CRISI? – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
“Non mi piacciono, io con la gente preferisco parlare”
- Maria Assunta Gai, di fronte alle nuove tecnologie
che potrebbero portare all’isolamento dietro ad un computer -
Oggi, ultimo giorno del 2008, mattinata da IKEA alla ricerca di una cucina.
Chi non conosce IKEA? Penso pochi.
Molte volte è capitato di andarci, per me o accompagnando amici e fidanzate; mai era capitato di tentare un progetto di cucina, perché negli anni passati i modelli proposti erano pochi e parecchio scarni. Oggi la gamma è ampliata, arrivando a comprendere tipologie notevolmente moderne. Su questi modelli verteva l’indagine, per capire se vi fosse risparmio acquistandola appunto nel megastore svedese.
Le cose sono cambiate: i commessi con la camicia gialla non sono più a disposizione, come capita in genere in un mobilificio, per disegnare a mano o con il computer il prospetto della cucina, che viene delineandosi dalla superficie abitativa disponibile e da un modello il cui costo concili con la scelta estetica, tal volta istintiva, tal volta arciragionata, indicante comunque il momentaneo gradimento dell’acquirente.
I commessi sono infastiditi ad indirizzarti verso un modulo la cui compilazione prevede che quasi potresti anche tu essere un commesso IKEA, potresti fare domanda di lavoro in un mobilificio come arredatore. Compilato il modulo ti dovrebbero assistere, se pur di malavoglia, per i dettagli, ma di quel punto non so dire dove stia l’esplicitarsi dell’esperienza del commesso IKEA, perché, a nostra volta infastiditi, siamo usciti.
Questi accadimenti, nel raccoglimento della scrittura, pongono interrogativi e riflessioni…oltre che far emergere ricordi.
Era la primavera dell’anno 1990, come ora stavo scrivendo un componimento, che all’epoca, sui banchi di scuola, veniva chiamato tema, per la precisione quel giorno tema dell’esame di maturità.
L’argomento che scelsi era quello di attualità, dove si invitava ad immaginare il futuro, quando la rivoluzione tecnologica, per l’esattezza applicazioni dell’informatica come computer e robot, l’ipotetico proseguo della rivoluzione industriale, avrebbe tolto lavoro agli umani invece che crearne.
Come fornire lavoro ai cittadini del mondo occidentale bisognosi di denaro nel sostenimento del discorso consumistico? Cosa avrebbero fatto, come avrebbero occupato il loro tempo?
All’epoca mi dissi favorevole a proseguire comunque nell’applicazione delle nuove tecnologie, pensando che l’alienazione che può procurare il passare otto ore a raccogliere pedaggi nel gabbiotto di una barriera autostradale vada in ogni caso evitata (inconsapevolmente giustificavo così l’atto suicida del fratello di mia zia, che ai caselli lavorava, ed il cui estremo gesto all’epoca non trovava il benché minimo senso).
Oggi il mondo occidentale si trova di fronte ad una crisi dove, considerando il calo prezzi dei prodotti di consumo, l’unica cosa negativa che si profila è l’aumento della disoccupazione.
La prova di maturità, e le paure per il suo superamento, come viatico al periodo della vita dove occorre iniziare a fare scelte, dove può diventare problematica la classica domanda sul cosa farai da grande.
Ma questa domanda non è assolutamente classica, perché c’è chi non si è mai trovato di fronte a questa domanda, figurante come un gigante, come una montagna; semplicemente la via si scriveva proseguendo, senza determinismo, o predestinazione, senza ragionamenti logici, prendendo la paura ai sui albori, articolando, raccontando, disegnando l’oggetto nell’imminenza del suo approssimarsi senza cedere a qualsiasi rappresentazione di esso.
Il come superare la paura per le interrogazioni riporta ad un professore della prima superiore, un salesiano che diceva dell’inutilità dell’avere paura, perché al limite si prendeva un’insufficienza, quindi comunque rimediabile, nella peggiore delle ipotesi, in caso di bocciatura, l’anno successivo, e comunque era proprio il farsi prendere dalla paura che rischiava di rovinare l’interrogazione.
Questo Don di cui non sovviene il nome, ritorna anche perché per un anno intero ci fece cimentare in piccoli componimenti che avevano tema l’alienazione; addirittura tutti dovevano cominciare con una definizione che, tante le volte che la scrissi, ricordo ancora con precisione dopo più di vent’anni: “Alienazione: situazione disumana ed inautentica dell’uomo, che finisce col non riconoscersi più e vivendo un’esistenza spersonalizzata”.
Capita d’imbattersi, quando finisce il periodo degli obblighi, in una condizione di alienazione, le famose crisi esistenziali, che trovano la loro enfasi nell’intendimento della parola “disumana” nell’accezione di mostruosa ed angosciante.
Alienare deriva da alienu, appartenente ad altri, che non è dei nostri.
Ricordo un pranzo nella casermetta del Centro Sportivo Forestale, in un’impervia valle delle Alpi Bellunesi che da Auronzo porta a Misurina. C’erano atleti non appartenenti al Centro Sportivo occasionalmente ospitati a pranzo. Alla faccia dell’ospitalità in uno dei tavoli c’erano tutte persone del Centro Sportivo e vi era ancora un posto libero; uno dei vecchi, ormai atleta in congedo da anni, si affrettò a chiamare con apprensione uno dei forestali dicendogli “Vieni tu a sederti qua, tu che sei dei nostri”, esorcizzando così che uno dei forestieri potesse altrimenti sedersi.
Chi proferì quell’invito si sarebbe sparato qualche anno dopo perché la moglie intendeva lasciarlo….anche per il fratello di mia zia si ipotizzò un non accettare una moglie che si guardava altrove, acuito dalla possibile brutta figura in famiglia, siccome in questo caso non ci fu nessuna lettera giustificativa.
Non è ancora esatto dire, come si sente per la maggiore, che per vivere bene, cioè vivere nella condizione dove non si profilano decisioni o scelte, dove le cose accadono da se, senza possibilità per il volenteroso o pessimista soggetto, occorre vivere nel tempo presente, cancellando il passato e non prendendo in considerazione le attese per il futuro; va precisato che occorre vivere nel gerundio, nel fare, nell’intervallo, nell’apertura, nell’infinito in atto dove a essere spazzato via è il cosiddetto concetto di tempo, nell’accezione cronologica, computabile, ed in quella che lo vedrebbe scorrere dal passato al futuro.
Questo il sogno!…questa la poesia!
La difficoltà dell’essere umano è sostenere l’ebbrezza di questa precarietà, dove s’incontra, si trova il passato raccontando il futuro e dove si disegna, si progetta il futuro raccontando il passato; dove ciascuno arriva a proferire quella che può sembrare un’assurdità, una follia, un’astrazione, un’idiozia, cioè che l’unica ipotesi sostenibile è che quel che resta dell’individuo non ha e non è una realtà storico ontologica, con un inizio ed una fine.
Cioè l’individuo nella sua essenza di essere parlante, inscindibile, inopponibile ad uno spazio, ad una scena, è rivoluzione, è rinascimento in atto.
Essere sulla traccia della verità, cioè intendere che il senso, la verità, il mistero della vita non hanno risposta, non hanno soluzione, ma l’unica traccia di verità si ha giungendo all’ombelico del sogno, al paradosso, all’equivoco, al palindromo, dove l’unica certezza è che quello trovato non è l’origine, la causa, il principio, il significato originario del sogno; giungere a questo accorgimento è originario, è rivoluzionario.
Dispositivi intellettuali, cioè accorgimenti intellettuali, dove si ha cura nell’adoperare il mezzo di cui comunque ci si illude di disporre, la parola, dove occorre preservare l’intervallo perché l’eco della voce possa portare riverbero, perché l’itinerario narrativo possa innescarsi e consenta di giungere all’accorgimento come sorpresa, come evento, come accadimento.
Nello stabilimento IKEA i commessi trasmettevano intolleranza.
Qualcosa di differente rispetto agli anni scorsi, quando esplicitavano stanchezza e confusione lavorando senza respiro tra il rumore dell’ingente folla, quando trasmettevano frustrazione perché non riuscivano a fare la vendita, o chi era appena stato assunto palesava difficoltà a relazionarsi con il pubblico, o chi subiva l’essere dipendente e sembrava non bastargli la soddisfazione di una vendita.
La rivendicazione del mancato riconoscimento, cosa che spesso accade in ambiti statali, o comunque nella parte del dipendente, reclamare cioè il complimento, la gratifica, l’elogio da parte del padrone, è legata al pretendere il riconoscimento pubblico, l’encomio pubblico, al voler essere riconosciuti “il migliore”; questo perché l’autentico riconoscimento, il riconoscimento dell’Altro, la solitudine che renderebbe dei ciascuno e non degli ognuno, non il migliore dell’insieme degli uno, appunto quell’accorgimento di cui si diceva precedentemente, lo squarcio della precarietà originaria, è temuta perché scalfisce l’ontologizzato soggetto che si pensa di essere, perché fa crollare qualsiasi forma di ideale, cioè la rappresentazione di un obiettivo già scritto, di un progetto disgiunto dalla scrittura dell’esperienza, di un sogno senza racconto.
Il riconoscimento dell’Altro, il ritrovarsi artista toglie dal sintomo, dal godimento ed apre l’apparentemente insostenibile percorso del desiderio che si sostiene sull’articolazione, perché la domanda non possa chiudersi, perché la mancanza faccia emergere la pulsione, spinga al fare in quanto mancanza di nulla.
Altrimenti basterebbe fare gli imprenditori; ma ecco le mille scuse e soprattutto il non avere più l’oggetto del reclamo, cioè il riconoscimento del padrone, che quando avviene non basta mai, e spesso mette addirittura in difficoltà perché toglie da posizioni consolidate, priva di un torto da rivendicare.
Anche l’affacciarsi della paura del fallimento, di non essere in grado di guadagnare gli stessi soldi, se non di più, rispetto al posto fisso e sicuro, come maschera della difficoltà di non riuscire a togliersi dal panorama delle scelte se non con l’obbligo, se non con scelte obbligate: l’assunzione è a tempo indeterminato, per cui l’obbligo di andare a lavorare.
Anche il senso di inutilità che spesso lamentano i dipendenti pubblici, cioè “chiunque potrebbe fare il lavoro che faccio”, o se faccio le cose per bene oltre che non arrivare il complimento del padrone non vi è neanche l’utile, il progresso economico legato ad un discorso meritocratico, dovrebbe ancor più portare al mettersi in proprio, e invece si continua nella lamentela.
Anche chi lavora in proprio e cade nella depressione lamenta una sensazione di inutilità.
Chi crede che l’utile debba seguire la logica del merito, cioè più sono bravo e più guadagno, difficoltà incontra al non avverarsi di questo concetto.
Il merito è il premio, indice quindi di un discorso di competizione, dove occorre premiare il vincitore.
Il plus ultra intellettuale non contempla la contesa, la lotta, la guerra, ma il dibattito, il dibattimento, la battaglia intellettuale, dove per battere s’intende “battere mentre il ferro è caldo”, andare oltre la pur sempre salvificante procrastinazione isterica; solo così la fucina di idee e di accadimenti, non cedere al godimento ma procedere sul filo del desiderio, precario e leggero come l’equilibrista sul filo, come il violinista sul tetto.
Il concetto di utile….ricordo un convegno sull’industria e sull’arte, dove industriali vecchio stampo, industriali di provincia, che adoperavano la parola arte solamente per denotare eccentricità, raccontavano quindi della fatica fatta per rivolgersi all’assunzione di artisti per rinnovare i loro stabilimenti, i disegni dei loro prodotti; erano stati costretti per tentare di far risalire gli utili dell’azienda, diminuiti se non scomparsi perché tramutati in debiti; nell’occasione si lamentavano, con maggior fervore perché il convegno era ospitato in un laboratorio artistico, perché questo utile continuava comunque a non riprendere la crescita.
Ma l’utile, il plus ultra di dimorare in un discorso artistico non è di ordine algebrico, i conti non tornano mai. Il trovarsi ciascuno a suo modo artista, sospesi tra sogno e racconto, sta ad indicare che questo plus ultra è la riuscita intellettuale, dove le cose non si quantificano ma si qualificano. Il plus ultra è questo trovarsi, questo accorgimento che permette di veleggiare con un soffio, con un’energia che è propulsiva in quanto potenziale, dove la pulsione non è rappresentabile e quindi non è costrizione a fare, ma è vita in quanto eternità il cui ritmo non è della partitura, non è il ritornello del registratore di cassa, ma del contrappunto, è il ritmo degli incontri, degli accadimenti, dei lapsus, degli atti mancati.
La questione del ritmo, quindi la questione del tempo.
Gli esseri umani quando hanno tempo libero, quando sono in vacanza, o si annoiano o corrono freneticamente….questo si leggeva nei locali di IKEA.
Come si leggeva che quell’intolleranza, quel nervosismo dei commessi, stava ad indicare che la soluzione non è nell’assolutismo del fai date per occupare il tempo libero; la logica di andare a comprare da IKEA perché si spende meno anche per chi non ha esigenze di tirare la cinghia non è sufficiente per trovare un senso alle cose che si fanno.
Il senso ha a che fare con la sensualità, con la sessualità, si trova in quella parola, in quel fare precario che non ha un senso o un verso, si trova nel gerundio della vita.
I commessi di IKEA manifestavano la necessità della relazione, l’occasione per la scrittura dell’esperienza che tolta gli è stata.
I commessi di IKEA manifestavano la necessità di riuscire a relazionarsi con il simile, cioè trovarsi in una relazione triale invece che duale.
Se questo è dovuto perché IKEA possa assumere meno dipendenti, l’auspicio per il nuovo anno è che la crisi prosegua, che per i nuovi disoccupati possano esserci possibilità che il discorso imprenditoriale, di bottega artigiana, prenda il posto di quelli che hanno fagocitato il secolo scorso: il consumismo sfociante nel conforme e standardizzato supermercato, e il comunismo come garanzia d’immobilismo ed assistenzialismo.
Chi, come il forestale di Auronzo di Cadore, scrive una lettera agli amici e si suicida testimonia che la scrittura può anche girare in tondo, può non aprire, che il testo era già stato scritto e quindi: “Adesso che ho scritto devo farlo!”.
Scrittori che si sono suicidati testimoniano di come il discorso del fai da te non basti.
Dispositivo essenziale è l’analisi, dispositivo intellettuale, di fraintendimento, di apertura, di testimonianza; dispositivo clinico, di una parola che si piega confrontata con il sembiante, col punto vuoto d’astrazione; dispositivo che porta alla scrittura, ma porta anche a riuscire a relazionarsi con il simile.
Chi ha intrapreso un discorso psi, cioè si è rivolto ad uno psicologo, ad uno psicoterapeuta, ad uno psicanalista, e giunge al suicidio, testimonia che quello non era un dispositivo intellettuale, un dispositivo di riuscita, non vi era analisi, cioè la soluzione era intesa come risposta ai problemi a cui veniva trovata una causa, un’identità, invece che l’analisis, cioè la soluzione chimica dove gli elementi si sciolgono, cioè i problemi vengono tradotti in parole mai povere, mai modeste, perché attengono all’umiltà della ricerca e all’apertura del gioco, si spostano non perché rimossi, elisi o procrastinati, ma perché presi nel processo di rimozione, dimenticanza e sogno.
La lussuria è intellettuale, nessuna economia nel nominare le cose, nessun nome del nome a bloccare la nominazione, la dissoluzione, la pleonastica del delirio e del debordamento.


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