L’amore, la psicosi e il sogno
Seminario del 12.2.2009
Nessun appuntamento senza l’Altro.
E’ paradossale ma le regole che apparentemente consentono alla società di funzionare, fondate sulla misura dello spazio e sul tempo dell’orologio, sono quelle radicate e residuali di un fantasma psicotico.
Nel discorso psicotico vi è in atto una confusione che fa sì che gli eventi, che riguardano il registro pragmatico della parola, siano invece assegnati a quello frastico o a quello sintattico. Il discorso psicotico è certamente più sensibile e avvertito di quello normalizzato che finisce per ignorare o cancellare l’evento. Ma assumendo la normalizzazione (ancora qui il paradosso) il discorso psicotico ne fa la parodia e finisce per spogliare il miracolo potenziandolo in modo assoluto nella rappresentazione, lo tramuta nella coincidenza, e il discorso risulta allora caratterizzato da un asservimento a una legge diventata assoluta. Il discorso appare ora determinato in una successione rigida e concatenata di fatti. Si fa procedurale. Nel discorso psicotico anche la simultaneità riappare come sincronia assoluta. Resta, nella psicosi, una sensibilità estrema (lo specchio, lo sguardo e la voce funzionano in modo non temperato dal discorso), ma subito deformata secondo il canone normalizzante. Resta una sensibilità di avvertire la dimensione pragmatica della parola (ecco perché Freud ha parlato della psicosi come di un irrompere del sogno nella veglia), ma subito trasferita di peso letteralmente nella ragione mortifera del logos. Il tempo diviene il tempo dell’orologio, però raggelato, ossia contratto nell’istante, oppure dilatato, ovvero eternizzato. Occorre riconoscere che queste sono operazioni indispensabili anche alla tecnica che tuttavia non giunge a farne la parodia, come avviene nella psicosi. Lo strumento della tecnica assorbe e neutralizza completamente il delirio dal quale esso stesso ha potuto trarre la propria esistenza.
L’amore che presuma di sostenersi sul punto ineffabile fuori della parola (nessun punto ineffabile fuori della parola) e che si rivolge all’oggetto idealizzato è un inganno, una finzione, una menzogna, anche se gli esseri umani hanno sempre assegnato a questo sentimento ogni valore assoluto di autenticità. L’amore non può mai precedere il racconto o il sogno ed è per questo che è meglio parlare d’innamoramento o incontro d’amore. L’amore non è che un inganno, non è che l’ideale, anche suggestivo, ma già inficiato dalla disillusione e si capovolge immediatamente in aggressività al di fuori dalla dimensione pragmatica della parola e del racconto.
L’amore per sussistere richiede ritmo e non è più nulla senza la pragmatica, senza parola in atto. E’ quanto più facilmente incorre nel rischio della rappresentazione e dell’erotismo. Non può darsi alcuna seduzione senza il movimento delle figure della seduzione e senza il tempo dell’Altro entro il quale si dipanano. Non può esistere amore senza movimento. E senza l’arte che anch’essa non può darsi senza porsi come arte del movimento. E anche senza la danza che è un gioco condotto contro la rappresentazione. Il tentativo di un’irrisone alla rappresentazione; un abbandono ma subito uno scatto con cui da essa svincolarsi.
L’erotismo, i giochi della seduzione, la seduzione di un corpo, acrobaticamente si muovono lungo questo crinale: su un fianco, concedersi alla rappresentazione (al fantasma) e, sull’altro, ad essa sottrarsi con un movimento di danza. Creare e disegnare una figura nella danza significa allora sottrarsi con arte, con destrezza e con maestria all’impatto della rappresentazione, alla magia dello sguardo, al fascino di un corpo. Parafrasando una definizione sul Tango, potremmo anche dire che l’amore è un sentimento che chiede in modo perentorio di essere ballato, che non può esistere senza la danza, senza il tempo e il ritmo della parola.
Non potrebbe sembrare che due corpi al momento dell’incontro debbano trovare l’accordo, un’armonia conclusiva, e che questa unione possa essere preparata dal movimento della danza e del ritmo della parola? Nessun finalismo, abbiamo insistito. Ma in che cosa l’approccio amoroso degli esseri umani può distinguersi dal rituale straordinario e variamente elaborato di una coppia di svassi? Questi bellissimi uccelli, che dimorano presso le acque di laghi quasi stagnanti, si esibiscono in una danza di lunghezza variabile (ed è stato provato che il tempo dell’esibizione è proporzionale al tempo del loro reciproco allontanamento) e la loro danza è naturalmente finalizzata all’accoppiamento. La loro reciproca esibizione prevede una serie illimitata di figure rituali, di finte, avvicinamenti, fughe indietro e laterali, inchini, erezione del capo, delle ali e delle penne, e ciò che è ancor più straordinario offerta reciproca di pagliuzze o piccoli rami, simboli del nido che dovranno poi costruire.
Una danza che assomiglia al Tango, o è possibile anche usare l’espressione contraria che è piuttosto il Tango ad assomigliare alla loro danza? Se studiamo entrambi i casi, anzitutto dovremmo notare che lo straordinario è insito precisamente in ciò che ciascuna volta rimanda al simbolico e al suo potere sorprendente. Il rituale della danza è creativo in entrambi i casi e, in entrambi, non ha alcun interesse teorico (o meglio ne riveste uno ideologico) supporre qualcosa che sia rigidamente determinato soltanto dall’istinto. Anche in questo caso significa rinviare l’enigma a un Altro rappresentato, ma a questo l’umanità è certamente più avvezza. La soluzione, che dovrebbe porre fine alla sorpresa e al miracolo per rinviarlo altrove, ad altro mondo, ad altra potenza arcana, è quella relativa all’esistenza di un disegno superiore che determinerebbe il comportamento di tutti gli esseri animati, umani o animali che siano.
Lo straordinario (osservando gli svassi, ma potremmo dire: scrivendo o nell’esperienza intellettuale della parola) è scoprire che tale rigidità si dissolve al punto da confondersi con la rigida flessibilità della parola, nell’un caso come nell’altro. Studiando il comportamento degli svassi ci accorgiamo che il confine fra animali ed esseri umani diviene certamente più vago. Anche qui, una tale indistinzione, come per il caso dell’opposizione fra sogno e veglia, non fa che risaltare la creatività e la differenza originaria della parola, rispetto a cui gli esseri umani e gli svassi probabilmente si collocano a una distanza in qualche modo ancora incolmabile, ma non tanto facilmente definibile. E per noi l’osservazione degli svassi è ancor più interessante perché ci aiuta a cogliere come la separazione preconcetta fra il mondo umano e quello animale è probabilmente all’origine dell’abbaglio del soggetto, quale prodotto cristallizzato dell’illusione ideale, della credenza nella padronanza e nel privilegio assoluto dell’uomo, il quale, confrontato con l’impotenza dell’animale, sarebbe padrone del linguaggio, dell’oggetto, del mondo circostante.
Il becco degli svassi, durante il corteggiamento si colora di rosa. Anche il loro piumaggio assume tinte più variegate con pennellate di rosso scarlatto, ecc. E’ quanto gli etologi definiscono iconema, ossia l’immagine presentata al proprio simile per sedurlo o al predatore per intimidirlo. Se si prende tempo ad osservarli, si è calati in un mondo diverso che usiamo qualificare con l’attributo di selvaggio o primordiale, ma è un denso fondale dove il passato e il futuro coincidono, e dunque l’originario non è più distinguibile dalla fine. Appunto siamo calati nell’Altro tempo della sembianza dove a imporsi è soltanto la simultaneità. Siamo nei colori della sembianza. Allora il ritmo, il movimento e la danza, veramente sembrano irrompere come effetti di reazione o di risposta, suscitati dalla sembianza.
Che cosa manca ai nostri svassi rispetto agli umani che li stanno osservando? Se questi ultimi sono ricolmi di meraviglia dovremmo piuttosto dire che gli svassi dispongono di qualche risorsa in qualche modo sconosciuta o irrimediabilmente perduta agli umani. Ma in effetti potremmo cominciare a rilevare che agli svassi manca proprio quel punto vuoto che è riferimento agli umani, e manca forse proprio perché nella sembianza essi, gli animali, ci sono immersi fino al collo se non proprio sommersi.


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