ERRI DE LUCA: LA SAGGEZZA DI UN DESTINO CHE PER COMPIERSI DERIVA – Gianluca Delmastro

Gianluca Delmastro

Torino, 9 Maggio 2007 – Biblioteca Geisser

Dieci mesi fa eravamo sempre qua ad interrogarci sul fenomeno della scrittura.
Ultimamente in Associazione ci stiamo occupando in particolare della voce.
Nella scrittura la voce sembra essere sospesa.
Abbiamo letto, abbiamo interrogato, abbiamo incontrato differenti scrittori, differenti stili di scrittura.
Ricordo in particolare l’incontro in cui intervenni a proposito di Italo Svevo.
Italo Svevo ed in particolare La Coscienza di Zeno. La Coscienza di Zeno che completa la trilogia cominciata con Un Inetto e proseguita con Senilità, e nella quale in qualche modo biograficamente Svevo ci racconta della sua maturazione come scrittore, dell’approdo alla Scrittura. Ricordo sul finire dell’incontro la citazione di un proseguimento della Coscienza Le Confessioni di un Vegliardo nel quale è Zeno a parlare, ma è più che mai Svevo che racconta. Uno Zeno che passa al lettore le impressioni suscitate dalla rilettura del romanzo la Coscienza come l’avesse scritta lui. E dice che nulla era rimasto di cosa intendeva raccontare, nulla si era fissato nell’ordine del significato, del ricordo, del dato storico, ma ritrovava la vitalità di quei tempi di scrittura, la vitalità della Scrittura; se doveva pensare a chi era lui in quel momento non era certo il coscienzioso Zeno che immaginariamente aveva vissuto, ma bensì cosa la scrittura, cosa l’inconscio fece sì che un colui si scrivesse, che venisse descritto.
Uno Svevo che scrisse romanzi, che tentò di dire del fenomeno della scrittura, che venne incuriosito ed interessato dalla nuova disciplina chiamata psicanalisi; la quale venne collegata, inserita, citata, interrogata proprio nel romanzo del suo compimento come scrittore, la Coscienza appunto.
Come mai chi intraprende il percorso dell’analisi anche se incoraggiato dall’analista si trova comunque a rivolgersi alla scrittura per essere nel pragma?
Come mai Freud quando era in difficoltà non poteva uscirne con azioni consce ma doveva rivolgersi alla scrittura intendendola come un atto inconscio?
Quanti in difficoltà sono costretti a scrivere poesie?
Perché il cantautore Luciano Ligabue, che si dice solamente a suo agio sul palco e scrive comunque canzoni, per elaborare un lutto si trova a scrivere poesie?
Freud ci dice che non finiva di stupirsi del fatto che alcune persone non riuscissero a superare un lutto, ed ancor più di come il crollo di un ideale potesse essere vissuto come un lutto per la morte di una persona cara.
Ma è il lutto per una persona cara che ha a che fare con il crollo di un ideale e non viceversa. Perché con il lutto e quindi con la sua elaborazione si ha sempre a che fare senza neanche accorgersene.
Quale lutto? Quale ideale? La morte dell’idea, dell’immagine e dell’immaginarsi, del significato che l’attività di scrittura inesorabilmente ed immancabilmente propone. Non ci sono parole che possano tradurre integralmente ed una volta per tutte le immagini, ma occorre comunque tradurre.
La scrittura come dispositivo di parola originaria, come dispositivo verso qualcosa di nuovo, verso un accadimento.
Anche Freud diceva che se non aveva un leggero malessere non iniziava a scrivere.
Quando Freud chiamava psicanalisi la peste intendeva appunto questa dinamica.
Intendeva lo squarcio della parola originaria.
Perché aspettare la morte di qualcosa o di qualcuno, la fine di un amore per scrivere?
Perché rischiare di farne una malattia, vivere come tragedie vicende non facili della vita?
Perché non tingere di narrativo, di pragmatico l’itinerario.
Perché non esercitarsi nella parola estrema invece che ricorrere ad estremismi?
L’analisi palestra per esercitarsi con l’impertinenza, con la scontrosità, con la provocazione del sembiante.
Solamente sapendoci fare, sapendo giocare, sapendo faticare con il sembiante e possibile veleggiare con l’Altro, essere in armonia.
Scrivere come dispositivo intellettuale per poter intendere e non capire, per esercitarsi in una dimensione di simultaneità dove non c’è prima il lutto e poi l’elaborazione del lutto, ma sono contestuali. Muore l’idea, la padronanza sull’idea, la previsione e la premeditazione e simultaneamente si elabora questo lutto, si elabora, si è nel fare pragmatico, nella poiesis.
La parola estrema è viva, è sospesa, è precaria, provoca quell’ansia come indirizzo verso il Kairos, l’incontro, la sorpresa.
Dispositivi di parola originaria per fare esperienza autentica, per fare esperienza della morte. Straordinario Rainer Maria Rilke nella poesia L’esperienza della morte, quando cifra come appare improvvisamente autentico il mondo dopo un lutto, e come ci ricorda di quanto auspichiamo la morte del soggetto, dell’io, fino al punto di “recitare non pensando all’applauso”, quindi essendo in atto, il Je francese, il Je Lacaniano, movendosi sul confine tra corpo e scena.
E proprio Lacan a dire che un’analisi si compie quando si giunge ad una paranoia controllata, ma anche a farci rilevare delle fasi fortemente deliranti all’inizio di un’analisi, cioè proprio come se si piombasse in una condizione di post lutto.
Ma come può scatenarsi un simile condizione solamente parlando, se non fosse contestuale nei dispotivi di parola originaria la simultaneità tra lutto ed elaborazione, tra castrazione e sessualità, tra fare e poesia?
Nessun trauma originario perché il trauma attiene al sogno ed al delirio, che irrompono destabilizzando corpo e scena.
Perché allora ontologizzare? Perché fare delle questioni una malattia introducendo la dicotomia malessere – benessere?
Scrivere per poter leggere Freud, per poter cogliere ciò che l’inconscio gli ha consentito di scrivere, cioè che non c’è nulla da curare, non c’e da dirsi malati, ma occorre cavalcare l’onda del malessere, del disagio, del non dell’essere, del sintomo non sintomatico ma come accidente, come qualcosa che accade, che cade, che occorre ed incorre, e quindi che necessita di essere detto, di essere nominato, perché trovando il nome è possibile dimenticare, è possibile la memoria e non il ricordo, è possibile procedere.
Perché intendere il disagio come segnale di un dramma, dello psicodramma, dell’inconscio da smascherare?
Perché dare un nome al disagio per tramutarlo in malattia, sostantificarlo per poterlo trattare con la sostanza dello psicofarmaco?
Le cose non possiamo nominarle, non possiamo dare un nome alle cose, possiamo solamente raccontarle, non possiamo ricorrere al nome del padre, occorre che il nome funzioni nella rimozione, che sia funzionale.
Il nome si può solamente dimenticare per poterlo incontrare: quello è il nome che cercavo, quello il nome che si è scritto, il nome che procede dall’apertura, dall’intervallo. Abitare l’intervallo per incontrare infiniti nomi nello scorrere dei significanti. Abitare l’intervallo, procedere dall’infinito per non essere abituali.
Non si può essere padre, ma occorre diventarlo nell’occorrenza, rimanendo figli.
Nessun sapere, nessun comandamento, nessuna morale, nessuna etichetta, nessuna destinazione, nessuna predestinazione, nessun esempio, nessuna semplificazione,
Costume ed etica, viaggio ed approdo al viaggio, alla dimensione intellettuale, alla dimensione dell’intendimento e del malinteso.

Arriviamo così ad Erri De Luca.
E’ un peccato che De Luca non sia con noi questa sera, perché degli scrittori trattati, degli scrittori da cui abbiamo preso spunto, era l’unico di cui potevamo ancora sentirne la voce.
Sarebbe stata l’occasione per un’intervista, una conversazione, un dibattito, un racconto per dirci qualcosa della sua relazione con l’attività della scrittura.
L’incontro con gli scritti di De Luca è avvenuto circa un anno fa, quando lessi il libro che un’amica consigliò e prestò.
Il libro è Montedidio, e dopo la lettura di altri libri è quello da considerarsi bello in quanto onirico, in quanto fantastico, in quanto leggero, in quanto anche romanzo nel quale De Luca riesce a distaccarsi apparentemente dal suo vissuto, dalle sue idee, riesce fortemente ad essere catacretico, a procedere per abduzione.
Nella gran parte dei libri di De Luca è molto presente il suo passato, l’elaborazione della figura del padre e della madre, l’elaborazione del senso di colpa per i compagni di Lotta Continua finiti in carcere e condannati rispetto a lui, la ripresa di ideali che gli anni del ’68 avevano posto come stendardi.
Lui che dopo quei caldi anni ha fatto esperienze come operaio in svariati ambiti ed in numerosi Stati.
Lui che racconta la passione per l’alpinismo, la disavventura africana di quando contrasse la malaria.
Nei suoi scritti prevale la forma di brevi episodi, e soprattutto è sempre presente una lirica, una poesia musicale che scorre metaforicamente, in una combinatoria di significanti. I suoi libri sono come dei diari elaborati e riscritti, che piacciono perché sono popolari, invitano ciascuno a provarsi a scrivere il proprio diario, a lasciarlo sedimentare, ad intagliarlo, a levigarlo in modo che si cifri.
Domani De Luca sarà al Salone del Libro con lo spettacolo Chisciotte e gli invincibili.
Considera invincibili i personaggi come la creatura di Cervantes perché malgrado le sconfitte continuano ad inseguire i propri sogni, i propri ideali.
Per noi ciascuno invincibile in quanto non si scoraggia per le difficoltà del labirinto, non se lo rappresenta e prosegue, perché essendo nell’attraversamento l’approdo è il viaggio, il racconto, il sogno, la dimenticanza e la memoria.
E così giungiamo anche al titolo dell’incontro odierno: La saggezza di un destino che per compiersi deriva, estratto da un episodio di Alzaia, raccolta di articoli che De Luca scrisse tra il 1996 ed il 1997 per il quotidiano l’Avvenire.
Il nome Alzaia è riferito alla fune che serve per trarre le chiatte dalla corrente.
Quella fune è il nome che ci occorre ed il libro ha un nome per titolare di storie, di citazioni, di sogni, di traduzioni.
Quel nome consente di guardarsi indietro e di vedere quella fune che ci sospende momentaneamente dalla corrente, dal fiume, dal rivo e dal derivo, dal procedere alla deriva spinti dal vento e guidati dalla corrente.
Quella fune è tesa e ci fa sembrare le cose come fossero andate in linea retta.
Ma per procedere abbiamo instabilmente zigzagato, siamo andati alla deriva.
Per derivare occorre non avere deriva, non avere come le imbarcazioni la deriva sotto lo scafo.
Per procedere derivando occorre integrare.
Paradossalmente per derivare non occorrono le derivate che rastremerebbero il tutto ad una retta se non ad un punto, ad un numero e quindi all’esoterismo, ma gli integrali, cioè le linee curve dove le funzioni tendono verso l’infinito.
Certo le nostre curve sono spirali, sono figure topologiche e non si tratta di procedere il più velocemente possibile verso l’infinito perché l’infinito è attuale, è in atto, non è spazializzabile, non è cronologico.
In tutti i campi delle scienze ad un certo punto si cerca la quarta dimensione.
In architettura ci si può chiedere: se disegniamo su un foglio a due dimensioni una presunta realtà a tre, qual è la quarta dimensione che togliamo facendo i modellini degli edifici?
Oppure: se il punto è traccia della retta, se la retta è traccia del piano, se il piano è traccia di un solido, di una cosa, allora questo solido di cosa è traccia?
La quarta dimensione è il tempo non cronologico, il ritmo del gerundio della vita, del fluire delle cose.
Il solido è traccia di qualcosa di non solido, di imprendibile, di precario, di assoluto: la Parola.
Se si è in questo intervallo, se l’infinito è in atto, l’Altro, l’inconscio, la mano intellettuale taglia e rilancia il nastro di Moebius.
Zig-Zag riprende uno stralcio del discorso che il poeta russo Iosif Brodskij fece nel 1987 quando a Stoccolma ritirò il premio Nobel per la letteratura.
Discorso che fa parte di un libricino Dall’Esilio, che andrebbe letto tutto tanti sono gli spunti per un rilancio della necessità di vita poetica, pragmatica.
Zig-zag che leggeremo integralmente per cogliere come De Luca sia riuscito magistralmente a rilanciare l’epiteto di Brodskij……

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