Il sembiante, Dio
Seminario del 26. 2. 2009
Un’analizzante, che sarebbe classificata come psicotica grave nel discorso psichiatrico, si accorge durante una seduta che i suoi sintomi (angoscia incontenibile, voci, passaggi all’azione con urla, pianti e rabbia) non sono che una parodia. Come se si fosse sempre mossa tra le quinte di un teatro. Ma se ne accorge soltanto qui, nel dispositivo dell’analisi.
Improvvisamente si accorge che tutto ciò che pareva assodato, scontato, nella dimensione ineluttabile del fatto e del già dato, del sostanziale (del cos’è) può anche esser visto non solo come una finzione possibile, ma come un mai esistito. Tragedia o commedia? La sua psicosi le sembra non avvenuta.
Ecco, non è mai avvenuta. La finzione, la parodia, per essere percepita come tale esige la funzione di Altro. E il sembiante ne è il supporto. Improvvisamente si accorge dell’esistenza del sembiante, e dunque della parola, cui può cominciare a sostenersi. I ricordi ora le pervengono filtrati nella dimenticanza, e possono diventare memoria, e la memoria s’impone sul tempo lineare, sull’ineluttabile di ciò che era, di ciò che è e di ciò che sarà.
Può entrare finalmente nel tempo del racconto.
Noi non possiamo sostenere di avere bisogno del cibo, del riparo, neppure dell’aria che respiriamo. Noi non abbiamo bisogno di un uomo o di una donna. Nessun interlocutore senza l’Altro. Più dell’aria che respiriamo, noi abbiamo bisogno prima di ogni cosa del sembiante. Abbiamo bisogno del punto vuoto. E’ nell’esperienza di tale bisogno che le cose avvengono, che la manna può cadere dal cielo, che il miracolo interviene. Il percorso di un’analisi conduce a questa consapevolezza che non potrà essere ulteriormente fuggita o protratta.
La fame e la sete, l’appetito sessuale, il desiderio di fama o di ricchezza esigono la scrittura dell’esperienza. La scrittura è originaria. Nessuna fame di cibo o di sesso, di potere o ricchezza senza l’Altro. Senza l’esperienza della parola, senza la scrittura, senza l’oralità. Nessuna vita senza analisi, se vogliamo finalmente intendere l’analisi nell’accezione più ampia, quella di assenza di soluzione come indica la sua etimologia. L’analisi è scrittura dell’esperienza. Interminabile confronto con il punto vuoto, con il sembiante. Questa la vita degli umani che è vita nella parola.
L’Altro, il sembiante. L’Altro che procede dal sembiante o il sembiante che procede dall’Altro. Il punto vuoto nell’Altro, l’Altro nel punto vuoto. E poi la voce, il mormorio, il ritmo, la danza.
Eh Sì! Perché quando diciamo che qualcosa esiste (la fame, un uomo, una donna, il cibo, qualsiasi cosa, persino Dio) siamo già ghermiti nello spettacolo dello sguardo. Le cose esistono soltanto sotto il dominio dello sguardo. L’esistenza trascorre nel fascino della rappresentazione. Il cibo, un uomo, una donna, il mondo come spettacolo, lo spettacolo del mondo, lo spettacolo della tua esistenza o della mia. L’esistenza si dilegua in assenza dello sguardo.
Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra. Eh! E ci siamo già trasportati nell’euforia dell’esistenza! Nel dualismo alto e basso, del bene e del male, angeli e demoni, superno e inferno. Il catechismo! Possiamo semmai accogliere questa definizione (come una qualsiasi fra le altre), ma soltanto ricondotta a metafora suscitata da un canto che la precede.
Perciò, la definizione richiede almeno uno spostamento: Dio non precede la parola. Dio è la parola che si fa appuntamento, miracolo. Dio è in ogni cosa che accade. Per mantenerci nel pragma, nella clinica, come spetta a noi di restare. Dio non precede il dispositivo. Ritornerebbe, in tal caso, a essere ciò che nel dogma è sempre stato; il fantasma del sembiante. Allora possiamo forse affermare che è Lui il dispositivo? Forse. Dio è nel dispositivo di preghiera, di parola.
E lo spirito è voce, prima che luce. Questa la nostra clinica, una clinica della voce e non della luce. Clinica del sembiante. Il sembiante è Dio non senza il dispositivo. Come dire che Dio è sempre stato concepito come puro sembiante senza dispositivo. Luce purissima senza musica e senza suono, anche se il poeta, Dante, non avrebbe potuto mai concepire un paradiso che non fosse puntellato con la musica divina degli astri, con il suono delle sfere, con il battito delle mani dei beati, con il canto e la danza degli spiriti attivi o di quelli sapienti e così via. Come potrebbe mai diffondersi la luce, senza il canto?
E’ il dispositivo che consente la dimensione pragmatica; l’emergere delle funzioni di specchio, sguardo e voce, disposte nel racconto.
Quando si accende la lampada, Dio, dell’intelligenza? A che serve intelligere? Dio interviene. Ma il suo intervento non esige forse un lungo apprendistato? Per farsi miracolo e appuntamento la parola occorre che si accenda, ma per mantenersi accesa non può stare staccata più di tanto dall’oggetto. Allora, Dio non può operare senza oggetto? Da qualsiasi lato afferriamo la questione, occorre la parola originaria. Inevitabile. Il nostro è un rilievo pragmatico, clinico. La nostra clinica: dalla contraddizione dei fatti all’ossimoro della parola originaria.
Il Dio della chiesa e del dogma è un Dio senza clinica. Non evita allora il paradosso del bene e del male, la contraddizione, e poi la sofferenza che si manifesta soltanto frapponendosi all’ostacolo, all’oggetto. Interposta all’oggetto. La sofferenza, una ragione che toglie di mezzo l’oggetto e che si pone all’origine sia della vittima che del carnefice.
Un Dio rappresentato è già un dio dimezzato. Contraddizione piuttosto che ossimoro. Dio non è sufficiente per non dissolversi nell’euforia della rappresentazione. Occorre la libertà della parola, sebbene questa libertà sia stata sempre intesa, appunto nel dogma, come dono di Dio, come libero arbitrio.
Il narcisismo è questo. Occasione d’incontro, appuntamento, miracolo delle cose che accadono. Il dispositivo obbedisce a questa necessità della relazione con l’oggetto, della relazione originaria nella parola. L’oggetto non è dato. E’ suscitato dalla parola libera. Questo è il narcisismo.
Dio non è dunque il sembiante, ma una funzione del sembiante. Ciascuna funzione opera interagendo con le altre. E quindi Dio interviene quale funzione sintattica, frastica e pragmatica. Se interviene soltanto come funzione sintattica, allora è il sembiante rappresentato, il nome del nome, all’incirca il Dio biblico severo e tiranno. Se interviene soltanto come funzione frastica, è allora il Dio despota del fondamentalismo religioso, la verità anteposta alla causa, il discorso che sopprime la parola. In entrambi i casi è ridotto a un Altro rappresentato. Se interviene come funzione pragmatica, allora è dispensatore di miracoli. E’ questo il Dio dell’incontro; possiamo azzardare che, alle origini, il cristianesimo parrebbe aver privilegiato quest’ultima funzione del sembiante, e in seguito… .
Il sembiante non è rappresentabile in modo alcuno. Lo reperiamo risalendo lungo le funzioni di specchio, sguardo e voce. Non c’è alcun Dio alle spalle del sembiante. La funzione, come la relazione, è originaria. E la funzione è anche cieca, nel senso che non agisce in nome di alcun bene, non ha il bene come fine. Il bene è un effetto della funzione in atto. Non vi è alcun codice morale a guidare la mano di Dio e nessuna etica governa il controllo del suo sguardo. Se così non fosse, saremmo tutti condannati alla nevrosi, la clinica sarebbe impossibile. Saremmo immobilizzati nella gabbia degli enunciati, in balìa della legge (specchio, nome) o dell’etica (sguardo, frase) e la stessa giustizia (pragma) sarebbe sommamente ingiusta. La legge, l’etica e la giustizia vogliono in atto le funzioni del sembiante. Reclamano quel punto vuoto che non può essere rappresentato.
Il colpo fortunato, l’evento favorevole inatteso, la sorpresa dell’incontro o del miracolo, potrebbero essere assunti come prova dell’esistenza di Dio. In tal caso, è sempre il soggetto che si dimette, il soggetto come tale. Vale a dire, che è il soggetto che si dimette o si ritrae facendosi nuovamente soggetto. E’ il soggetto, l’assoggettato, a subire gli eventi e a mascherarli subito vestendoli nella rappresentazione dell’imponderabile, in una grazia concessa o nella punizione divina. Di fronte all’inatteso, al miracolo, all’evento imponderabile e sorprendente, che pare proprio una coincidenza, il soggetto parrebbe schiacciarsi, ma la tendenza è appunto a rappresentarsi nuovamente soggetto, vale a dire soggetto assoggettato, governato da una volontà che lo sovrasta. E questa è la funzione di voce quando diventa la Voce. Ma è voce rappresentata. E basta parlarne, basta lasciar posto alle altre funzioni, perché la Voce torni nuovamente a essere voce, a mormorare. E nel dogma Dio è sempre stato assunto come Voce senza racconto.
Parlando ci si accorge di incontrare delle difficoltà, è l’afasia strutturale a ciascuno. La quale, nel conato a parlare, si manifesta come rimozione o resistenza. Rimozione e resistenza sono, infine, delle strategie per superare la difficoltà della parola. Metafora e metonimia. Occorre il soccorso dell’oggetto, suscitato dall’Altro o nell’Altro. Occorre il sembiante, l’oggetto nell’Altro, la catacresi. La rimozione è del nome che si sostituisce a un altro nome in relazione all’oggetto che si manifesta come specchio. Metafora. La resistenza è del significante che si rivolge a un altro significante (il quale pertanto non si fissa come nome) quando è in relazione all’oggetto che si manifesta come sguardo. Metonimia.
L’oggetto non è dato; si presenta nelle sue manifestazioni di specchio, sguardo e voce. Soltanto nell’intervallo (oggetto che si manifesta come voce) la funzione è vuota. Nel sogno è l’apertura possibile al racconto, al manifestarsi dell’oggetto in quanto voce. L’Altro è questo: l’oggetto non ancora specificato, il mormorio, la catacresi.
Dove stanno le difficoltà? Nel fatto che l’oggetto non è dato. E’ comunque frutto dell’esperienza (clinica) accorgersi che la prerogativa del discorso nevrotico (o delle varie scuole sedicenti lacaniane) è quella di supporre l’oggetto in quanto perduto (supremazia dello specchio, vale a dire lo sguardo reso immobile) oppure in quanto oggetto catturabile (supremazia dello sguardo, vale a dire lo specchio reso fisso). Impossibile, allora, uscire dall’a-teismo, dal sedicente discorso laico, oggetto perduto, o da quello religioso, oggetto catturabile.
Impossibile distaccarsi dal discorso nevrotico e la clinica è cancellata.
La funzione non è originaria se non in quanto funzione vuota. La relazione soltanto è originaria. L’Altro è la funzione. Impossibile dire cos’è l’Altro.
Riassumiamo esaminando un enunciato: il sintomo procede dal contrappunto nella funzione di specchio…. Come intenderlo alla luce di quanto esposto? In modo pragmatico, e ciò vuol dire anche clinicamente. Un enunciato che si può comprendere alla luce dell’esperienza clinica.
La reazione sotto forma di sintomo si scatena alla prova dell’interlocutore (scambiato per l’Altro), quando cioè prende risalto il congelamento della funzione di specchio. Cerchiamo di essere precisi. Se capito di fronte a qualcuno mi accorgo che non è colui che mi aspettavo. Ecco la funzione di specchio in atto, alla quale non ero preparato perché l’avevo fissata con la fantasia in una frase o in un nome. Il sintomo si manifesta nello scarto fra la funzione di specchio in atto (ciascuno che incontro è dissimile da sé, non è mai quello, ciascuna cosa che vorrei possedere non è mai quella) e la funzione di specchio bloccata, cioè ricostruita o fantasticata, nella quale mi ero insediato. La fissazione del fantasma non concerne evidentemente l’interlocutore, ma il modo della mia relazione con l’Altro di cui l’interlocutore anche occasionale necessariamente diventa un modello. Nella mia fantasia l’interlocutore è preso come modello dell’Altro.
Ne consegue che l’interlocutore non precede l’Altro. L’interlocutore non è mai originario. Noi incontriamo i nostri interlocutori e non possiamo che riferirli ciascuna volta a questo Altro originario, li accoglieremo oppure li rifiuteremo sulla base della condizione della nostra relazione con l’Altro.
Sono le fantasie a congelare la funzione di specchio del sembiante. La funzione di specchio, d’altra parte, esiste soltanto in atto. Impossibile coglierla al di fuori dell’esperienza. Non è ontologica. Accogliere la solitudine, prerogativa del sembiante, consiste proprio in questo: non costruire fantasie sull’Altro, non rappresentarlo. Pena il contraccolpo del sintomo, che altrove abbiamo definito una risposta dell’Altro. Il sintomo, essendo l’indice di tale scarto fra l’interlocutore rappresentato in quanto Altro, e quello reale, è dunque in vario modo intoglibile. Ciascuno, infatti, ha il suo modo per rappresentarsi l’Altro. Ciascuno è inscritto nell’Edipo (per impiegare un’espressione di Lacan) singolarmente. A ciascuno la sua scena. Non esiste una scena per tutti. Non esiste alcuna scena originaria. Poiché di nulla esiste la copia originale. Il confronto di ciascuno è soltanto con l’originario nella parola.
D’altra parte, a ciascuno il suo enunciato che si tratta di articolare, a ciascuno il suo fantasma fondamentale che, anch’esso, non è mai universale. Universale soltanto il fantasma materno.
Il fantasma fondamentale a ciascuno è leggibile in ogni enunciato che possiamo proferire. Vale a dire che in ogni enunciato è rivelata la posizione di ciascuno in relazione alle funzioni dell’oggetto nella parola (il sembiante). Fissità della funzione di specchio, rispetto a quella di sguardo o a quella di voce. Soltanto la presenza del sembiante è in grado di fungere da cartina di tornasole lasciando evidenziare questi punti di fissità dell’enunciato.
Il sembiante è il punto vuoto e originaria è la sembianza. Le cose non sono o sono al massimo per quello che appaiono e non possiamo che prendere le mosse da questa osservazione; nessuna ontologia possibile a fondare la nostra clinica del sembiante. Anche le funzioni logiche si dispongono sullo sfondo della sembianza e specchio, sguardo e voce, che sono proprietà dell’oggetto della parola nella sua tripartizione, valgono ciascuna come atomo da cui possiamo partire per inaugurare la psicoanalisi.
La relazione originaria non concerne il rapporto già fissato fra lo specchio, lo sguardo e la voce.


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