Il sogno dell’occidente. La psicosi; il sogno orbato del sembiante
Seminario del 19. 2. 2009
Nessun appuntamento senza l’Altro.
E’ paradossale ma le regole che apparentemente consentono alla società di funzionare, fondate sulla misura dello spazio, sul tempo dell’orologio e sul nesso causale, sono quelle che affondano la loro radice in un fantasma psicotico. Ricalcando le tracce freudiane dovremmo pur notare che se la nevrosi ossessiva si pone all’origine del dogma religioso, la psicosi non può che essere all’origine del discorso scientifico.
E’ in atto una confusione nel discorso psicotico, che fa sì che gli eventi, che riguardano il registro pragmatico della parola, siano invece assegnati a quello frastico o a quello sintattico. Il discorso psicotico è certamente più sensibile e avvertito di quello normalizzato che finisce per ignorare o cancellare l’evento. Assumendo la normalizzazione (ancora qui il paradosso) tuttavia, il discorso psicotico non può che limitarsi a farne la parodia e finisce per spogliare il miracolo potenziandolo in modo assoluto nella rappresentazione, lo tramuta nella coincidenza, e il discorso risulta allora contrassegnato dall’asservimento a una legge diventata assoluta. Il discorso si presenta ora determinato in una successione rigida e concatenata di fatti. Si fa procedurale. Nel discorso psicotico la simultaneità del sembiante riappare come sincronia assoluta. Anche qui è il pesante logos di un tempo apodittico che s’impone sull’evento. Tutto rischia di essere ridotto al presente, alla rappresentazione. Il paradosso trionfa e la sospensione della parola, che potrebbe volgere al malinteso del racconto, è resa impossibile. La parola è travolta da fatti incontrovertibili.
Uno psicotico crede in modo esagerato, finanche teatrale, alla misura dello spazio e al tempo dell’orologio; una credenza che resta sullo sfondo con evidenza impalpabile. Pertanto un evento, pur percepito fuori dal tempo, non incrina la credenza nel tempo lineare e con essa collude (donde l’angoscia incontenibile). Né a soccorrerlo interviene il possibile affidamento all’Altro, una sospensione nella parola libera. Tutto gli si presenta allora come rappresentazione, si schiaccia nel presente e nella rappresentazione. Anche la memoria eventuale si presenta come inconcussa reminiscenza, come incurabile nostalgia.
Ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, è animato e sempre attraversato dal dubbio, – dubbio sull’Altro o sull’interlocutore, dubbio su qualsiasi cosa – che si manifesta anzitutto come inquietudine, come timore, ma anche come gioia e sorpresa poiché i fatti per ciascuno non si collegano in modo rigidamente causale, non prima l’uno e l’altro necessariamente poi. Di scorcio, si potrebbe forse rilevare come la parapsicologia sorga quale parodia psicotica di una tale condizione abituale di dubbio, nel tentativo di rappresentare l’enigma dell’Altro. La parodia di questo dubbio che attraversa noi e il mondo.
Resta, nella psicosi, una sensibilità estrema (lo specchio, lo sguardo e la voce funzionano in modo scarsamente temperato dal discorso), ma subito deformata secondo il canone normalizzante. Resta una sensibilità di avvertire la dimensione pragmatica della parola (ecco perché Freud ha parlato della psicosi come di un irrompere del sogno nella veglia), ma subito trasferita di peso letteralmente nella ragione mortifera del logos. Il tempo diviene il tempo dell’orologio, però raggelato, ossia contratto nell’istante, oppure dilatato, ovvero eternizzato. Occorre riconoscere che queste sono operazioni indispensabili anche alla tecnica che non giunge tuttavia a farne la parodia, come avviene nella psicosi. Lo strumento della tecnica assorbe e neutralizza completamente il delirio dal quale ha potuto trarre la sua stessa esistenza.
E’ dunque per una proprietà contingente del discorso che si presentano i sintomi della psicosi? Quale proprietà del discorso opera a ridurre l’oggetto nella parola, e il narcisismo ad essa connesso, nella rappresentazione? I tratti della psicosi, della pazzia, non sono altro che i sintomi della nostra epoca e la cosiddetta oggettività pesante che il discorso neuropsichiatrico ascrive così facilmente alla fisiologia e al delirio inteso come falsa rappresentazione, è un errore di lettura madornale. L’oggetto sguardo e l’oggetto voce o l’oggetto specchio, sono funzioni del sembiante inscindibili dall’oggetto della parola e dal narcisismo dell’oggetto. Senza oggetto trionfa il discorso che altro non è che rappresentazione dell’oggetto. E il delirio non è falsa rappresentazione, ma rappresentazione soltanto, istanza della rappresentazione. Vi è racconto nel delirio e con il delirio lo psicotico cerca di superare la menzogna della frase e accedere al malinteso.
Il sogno dell’occidente avviene nel trionfo della rappresentazione, il bene e il male, l’alto e il basso, il superno e l’inferno. Il sembiante rappresentato è il terzo escluso. Di questo sogno immobilizzato, ucciso, di questo fantasma materno, totalizzante, la psicosi fa la parodia mentre il discorso scientifico, l’epistemologia e in particolare la psichiatria ne fanno un sistema. Sistemano l’oggetto della parola nella rappresentazione e uccidono la parola che lo sostiene, rafforzando il discorso. Rafforzando cioè la logica, il codice, la classificazione e il canone che s’impongono sulla parola libera e anarchica.
Parodiare il discorso potrebbe essere una soluzione interessante, ma il discorso di cui si fa la parodia rimane ad alimentare la rappresentazione, si fissa anzi nella sintassi e nella frase a scapito del pragma. Il pragma così rappresentato non è altro che il passaggio all’azione, quello chiamato acting out. La pazzia è originaria rispetto al discorso? Ne è il tentativo ironico di realizzazione. Così lo psichiatra, che di solito non crede a quello che dice, trova nello psicotico un sostenitore imprevisto. Lo psicotico presenta allo psichiatra i suoi sintomi (ossia le manifestazioni dell’oggetto della parola una volta negato dal discorso) e lo psichiatra li traduce sistematizzando il discorso. Lo psicotico finisce dunque per suggerire il modo di suturare le falle del discorso d’occidente. La pastiglia è il terzo escluso. La sostanza è il terzo escluso.
Cerchiamo di fare un esempio di quanto accade. Le psicosi sono definite nevrosi narcisistiche (da tale condensazione e infine distorsione non è esente, per qualche verso, neppure il positivismo freudiano). La supposizione, nel discorso psichiatrico, è che il narcisismo variamente definito sia la causa del male. Se il discorso trionfa, il narcisismo diviene un sintomo del soggetto, anzi diviene la causa all’origine del male. Ma ciò che il discorso definisce narcisismo è piuttosto la cancellazione del narcisismo quale originario attributo dell’oggetto nella parola. L’egoismo è il contrario del narcisismo; è il tentativo mal riuscito di farlo risuscitare nella rappresentazione. Eppure, nel discorso psichiatrico e in quello comune, l’egoismo diventa causa originaria come attributo del soggetto. Soltanto nel sistema può accadere che questo scambio si sorregga. E’ il sistema del discorso che conduce la sostanza e il sintomo a diventare causa originaria, esautorando l’oggetto della parola. Nella psicosi, la teatralità del sintomo potrebbe ancora rivelare una breccia, un’apertura in grado di rinviare al sembiante o almeno all’evidenza della sua obliterazione da parte del discorso. Diligentemente il discorso psichiatrico richiude questa breccia nel muro del discorso.
Il discorso occidentale è dunque caratterizzato da una cancellazione del narcisismo ottenuta rappresentando il sembiante. Nel discorso occidentale, l’oggetto rappresentato ha il potere di caratterizzare la causa come causa del male. Se il male è posto all’origine, se precede la causa, allora il discorso trionfa e trionfa come procedura, procedura di purificazione dalla causa (che diventa purificazione dal sembiante), canone del corretto discorso e del codice innato che precede la parola.
Soltanto il discorso psicotico è in grado di entificare le funzioni (che poi il discorso psichiatrico diligentemente ontologizza) del sembiante: specchio, sguardo, voce. Lo specchio, lo sguardo e la voce non sono definibili, non sono sostanza, sono gli oggetti originari che non precedono né conseguono alla relazione. E’ questa la simultaneità del sembiante. La relazione, come l’oggetto, è originaria. L’oggetto è atomo, indivisibile. Analogamente, l’interlocutore non sussiste autonomamente rispetto alla relazione, non la precede.
Conta dunque il modo con cui il sembiante si fa relazione. Il modo della psicosi conduce al risultato di evitare l’equivoco della parola, il nome diviene cosa; poi di evitare la menzogna della parola, la frase diviene certezza. Inevitabile il passaggio trionfante all’azione. La pulsione rappresentata.
La nostra percezione ordinaria non evita l’allucinazione. Anzi, l’allucinazione è costitutiva della percezione. Qualsiasi immagine non può sottrarsi dalla sembianza e qualsiasi immagine rinvia al sembiante in quanto alterità radicale. Se domina l’allucinazione, se straripa accompagnata dal delirio è per una posizione frastica o sintattica nel discorso, vale a dire che l’allucinazione avviene nel tentativo di controllare la menzogna della frase o l’equivoco del nome.
Se non esiste alcuna realtà fuori della parola, il discorso psicotico cosifica il nulla che rimane da cosificare, ossia le funzioni del sembiante. Mentre nel nevrotico la realtà è costruita letteralmente cercando in qualche modo di lasciar intervenire e interagire fra loro le funzioni del sembiante. Si stempera lo sguardo con la frase, lo specchio con il nome, la voce con il pragma. Asserire che nella psicosi il mondo è cosificato significa constatare che la frase non è travolta dall’equivoco del nome, il nome non è questionato dalla menzogna della frase. Ecco allora cosificata la funzione di sguardo e di specchio.
Impossibile scordare la scena del film Amarcord di Fellini, quando al colmo di una bouffée psicotica lo zio matto di Titta (impersonato dall’attore Ciccio Ingrassia) si rifugia fra le chiome di un grande albero e da lassù a piena voce intona disperatamente la sua litania: voglio una donnaaa!!
Sta lì davvero in attesa di un incontro? Intanto, più che da una donna è completamente assorbito dal questo. Il questo è per lui la soluzione della vita. La donna è la donna che tutti hanno, è la donna comune del discorso, è il luogo comune del sogno diurno, la palingenesi finale che verrebbe ad alleviare tutti i mali, è il suo paradiso. In conclusione, è la madre nel fantasma materno.
Questa è l’illusione che impietosisce coloro che gli stanno intorno. Ma, come è impossibile non constatare, questo è il sogno di molti, che per molti finisce per restare soltanto un sogno. Per il nostro psicotico interviene qualcosa di straripante; occorre agire questo sogno. Ci si potrebbe chiedere se questo agire, che molto spesso abbiamo anche noi condannato, non possa essere in qualche modo una manovra efficace. Agire l’idea? Certo, non è l’idea ad agire, eppure nel tentativo di agire l’idea qualcosa accade intorno allo psicotico. In fondo, ci si potrebbe domandare se non è, fra le altre possibili, una via percorribile, una strategia più efficace addirittura, quella di amministrare in questo modo così perturbato l’esistente. Passare all’azione e basta.
Gli esseri umani si sono sempre affidati al questo. Al tempo dell’orologio, alla misura della distanza, alla logica causale che ne poteva ricavare. Nello psicotico almeno aleggia ancora l’autenticità del questo, anche se come pura icona di tale rappresentazione. Certo, una rappresentazione della rappresentazione, una duplice rappresentazione, una doppia illusione. In questo modo, anche se l’evento è certamente ancora scartato, è tuttavia la logica intesa quale credenza originaria che almeno risulta sbaragliata. Il mondo di coloro che lo circondano, indaffarati come sono nei loro calcoli quotidiani, nelle loro piccole logiche e ordinarie strategie, è fortemente sconvolto. In primo piano si staglia soltanto la domanda che vorrebbe essere estrema, l’interrogazione sia pure sfibrata ma che ora ha forse qualche opportunità di mutarsi in preghiera, volgendosi all’Altro e poi, forse, di accogliere l’evento.
Ancora qualche cenno sul determinismo del mondo, nella psicosi.
Se non esiste un mondo di fatti non esiste neppure il determinismo in quanto tale. Se la nostra tesi è che il tempo non scorre, non c’è alcun determinismo. Il determinismo non esiste. La credenza nei fatti comporta parallelamente la credenza nel determinismo. Ed è in fondo soltanto il determinismo estremo della psicosi a smascherare il determinismo cosiddetto normale. Anche l’istinto, il determinismo scientifico, quello biologico o quello fisico. Nessun determinismo se Causa è il sembiante che dimora nella simultaneità.
Proviamo ciò nondimeno a formulare ancora la domanda in modo ingenuo. Sia pure inaccessibile, esiste un determinismo dell’Altro? Che poi tanto ingenua non è questa domanda, se Freud già l’aveva formulata più o meno in questo modo riferendosi all’inconscio e al sogno. Non è forse già deterministica una frase come questa: “è sicuro che, desiderando, l’evento accade”? Oppure, in modo più elaborato, ma storicamente consolidato: “la preghiera rende operante la provvidenza dell’Altro”?
Il determinismo sussiste finché l’oggetto è fissato. E’ quanto insegna anche la fisica dei quanti. Il determinismo dell’Altro (in fondo del desiderio) è il determinismo che residua nella parola. Il desiderio è il determinismo che trascorre ancora nella parola. Il determinismo concerne il rapporto con il questo. Cioè con la rappresentazione del sembiante. Ma questo determinismo sia pure residuale è un determinismo in qualche modo? Ha un suo valore di esistenza, una sua efficacia?
Soltanto un significante è potente, soltanto una frase è deterministica, soltanto un nome autorevole.
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Una frase deterministica è tale finché non interviene l’Altro. Una frase è deterministica finché non interviene l’infinito della parola e della vita. Abolito il sembiante e l’infinito della parola si sentono le voci. Se l’infinito è tolto la voce, singolare, si pluralizza, non è più condizione dell’invenzione e gli eventi si concatenano rigidamente l’uno all’altro. Ecco il determinismo assoluto della psicosi. Un’altra conseguenza dell’abolizione dell’infinito dalla parola è il determinismo scientifico o psichiatrico.
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