CESARE PAVESE: LE COSE TRA L’INVENZIONE E L’INDICIBILE – Gabriele Lodari

Gabriele Lodari

Torino, 12 Ottobre 2006 – Biblioteca Geisser

Pur insistendo, in Pavese, come tema di sottofondo, la prospettiva greca e circolare del mondo – destino ineluttabile, ritorno al passato immoto, rassegnazione -, a sprazzi nell’afflato lirico, intellettuale, è percepibile la traccia per il rovesciamento della tradizionale concezione sostanziale. Anche il Vangelo è assimilato con genuina attenzione:
“Hai sostenuto che le forme, gli stili, la pagina, sono un’altra realtà da quella vissuta. E’ banale. Ma la scrittura è comunque una nuova dimensione. Non è che si esprima niente scrivendo. Si costruisce un’altra realtà che è parola” (Il mestiere di vivere, 15 marzo 1947).
Una rivoluzionaria mutazione, qui e altrove, è appena accennata. La conversione alla parola. La scrittura consente di comprendere che le cose non significano; se la scrittura diverge o si oppone – come inutile orpello o al massimo consolazione – alla vita, è perché la vita insiste ancora come amara finzione scambiata per realtà; come fantasma materno. Il fantasma della cruda realtà dei fatti. La scrittura autentica è in grado di sovvertire ogni concetto sulla vita. Anche sulla vita vissuta come realtà opprimente e mortifera. La scrittura dissolve la realtà dei fatti e può farlo sino in fondo. La dimensione dell’invenzione non appartiene alla vita, bensì alla scrittura, e la vita autentica è dunque la vita nella scrittura e nella parola. Eppure qualche cenno nel suo diario avrebbe potuto indicare la via in questa direzione: “quando scrivo, sono equilibrato, normale, tranquillo”.
Anche l’indagine storica e letteraria sul mito va in questa direzione. Alle spalle, ormai confermata dallo studio approfondito e soprattutto nell’esperienza laboriosa della sua scrittura mitica, la scoperta del mito come racconto. Del mito, che sempre è stato solo un racconto e che occorre rianimare ogni volta nel racconto. Inutile interrogarsi sull’ipotesi di una versione unica del mito che starebbe a fondamento d’una civiltà. Appellandosi alla vichiana picciola fabula mitica, si coglierà il mito nella molteplice varietà delle storie, nel diramarsi infinito delle versioni, per concludere che il mito nasce e si rinnova soltanto nell’oralità.
L’America. Nuto, il musicante, che va a suonare fino a Ovada, alla porta del mondo dove sorge il sole. Il mondo, che è rotondo solo per l’emigrante che ritorna al paese ma vive sempre con il piede sulla passerella. In ogni caso, il mondo è rotondo non perché così l’hanno inventato una volta per sempre gli astronomi o i geografi, ma perché è qualcosa da portarsi, come Atlante, sulle spalle. Qualcosa che ritorna in un nuovo racconto. Perché la vera difficoltà sorge dalla rinuncia al racconto. E il mito non è che il riverbero, nell’aurora o nel tramonto, dell’infinito e vario racconto che può essere la vita. Ancora più in profondità, la scoperta che è il chiarore del racconto a rendere più definita la vita. La chiarezza della vita è per il riverbero del racconto:
“Il fascino dei miti greci nasce dal fatto che posizioni inizialmente magiche, totemiche, matriarcali, iniziatiche, vennero – per la strenua elaborazione del pensiero cosciente avvenuta nei secoli X-VIII a.C. reinterpretate, tormentate, contaminate, innestate, secondo logos, e così ci sono giunte ricche di questa chiarezza e tensione spirituale, anche se tutt’ora variegate di antichi simbolici sensi selvaggi” (Il mestiere di vivere, 11 dicembre 1947).
Oppure, avvertendo con sottigliezza il ruolo essenziale della pragmatica e l’intima connessione fra poesia, racconto e pragma:
“Che il rito preceda sempre il mito e il dogma è la grande legge delle cose spirituali. Se per rito dici vita e per mito e dogma poesia e filosofia, la cosa è chiara. Anche il rito dell’agape e dell’eucaristia precedette i Vangeli e ne determinò la forma”. (Il mestiere di vivere, 20 dicembre 1947).
Il rito – prima che il mito, e per reinventare quest’ultimo ciascuna volta – è anche la norma sottesa che guida i personaggi nel loro continuo girovagare; è questa la tensione assoluta che anima ciascun personaggio. I dialoghi appena abbozzati, le frasi sospese, sagaci, con una punta di eroismo o d’ironia, le interlocuzioni scollegate dal contesto prosaico in cui sono pronunciate, valgono come strappo dal luogo fisso e immobile dei musei quotidiani che non sembrano promettere granché. Il racconto prende vita nel dialogo, come rito prima che come mito. La vera vita del racconto è nell’interlocuzione.
Il racconto esige l’interlocutore, meglio ancora se di poche parole, se si esprime soltanto per cenni gravi, per mugugni o fischiettando. Pressoché muto è, anzi, l’interlocutore ideale come Nuto, che resta nel vago, si limita sporadicamente a sorridere o talvolta s’incupisce. Non può ingannare poiché non s’esprime con segni verbali definitivi, bensì con l’esperienza che rende quasi muti: “Chi ha rischiato la pelle davvero, non ha voglia di parlarne” (La luna e i falò). Oltre che dispensatore d’ogni possibile storia, l’interlocutore è l’Altro che non inganna.
Anche se restano confinate per certi aspetti nella gnosi, le riflessioni di Pavese intorno al tempo sono di grande interesse, forse perché tanto strenuamente sensibilizzate nell’esercizio della sua scrittura mitica, con l’interrogativo incalzante che verte intorno al vero della scrittura, che sfocia nell’esperienza concreta, come esperienza vissuta del tempo relativo:
“Perché l’eternità? Non comprendiamo cosa sia. All’obiezione che qualunque termine ponessimo all’esistere, il nostro pensiero balzerebbe subito oltre, si risponde che ciò non prova che oltre vi sia una vera realtà: il quadratino pensante sulla sfera (l’uomo) balza sempre oltre, e ciò non toglie che la sfera sia per lui limitata. Siamo fatti in modo che la mente ci balza sempre oltre –ecco tutto – ma non è detto che il tempo esista veramente, e dunque cadrebbe il problema della nostra caducità. Resta – come mai, se il tempo non esiste, noi siamo fatti su schema temporale? Se la realtà è sempre uguale e immobile, come mai noi siamo sempre diversi e mobili?” (Il mestiere di vivere, 23 marzo 1948).
E’ una domanda che attende ancora risposta, ovviamente, è la sfida da raccogliere, che non vorremmo lasciar cadere. Per non isolarci nel nucleo delle sudate nostre questioni sul tempo, potremmo addirittura cercare l’abbozzo di una risposta a Pavese mediante Pavese stesso, già che non vogliamo per nulla abbandonarlo.
Proviamo a ritrovare il bandolo della matassa. I suoi personaggi sono mobili o immobili? Sono mobili, certo, nell’atto d’interloquire, e quasi sempre in concitato movimento da un’osteria all’altra, dalla città alla collina e ritorno, e così via. Fuggono da qualsiasi luogo e sono, pervicacemente, con protervia all’inseguimento di un mito (della campagna, della donna) che pare statico soltanto perché si trova in contrasto con l’impotenza del quotidiano. I personaggi di Pavese sanno o non sanno che la loro salvezza è nel rito dell’interlocuzione? Sanno o non sanno che la campagna, così immobile, sigillata nel loro sogno svagato e persistente, vale come luogo del rito prima che del mito? Immobili nel sogno e mobilissimi nella vita, o immobili nella vita e mobili nel rito e nell’interlocuzione. Infine, la mobilità e l’immobilità non sono del tempo, non del luogo, ma sono del racconto.
La loro estenuante mobilità che è voglia sfrenata, ricerca spossante di qualcosa indefinibile, non perturba ancora l’eterna immobilità documentabile nell’infratesto del racconto. Immobilità del mito che può essere smossa soltanto dai dialoghi che frequentemente si prolungano al punto da sommergere la trama del racconto. Intanto la loro mobilità è soprattutto ricerca intellettuale. Nel percorso di un’emancipazione che è sconfinare oltre se stessi, la donna vale come iniziazione alla vita. Il rito dell’iniziazione tradotto nel dialogo vale a rinnovarne il mito. La campagna o la collina come mito, ma rappresentate nel rito della tensione verso un traguardo mai raggiunto nella vita; soltanto su un confine impossibile potranno convergere l’infanzia e la maturità. Questi personaggi si spostano di poco; dalla città puntano alla collina o alla campagna. In realtà, non fanno che viaggiare per i paesi e le contrade del mito (rianimato dal rito), che sono sempre quelle e sempre diverse. Al massimo si spostano fino a Roma (Il compagno, ma la parte seconda del romanzo, ambientata a Roma, è stata dai critici ridimensionata, considerata non felicemente riuscita, come se l’autore si fosse trovato in difficoltà) ed è proprio allora, poiché fuoriescono in qualche modo dal racconto, che falliscono come personaggi. E’ data la varietà senza il racconto? Ecco la domanda che vorrei rinviare a Pavese. E’ possibile il movimento fuori del racconto?
Eppure, vorrei dirvi che Pavese è oltre la concezione deterministica della realtà, e sembra precorrere alcune intuizioni sulle quali da tempo stiamo lavorando. La sorpresa dell’incontro o l’oggetto come evento nel campo dell’Altro. Nel passo che segue, lo scopriamo quasi buddhista:
“Che a qualcuno accadano sempre le stesse cose non è affermazione deterministica. Anzi, se queste cose accadono non vuol dire che il soggetto è determinato dalla necessità di esse cose, ma che in ogni incontro porta la sua costanza, indole, persona, essenza, ed è questa a scegliere gli incontri, a foggiarli sempre all’uguale. Per quanto entra l’io umano negli incontri essi sono liberi”. (Il mestiere di vivere, 26 agosto 1947).
Nessun incontro possibile senza il racconto e la poesia. Nessuna sorpresa senza l’Altro.
Noi supponiamo che i luoghi, Roma oppure le colline delle Langhe, siano sempre quelli. Mutati o immutevoli, ma lì. Che se ne stiano in qualche luogo reale fuori della carta geografica; ma esisterebbero quelle colline al di fuori del racconto di Pavese? Provate a muovervi e andare a visitarle. Se non siete nel ritmo del tempo del racconto, se non abitate nell’aurora del mito, quelle colline vi saranno del tutto indifferenti, persino ostili, ed è proprio tale constatazione che struggeva Pavese all’inverosimile, costringendolo a riparare nella nostalgia. Il mondo del mito e del racconto, quando è autentico, come in Pavese, non raddoppia per nulla un mondo prosaico di riferimento già esistente. Diviene rito e invenzione. La prosa non precede la poesia. E il mondo non esiste più. La rappresentazione del mondo non può precedere in alcun modo l’atto di rappresentarlo.
Vorrei allegarvi un ricordo personale. Non sapevo dell’esistenza delle Langhe. E’ ben curioso che, adolescente, leggendo Pavese, ritrovassi con impressionante esattezza i luoghi della mia infanzia nel suo racconto. Le mie impressioni si esprimevano tangibilmente, profondamente nei suoi racconti. Soltanto che la meliga diventava il sambuco. Addirittura le Langhe così ampie e rotonde si mutavano nei bricchi scoscesi delle mie valli. Come i personaggi di Pavese, ciascuno si muove nel racconto della propria vita. E gli incontri non avvengono né per caso, né per necessità. Similmente, i personaggi di Pavese sono assolutamente reali quando abbozzano soltanto una parola; sono proprio reali nel mito che li ha costruiti tali per noi e non sono una copia di qualche personaggio in carne e ossa. Come ciascuno per i propri simili, alla parola-racconto è affidato il compito di farli esistere concretamente per noi. I suoi personaggi sono mito, parola, racconto che s’incarna per noi. In ciò, Pavese è insuperabile.
Il luogo del mito non è statico; al contrario è aperto a ogni sovvertimento possibile; nella Langa, non solo l’alba ma anche il crepuscolo è toccato dal risveglio. O l’alba, non solo il crepuscolo, è toccata dall’assopimento. I luoghi del mito sono quelli amnioticamente pervasi dalla parola. Il filo delle colline è unito sinteticamente alla parola che sopra vi scorre. I filari cilestrini delle viti si perdono nel celeste della sembianza, della parola. Ma non può esistere che soltanto lì, su quelle colline, la rappresentazione sia sconfitta per lasciare che la sembianza si diffonda!
La scrittura in Pavese è sembianza, non già rappresentazione; è mito, storia, racconto, saldamente intrecciati l’uno con l’altro. Nessun presente, nessuna rappresentazione possibile. La rappresentazione della vita è invece quella prosa assordante che lo inseguirà fino alla morte, nella cosiddetta vita reale. Che chiamava, il male di vivere. La rappresentazione è la morte. Forse, non ha saputo fare il passo di capovolgere il nodo della questione e accorgersi che la vita autentica è quella del racconto e della scrittura. Una questione pragmatica. Se fosse sopravvissuto, di certo se ne sarebbe accorto.
L’ultima poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, è l’espressione compiuta di questo dilemma, ma il ricorso alla forma dell’ossimoro ne rappresenta la soluzione in un modo sublime, quando non bastasse il ritmo ossessivo e martellante dei versi a indicare che la vita insiste sempre e comunque, anche nel punto estremo della morte. In realtà, la morte non basta affatto per avere quegli occhi; persino la morte ha un cedimento come fosse distratta dalla presenza degli occhi. Non si muore neanche in punto di morte. Il ritmo della canzone esige la contrazione del verso, e la contrazione del verso è un sussulto, un respiro, una scrollata di spalle di fronte alla morte.
Se lo sguardo è vita, l’ossimoro è già impostato sin dal primo verso. Anche l’equivoco, se vogliamo, dal momento che il verbo (avrà) può essere letto in due sensi almeno (avere nel senso di la morte si presenterà con i tuoi occhi e avere nel senso d’impadronirsi). Ma è l’ossimoro a trionfare: la morte che non può esistere senza la vita. Quegli occhi trascinano persino la morte altrove, direi che la scalzano, le tolgono il fondamento. I versi che seguono al primo ne sono una conferma: la morte non è che un vizio assurdo, un vecchio rimorso che ci accompagna. Solo un passo, una passerella, un viaggio, manca a incartare questa morte, a riporla nel sacco dell’emigrante per far sentire a chi parla che è solo un fantasma, che si tratta del fantasma materno che un qualsiasi grido taciuto potrebbe ormai dissolvere. E anche la speranza – che è la vita e il nulla – è al colmo della disperazione, la speranza si leva più forte nella disperazione. La disperazione è il modo potente di manifestarsi che ha la speranza. Se fosse vissuto ancora, Pavese di certo se ne sarebbe accorto.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Sarà come smettere un vizio
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto
come ascoltare un libro chiuso
Scenderemo nel gorgo muti

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