Dal sogno alla favola

Seminario del 26.3.2009

 

Noi, se dobbiamo chiedere, ottenere, contrattare, vendere o acquistare, ci lasciamo distrarre da calcoli, da mille fantasie, da tentennamenti e resipiscenze, e non ci accorgiamo che la garanzia per riuscire a realizzare quello che vorremmo è offerta unicamente dall’oggetto nella parola, dal nostro saperci rapportare con il sembiante.

Dovremmo lasciarci governare dall’esperienza che ci conduce ad  abbandonarci al marginale piuttosto che a quello che supponiamo essenziale, dovremmo affidarci all’esperienza in grado di insegnarci che il superfluo e il malinteso sono più importanti della cosa cui solitamente puntiamo. Neppure di questo ci accorgiamo facilmente. La nostra attenzione è deviata dal questo cui miriamo con la nostra ragione calcolante, mentre dovremmo lasciarci quasi portare alla deriva dal racconto. Non ci accorgiamo che un tale atteggiamento prepara la nostra rovina.

Il racconto ricela nelle pieghe del suo svolgersi l’oggetto che fa ostacolo alla nostra vita. L’ostacolo che a noi solitamente si presenta camuffato nelle spoglie di un fatto incontrovertibile, e che perciò affrontiamo con le armi della logica e della ragione, soltanto nel racconto può ripresentarsi come la risorsa di un oggetto originario, inafferrabile ma in grado di generare l’evento. L’ostacolo nel racconto è il vero ostacolo della nostra vita, non il fatto; e nessuna ragione può renderne conto.

Le cose cui solitamente miriamo che popolano questo mondo sono la parola considerata come oggetto e non ce ne accorgiamo. I fatti che ricordiamo della nostra vita sono il racconto preso come oggetto e non ce ne accorgiamo. Nella vita di tutti i giorni riusciamo a realizzare qualcosa soltanto quando siamo in relazione con l’oggetto nella parola, il sembiante, e non con la parola come oggetto. Viviamo quando siamo nella parola che insegue soltanto la parola e non si ferma all’oggetto. Quando siamo nel racconto: metafora, metonimia e catacresi.

Come vivere senza cadere nella ragione calcolante? Quali percorsi, quale genere di racconto conviene alla nostra vita?

Un modo per porre questa domanda liberandoci dalla ragione calcolante è quella di interrogarci sulla differenza fra il sogno e il racconto, o fra il sogno e il mito, o fra il sogno e la favola, o fra il sogno e la fiaba, o fra il sogno e la novella, o fra il sogno e la saga e così via. Senza ricondurre la differenza a una differenza algebrica. Evitando dunque una formulazione del genere: che cosa ha in più o in meno il sogno rispetto al racconto?

 

La fiaba e la novella presentano moduli ripetitivi nella trama e schemi fissi che sono stati indagati e formalizzati da vari autori (Propp fra gli altri ha isolato le funzioni come elementi invarianti che compongono una fiaba ideale). Ma una fiaba non può essere neppure depurata riducendola alla sola struttura formale, al di là dell’intenzione pedagogica, morale o edificante, poiché la struttura formale, a sua volta riconducibile a un codice universale che sarebbe in grado di renderne conto, sopprime la singolarità e l’essenzialità di quella fiaba il cui primo valore è quello di esprimere la propria particolare drammaticità. E l’irriducibile pleonasmo che il racconto di ciascuna fiaba ci propone non dovrebbe cessare d’interrogarci poiché rinvia proprio a una modalità di rapporto col sembiante. Di un sembiante che non ha alcuno statuto o codice prestabilito.

L’essenziale di una fiaba consiste allora proprio nel suo omphalos,  nel sottrarsi a un codice e nell’esaltare la potenzialità del racconto senza diverso fine che non sia il raccontare stesso, l’oralità. Nella fiaba i fatti si convertono in puro racconto; il mirabolante di personaggi improbabili, che siano tipi umani in sembianza animale, orchi, fate o streghe cattive, sono proprio il travestimento dei fatti che nella vita normale si presentano insormontabili o che scatenano le nostre emozioni. Oltre all’omphalos, che ricorda l’ombelico del sogno, anche il travestimento della fiaba richiama dunque il travestimento dei pensieri del sogno. Metafora, metonimia e catacresi sono al lavoro per condensare, per spostare, per astrarre o per esaltare l’oblio. Gli artifici retorici e di stile, le cantilene e i ritornelli, l’indeterminato e l’astrazione, i repentini mutamenti delle scene, la descrizione sommaria e bozzettistica dei personaggi e delle vicende narrate confermano questa stretta analogia.

 

Una fiaba è un racconto che non ha bisogno di supporre alle sue spalle una logica e una ragione. Come il sogno, una fiaba non è il duplicato mimetico di un mondo reale a cui si opporrebbe, ma è la condizione originaria di esistenza del mondo. Una fiaba non è la parodia di alcun mondo reale, semmai non è che la parodia di un altro racconto. E’ il libro dell’infanzia di ciascuno, composto dalle pagine della nostra vita. E questa definizione non può che rinviarci più o meno direttamente al mito. Che sia la fiaba di Edipo o quella del brutto anatroccolo, questa narrazione ha un significato che coincide con la sua stessa esistenza e che è giustificata soltanto dal racconto. Certo le fiabe si oppongono abitualmente alla realtà ordinaria nella quale è assurdo supporre l’esistenza di orchi, fate turchine o regine cattive. Ma la fata e la strega cattiva non sono forse la deformazione immediata di un’esperienza originaria? Come possiamo scordare che tutti siamo stati bambini? Originario è il sembiante cui la fiaba, tutte le fiabe alludono a cominciare dall’ambito discorsivo delle vicende narrate. A cominciare dall’uso dell’imperfetto, di un tempo improbabile (c’era una volta…, tanto tempo fa…) e di uno spazio indefinito (in un paese lontano, in Portogallo, e qui Portogallo è semplicemente un’antonomasia, il sinonimo di un paese indefinitamente lontano e clamoroso).

 

Al tempo dei tempi, ed erano bei tempi davvero…, così comincia, se non ricordo male, un romanzo giovanile di Joyce. Questo tempo indefinito non è che il tempo dell’infanzia senza tempo, e dunque è soltanto l’istanza e il pretesto per la narrazione, che in se stessa racchiude tutti i nostri valori. L’infanzia senza tempo non è che il sogno; è il nostro mito di ciascuno, da cui ciascuno proviene. Al tempo dei tempi, ed erano bei tempi davvero… ed ecco l’invenzione in primo piano, ecco l’accelerazione nel ritmo di un movimento che segnala il passaggio da una funzione all’altra del sembiante, lo scambio delle sue funzioni che si giocano nel raccontare, ecco esaltata l’istanza pragmatica della nostra vita. Sia pure in modo paradossale e fantastico, la fiaba senza indugio ci rimanda a una verità che ormai si è emancipata da qualsiasi prova di realtà. La verità anarchica e libera della parola. E in questo senso rappresenta la verità essenziale, quella irrinunciabile, della nostra vita, ovvero del racconto della nostra vita. Constatare che la nostra vita è un racconto significa proprio accentuare il fatto che per ciascuno il percorso della vita si sviluppa incontrando una permuta indispensabile: alla prova di realtà occorre che succeda la prova di verità.

Dalla prova di realtà alla prova di verità; questo il cammino della vita di ciascuno. E la fiaba del brutto anatroccolo illustra questo percorso in modo esemplare. Alla prova di realtà il nostro brutto anatroccolo si scopriva sempre e soltanto quale un goffo anatroccolo, motteggiato e vilipeso da coloro che gli stavano intorno; ma lui non è mai stato un brutto anatroccolo. Occorre che giunga il momento per ciascuno in cui la prova di verità trionfa su quella di realtà.

Il sogno è la massima espressione della prova di verità. E’ l’esperienza più efficace della nostra vita, è l’esperienza per cui la verità, che è verità del racconto, infine s’impone sulla realtà mostrandone l’aspetto di menzogna, ovvero il suo rimanere impaniata nella rappresentazione. Mentre nella favola occorre sempre risalire e passare attraverso la prova di realtà. Occorre battagliare nella rappresentazione, con il rischio di soccombere (se il nostro anatroccolo fosse rimasto nel pollaio delle anatre certamente ne sarebbe morto).

Le funzioni del sembiante punteggiano variamente il percorso di questa evoluzione dalla prova di realtà a quella di verità. Nella prima fase la funzione di specchio è bloccata: o sei un anatroccolo come si deve oppure sarai soltanto un grosso e deforme anatroccolo. Soltanto nel pollaio della rappresentazione trionfante, l’alternativa della scelta ha motivo di esistere in termini così vincolanti. Il bene già scontato e separato dal male, anch’esso scontato. Infine, la comparsa di quella nuova figura, del personaggio meraviglioso e sconosciuto, che le acque dello stagno rinviano al nostro brutto anatroccolo, non parrebbe proprio indicare questo sblocco della funzione di specchio e la possibilità dell’instaurarsi dell’Altro e del racconto? Occorre che la rappresentazione si sblocchi per introdurre l’ossimoro della parola e del racconto. Ecco allora il più brutto fra gli anatroccoli che si tramuta nel più bello dei cigni. Constatare che la condizione del brutto anatroccolo fosse necessaria a predisporre l’irruzione del più bello fra i cigni, non lo giustifica come anatroccolo, non ne giustifica, non ne garantisce per nulla l’esistenza, che non è mai stata; se non ancora come pleonasmo in un racconto che prosegue interminabile.

I cigni, a loro volta, non sono una destinazione, un incontro del tutto inatteso, l’anatroccolo è sempre stato un cigno, ma un cigno irretito e abbruttito dalla rappresentazione. E anche i cigni, che volano alti verso un altrove, non rappresentano ormai che il malinteso del racconto, poiché non potranno più essere ridotti soltanto a dei semplici cigni, con il rischio immediato di tornare a essere soltanto brutti anatroccoli lasciandosi schiacciare dallo sguardo.

Braccato dai cacciatori, a un certo punto, il brutto anatroccolo nelle peripezie della sua fuga incessante incontra il muso di un grosso cane che però si volge altrove e quasi subito se ne và. Devo essere proprio molto brutto! pensa allora il brutto anatroccolo. Ma poco prima il racconto informava che l’abitudine ormai rinforzata, di fronte all’imprevisto e all’angoscia, era quella da parte sua di chiudere o socchiudere gli occhi e poi subito di riprendere la fuga. Questo anatroccolo, potremmo azzardare, fugge sottraendosi incessantemente allo sguardo. In verità, non vuole più indugiare nella rappresentazione; non vuole più stremarsi a controllare con la vista la funzione dello sguardo. Sta spiccando il suo volo. L’anatroccolo ha scelto ormai la traccia inconfondibile della verità.

 

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