SULLE TRACCE DELLA SESSUALITA’ – Diego Busiol
di Diego Busiol
Nella mia pratica di educatore di comunità (psichiatrica) mi trovo spesso confrontato con questioni che in qualche modo rientrano in ciò che siamo soliti chiamare sessualità. Questioni e pratiche sessuali, certamente, ma non solo. Corpi che vengono posti in primo piano: corpi pulsionali, corpi che si incontrano, si sfiorano, corpi che impongono la loro presenza attraverso gli odori, i trucchi, le cicatrici, il contatto fisico.
La sessualità non è sovrapponibile al sessuale, ma allora in cosa consiste? Non si può definire la sessualità, dal momento che la sessualità è proprio ciò che deborda, ciò che erompe, che è fuori controllo. La sessualità interviene nella parola quando c’è leggerezza, quando si sfalda il senso, quando c’è umorismo. Non è argomento da manuali. E’ sfuggente, non appena si crede di saperne dire qualcosa, non se ne sa più dire niente. Si può avvertire che c’è della sessualità in atto, se ne possono registrare gli effetti.
Mentre mi interrogavo riguardo la sessualità, un episodio in particolare mi ha fatto riflettere circa le difficoltà che incontravo nell’affrontare questa questione. Un giorno, in comunità, stavo parlando con un giovane utente, un ragazzo di 23 anni entrato ancora adolescente nel circuito delle comunità, in seguito alla separazione dei genitori, e che è stato poi preso in carico dalla psichiatria in seguito ad alcuni, pare sporadici, episodi allucinatori. Oggi gli resta una diagnosi di “disturbo antisociale di personalità”.
Questo ragazzo ha una discreta capacità argomentativa, è piuttosto abile nel contrattare, anche perché negli anni ha acquisito diverse abilità e conoscenze dei meccanismi che regolano i luoghi in cui soggiorna. Eppure non è uno che “si presenta bene”, anzi. E’ poco curato, ha sempre i pantaloni strappati, la maglietta sporca, i capelli tagliati male, è decisamente carente anche nell’igiene personale. E’ quello che si dice uno “squatter”. Come dicevo, è molto abile nell’usare la parola per ottenere qualcosa, ma non affatto un buon oratore, parla poco con tutti, con noi operatori, con gli altri utenti e con i suoi amici, coi quali forse condivide più sostanze che parola. Per avvicinarsi alle persone usa spesso il contatto fisico: abbracci, pizzicotti, solletico, carezze, sono modalità che usa ampiamente per “stuzzicare” gli altri, come dice egli stesso. Parimenti fa sempre mostra della sua presunta “mascolinità”, del suo machismo e i racconti delle proprie esperienze sessuali con riferimenti sessuali espliciti sono sempre volti a dare conferma di questo suo essere uomo.
Eppure più di una volta, dopo avermi abbracciato come fa di frequente, mi scivola alle spalle e mi stringe, mimando un atteggiamento sessuale come se volesse possedermi. Con tono ironico, gli faccio notare che tutti questi atteggiamenti stridono un po’ con il suo machismo, anzi sembrano indicare una certa componente omosessuale. Tranquillamente, mi lascia e mi dice: “Cosa cambia, l’importante è che sono attivo”.
Ecco, mi pare importante questa risposta, perché lascia trapelare un’idea particolare della sessualità e ci fornisce uno spunto interessante per delle riflessioni. “L’anatomia non basta”, sembra dirci questa persona. Sono uomo non solo perché ce l’ho, ma sono uomo perché lo uso, perché sono attivo, e nemmeno importa se con un maschio o con una femmina.
Nel primo dei tre saggi sulla teoria sessuale, affrontando la questione dell’inversione, Freud precisa che la sessualità non può darsi come dato innato, né acquisito, e che piuttosto si tratta di “prendere in considerazione una predisposizione bisessuale”. Vale a dire che la sessualità non ha a che fare con la biologia, né con la cultura: è una questione pulsionale. E la pulsione non è predestinata, non conosce cioè un oggetto specifico. Il bambino è “perverso polimorfo”, cioè la sua sessualità può inscriversi in qualsiasi registro.
L’anatomia non è il destino, dunque, ma certo rappresenta per Freud un supporto immaginario consistente per il gioco di identificazioni in cui è preso il soggetto. Freud specifica chiaramente che non è possibile un semplice parallelismo tra il bambino e la bambina, poiché le vicende dell’Edipo hanno dei passaggi in più nella bambina (rispetto all’oggetto sessuale), ma anche perché “l’uomo ha soltanto una zona sessuale direttiva, un organo sessuale, mentre la donna ne possiede due: la vagina, propriamente femminile, e la clitoride, analoga al membro maschile”. La prima fase dello sviluppo femminile sarebbe dunque…maschile! (in quanto legato alla clitoride). Infatti:
“Con riguardo alle manifestazioni sessuali autoerotiche e masturbatorie, si potrebbe affermare che la sessualità delle bambine ha un carattere assolutamente maschile. Anzi, se si sapesse dare ai concetti “maschile e femminile” un contenuto più determinato, si potrebbe anche sostenere la tesi che la libido è, come regola e come legge, di natura maschile, sia che si presenti nell’uomo o nella donna e a prescindere dal suo oggetto, sia quest’ultimo uomo o donna” (S. Freud, 1905, p. 525).
Maschio e femmina rimangono due referenti biologici, non coincidenti con maschile e femminile, che comunque si mostrano costrutti poco chiari:
“tutti gli esseri umani, in conseguenza della loro disposizione bisessuale, nonché della trasmissione ereditaria incrociata, uniscono in sé caratteri virili femminili, cosicché la virilità e la femminilità pure rimangono costruzioni teoriche dal contenuto indeterminato” (p.217 Diff. anatomica tra i sessi)
Non solo, ma maschile e femminile non coincidono neanche con attivo e passivo. Anzi, sia il bambino che la bambina attraversano le stesse tappe, entrambi esperiscono per prima la posizione passiva nella relazione. Illuminante è quanto Freud scrive nel 1931 in “Sessualità Femminile”:
“Le prime esperienze sessuali e le prime vicende con tonalità sessuale che i bambini, maschi e femmine, vivono con la madre sono naturalmente di natura passiva. Essi vengono da lei allattati, imboccati, puliti, vestiti e istruiti in ogni cosa. Una parte della loro libido rimane legata a questa esperienza e gode dei soddisfacimenti che ad essa sono connessi, un’altra parte tenta di convertirsi in qualcosa di attivo”
E più avanti aggiunge:
“La predilezione per il gioco con la bambola che le femmine manifestano, al contrario dei maschi, viene in genere interpretato come indizio del primo destarsi della femminilità. Non a torto, solo non si deve trascurare che quello che qui emerge è l’aspetto attivo della femminilità
Della sessualità di un soggetto non ci informa dunque solo il tipo di scelta oggettuale, ma soprattutto la relazione che il soggetto intrattiene con esso, la “grammatica” delle pulsioni. La sessualità esprime in definitiva una modalità di relazione con l’Altro.
Come può accorgersi il soggetto che c’è sempre dell’Altro? Accettando la castrazione, cioè riconoscendo di non poter essere il fallo, né di averlo mai veramente. Lo dice Freud, che si tratti di un bambino o di una bambina, poco importa. Entrambi sono chiamati a confrontarsi con la castrazione! E da come ciascuno si porrà rispetto alla castrazione, dipenderà quella che Lacan chiama sessuazione. Riprendendo la teoria della originaria disposizione bisessuale, Lacan disegna due tavole, che rappresentano i registri maschile e femminile, entro cui i parlesseri sono chiamati a situarsi. Parlesseri, indicati con una X, dunque non maschi o femmine, non già uomini o donne. Per ciascuno vi è la possibilità di situarsi in uno dei due registri, ma ciascuno è chiamato a compiere questo passo. Passo che si rinnova ogni volta, dal momento che la sessuazione non è da intendere come una tappa evolutiva, qualcosa che interverrebbe ad un certo punto dello sviluppo e si fisserebbe. Al contrario, si tratta di una tensione continua, che ci permette di collocarci ogni volta in una posizione diversa. E la clinica mostra bene gli effetti dei tentativi fatti per non inscriversi da nessuna delle due parti: rimozione, diniego, forclusione, ovvero nevrosi, perversione e psicosi. L’ inscriversi in uno dei due registri, quello maschile o quello femminile, potrà infatti sembrare una perdita per il parlessere, una perdita di totipotenzialità, di indistinzione originaria. Ma si tratta di una perdita solo immaginaria, come immaginaria è anche la perdita supposta a seguito della castrazione, mentre di fatto è ciò che permette di parlare. Allo stesso modo, è solo a seguito della sessuazione che ciascuno potrà sostenere, nel simbolico, posizioni maschili e femminili.


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