IL SOGGETTO E LA LEGGEREZZA DELLA PAROLA: ITALO CALVINO – Chiara Ceolin
Chiara Ceolin
Torino, 13 Luglio 2006 – Biblioteca Geisser
INTRODUZIONE
Abbiamo strutturato l’incontro di oggi facendo un parallelo con l’analisi o meglio evidenziando quanto l’esperienza della lettura di Calvino ci ha evocato rispetto all’esperienza dell’analisi intesa come esperienza di parola: si parte quindi dal testo, dalla testualità di quanto scritto non per tentare un’interpretazione sull’autore ma soffermandoci sulla parola. Per rendere al meglio la bellezza, la leggerezza del testo leggeremo alcuni brani nei quali abbiamo rintracciato alcune questioni interessanti.
Che riguardano la scrittura, la parola, il pensiero.
Dalla lettura dell’opera di Calvino e dalle sue “Lezioni americane” ci è sembrato di individuare un percorso di leggerezza nella sua scrittura: dall’attenzione alla storia e ai suoi svolgimenti, a partire dai racconti del 1946 “Ultimo viene il corvo” e “Il sentiero dei nidi di ragno” e i 3 romanzi inclusi ne ”I nostri antenati” (1969), al distacco dalla storia raccontata per occuparsi maggiormente di giocare con la lingua, per farsi portare dal racconto stesso. Questo percorso ci pare simile a quanto avviene in analisi dove si parte da una rappresentazione, ossia un’idea fissata, una lamentela, un qualcosa di fermo e ripetitivo per giungere al racconto dove non conta tanto cosa viene detto ma come, dove chi parla è parlato e trasportato, dove dalla banalità si giunge alla poesia passando attraverso l’Altro. Calvino ne parla proprio nella prima lezione americana in cui per descrivere la sua idea di letteratura si rivolge alla leggerezza e chiama in causa la mitologia, in particolare Perseo, unico eroe in grado di tagliare la testa alla Medusa. Di questo eroe Calvino evidenzia, come fonte di leggerezza, la sua capacità di vedere in maniera indiretta, attraverso uno specchio ad esempio. L’immagine per Calvino è sempre stata un punto di partenza per scrivere, un incipit ma ci sembra che se all’inizio della sua opera tentava di rappresentare il suo tempo in un’immagine (penso ai racconti sulla resistenza) più avanti l’immagine è divenuta solo un pretesto per scrivere e raccontare altro. Un po’ come Perseo che riesce a vedere tenendo una certa distanza dall’oggetto, cosi Calvino all’inizio è molto vicino all’oggetto da rappresentare e tenta di darne una rappresentazione, tenta di tratteggiare un qualche cosa, si avvicina poi ad una scrittura in cui l’attenzione è rivolta al come, e quindi gioca sempre di più con la lingua, con le associazioni, con le metafore. Proprio in questo percorso di leggerezza, di distanziamento dalla rappresentazione fissata troviamo delle somiglianze con il percorso di una analisi dove importa più l’essere portati dalla parola e quindi il come che l’oggetto del discorso ossia il che cosa.
Abbiamo scelto dei testi di epoche diverse: Marina Minniti ha letto e ci parlerà della raccolta “I nostri antenati” che risale al 1960, io ho letto in particolare “Palomar” del 1983. Entrambe siamo partite dalla lettura delle “Lezioni americane” che fanno da trama a quanto diremo.
INTERVENTO
Per giungere a Palomar vorrei partire dalla leggerezza della scrittura a cui avevo accennato prima. Calvino la associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso (pag. 20). La sua è una riflessione sulla scrittura e sulla letteratura come funzione esistenziale, “la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere”. È in una condizione di necessità Calvino quando scrive, scrivere gli serve per essere nel mondo potendo leggerlo in infinite maniere grazie al suo affidarsi alla parola, che nella sua vivacità gli permette di sfuggire al peso della rappresentazione del mondo. Continuando a scrivere Calvino riesce continuamente ad inventarsi il mondo e a reinventarselo.
È proprio quanto ho ritrovato nella raccolta di racconti “Palomar” in cui Calvino prende spunto da oggetti o situazioni comuni, quotidiani per giungere a parlare di altro, si sente nella sua scrittura un gioco con le parole, un divertimento che rende il tutto estremamente leggero ma non superficiale. L’oggetto è una questione molto presente in psicoanalisi, è qualcosa di imprendibile, che quando viene rappresentato in una forma e in una parola o frase si perde immediatamente, non è più quello e solo continuando a descriverlo ci si può avvicinare a coglierlo. In realtà è perduto comunque, funziona da supporto alla “mancanza ad essere” costitutiva dell’essere umano come desiderante. Ritrovo nei racconti di Calvino proprio un lasciare che l’oggetto si trasformi continuamente in una metamorfosi incessante grazie al linguaggio che lo culla.
Sembra che l’Altro di cui parliamo in psicoanalisi inteso come linguaggio, parola prenda progressivamente un posto più ampio nelle pagine di Calvino. Sembra che lo scrittore col passare del tempo colga sempre di più che poco conta il contenuto del racconto ma sia più importante il racconto di per sé. Leggerezza dell’oggetto. Davvero esemplare è il racconto “Il fischio del merlo” in cui il solito signor Palomar osserva due merli in giardino e giunge ad interrogarsi proprio sul linguaggio, sulla possibilità o meno di capirsi quando si parla…
Anche nel racconto “La spada del sole” il signor Palomar compie un’azione piuttosto banale: entra nel mare e nuota. Si accorge che il riflesso del mare gli sembra una spada che gli sta sempre davanti “indicandolo come la lancetta d‘un orologio che ha per perno il sole” (p.15).
Ho pensato di prendere Palomar come un insieme di sedute di psicoanalisi, è difficile individuare un unico filo conduttore in un libro costituito da racconti brevi. In analisi ogni incontro è una storia a sé anche se chiaramente si inserisce in una storia più ampia. Ma l’analista ogni volta spazza via ogni idea precedente e ascolta con rinnovato desiderio e curiosità. Così anche in questo testo si può rintracciare un percorso: inizialmente, i primi due racconti, si occupano di oggetti che Palomar osserva e nei quali si immerge fino a trascenderli e a parlare di altro che gli hanno evocato. Nei racconti successivi si sente sempre più una attenzione al racconto di per sé, un farsi prendere e trasportare dalle proprie parole usando come spunto una situazione della vita quotidiana. Calvino riesce a trasformare delle azioni banali come il fare la spesa, l’osservare due tartarughe che si accoppiano, fare il bagno in mare in momenti di pura poesia, di divertimento, di viaggio. Sembra che i racconti viaggino sul filo dei significanti, delle associazioni libere, dove libera è davvero la parola scritta.
In questo senso l’analogia con l’analisi in cui si parte da un discorso avviluppato attorno ad un oggetto, ripetitivo e lamentoso per poi accorgersi che qualsiasi oggetto, evento può essere trasformato in racconto e in viaggio dove il contenuto di per sé conta poco ma conta l’essere in viaggio. In Palomar (ma nell’opera di Calvino in generale) ho ritrovato questo percorso dal che cosa al come, dall’oggetto fissato al racconto.
Viene anche in primo piano come la percezione, in questo caso guardare sia anch’essa un’invenzione, invenzione che si regge sul simbolico, sulla parola. Calvino osserva il mondo, le cose più banali e coglie il particolare, l’invisibile e porta l’ovvio a divenire speciale e poetico.
Ho scelto alcuni racconti che mi pare riescano più di altri a mostrare quanto Calvino riesca a incamminarsi in vari sentieri portato dal suo racconto.
“LA SPADA DEL SOLE” vede Palomar in spiaggia al tramonto che entra in mare per fare il bagno. Il sole forma sul mare un riflesso luccicante che sembra una spada in cui lui nuota, prima metafora.
Pag 15
“e dovunque il signor Palomar si sposti, il vertice di quell’aguzzo triangolo dorato è lui; la spada lo segue, indicandolo come la lancetta di un orologio che ha per perno il sole”…
Eccoci catapultati nello spazio! Una lancetta parte dal sole e arriva a Palomar costruendo un orologio cosmico! Da questo momento, come in ogni racconto di questo libro, il protagonista comincia a porsi delle questioni sorte proprio dal farsi trasportare dalle associazioni che gli vengono in mente. Palomar si vede dal di fuori, si guarda e si chiede se appartiene o meno alla natura, se la natura esista o se esista solo perché esiste lui che può raccontarla, dirla e nominarla. si sente fantasma, spettro, riflesso. È come chiedersi se il mondo possa esistere senza la parola, se la natura possa esistere senza l’uomo
Pag 19, 20
Calvino parla di guardare ma possiamo intenderlo come la possibilità di nominare la spada in questione.
Anche in analisi ci confrontiamo con il nome e la dominazione, e il raccontare è già inventare per accorgersi che il mondo che ci si racconta è uno dei possibili racconti, attraverso il dispositivo dell’analisi e del sembiante inventiamo continuamente nuovi mondi, nuovi noi stessi in una dimensione di viaggio e non per giungere in qualche luogo, un po’ come fa il signor Palomar guardandosi intorno.
Un altro racconto sul quale vorrei soffermarmi è “IL FISCHIO DEL MERLO” che si apre con il signor Palomar in giardino che ascolta il canto di numerosi uccelli. Non è in grado di attribuire a ciascun canto un uccello e “sente questa sua ignoranza come una colpa”
Pag. 27, 28 e 29, 30
Anche in questa occasione Calvino trova spunto dall’osservazione di due merli per porsi delle questioni radicali sul mondo, il linguaggio e la possibilità o meno di capirsi tanto tra gli uomini che gli animali.
Se tutto ciò che esiste sia linguaggio è una questione che in analisi emerge e che ci sembra sia assolutamente in questi termini. Addirittura all’inizio dell’analisi sembra che le cose che si raccontano stiano proprio nel modo in cui vengono dette ma poi cominciando a farsi portare dal racconto si vede come i genitori inizino a divenire differenti, pur essendo sempre gli stessi, la rappresentazione di sé cominci a divenire più leggera e diversa, il mondo assume un nuovo volto. L’equivocità della parola diviene un divertimento.
Sull’onda del divertimento ho trovato il racconto “IL MUSEO DEI FORMAGGI”
Pag. 74 e 75, 76


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