Convegno “IL CORPO NELLA PAROLA”

Torino, 8 Aprile 2006 – Centro Culturale IL NUNZIO

PRESENTAZIONE DEL CONVEGNO “IL CORPO NELLA PAROLA”

Gabriele Lodari

Questo è il primo convegno della nostra associazione. Il primo, ma potrebbe essere anche l’ultimo e non è una cosa che ci preoccupa più di tanto. Non si tratta, infatti, di avviare una serie, ovvero istituzionalizzare un evento per il semplice gusto di mettere in mostra il nostro lavoro.
Il nostro lavoro esige il pubblico e il coinvolgimento di ciascuno; è un lavoro incompiuto, che si compie nell’atto di esporsi davanti a ciascuno. Non si tratta, pertanto, di esporre dei prodotti finiti, come potrebbero stare in una vetrina o in uno stand. Si tratta, piuttosto, di mostrare il nostro lavoro di artigiani nel suo farsi, di compierlo insieme al pubblico, accogliendo il pubblico nel nostro laboratorio. Un laboratorio (il mio desiderio è proprio che continui a rimanere tale) è una fabbrica d’invenzioni, una lavorazione incessante di prodotti grezzi che magari saranno abbandonati e non più utilizzati. Un laboratorio della parola, dunque, e noi ci consideriamo artigiani della parola. Fra coloro che verranno a questo tavolo, qualcuno interviene qui per la prima volta di fronte a un pubblico; non posso che ringraziarli ed essere ammirato per la loro audacia.
Nessun obiettivo già stabilito, nessun obiettivo messianico al quale approdare alla fine dei tempi. Oltre a Freud, di cui ricorre l’anniversario per i centocinquant’anni dalla nascita, il riferimento alla figura di Cristo non è casuale, poiché la sua figura mi pare accennare all’evento, nella storia, dell’irruzione dell’attuale; la scoperta dell’attualità, cioè dell’efficacia terrena dell’atto di parola. Terrena e celeste la parola. Attuale e originaria. E i soci di Tracce freudiane si vanno convincendo che la pragmatica richiede l’atto di parola, che è il motore che alimenta sia la pratica sia la teoria.

Tracce freudiane è un’associazione culturale che si sostiene sulla dedizione dei soci. La scommessa, lo avrete capito, è una scommessa intellettuale. Nello statuto (chiunque voglia leggerlo può rintracciarlo all’indirizzo www.traccefreudiane.com) sono indicati i fini per cui si è costituita. Fra quelli di rilievo vorrei anzitutto ricordare la lotta contro lo psicofarmaco, una battaglia intellettuale sicuramente difficile, poi la promozione della ricerca sulla psicanalisi e sul cosiddetto disagio psichico, sull’arte, sulla scienza, la collaborazione con Enti e istituzioni, la promozione di luoghi di dibattito, le attività editoriali, la formazione dello psicanalista. Non mi dilungo sulle attività realizzate (che sono già numerose), ma fra quelle che oggi stiamo realizzando, segnalo, oltre al seminario fondamentale aperto a tutti con scansione settimanale, i gruppi di studio d’introduzione alla psicanalisi e sulla conduzione della cura e il laboratorio di espressione corporea. Si sta inoltre avviando un nuovo gruppo di studio sul denaro e la vendita ed è in cantiere l’iniziativa di una segreteria telefonica per accogliere le domande di coloro che si trovino in difficoltà.

Un breve cenno al programma del pomeriggio. Lo potete leggere sui volantini. Sono quattro tornate di interventi che si succederanno al tavolo. Dopo le prime due tornate è previsto un intervallo di un quarto d’ora. Ed è previsto durante questo intervallo l’intervento di Rory Minniti, un caro e valente amico che sulla tastiera è insuperabile. E’ poi nostro gradito ospite il pittore Giorgio Ostili che durante l’intervallo proietterà le diapositive di alcune sue opere, che mi sono parse in tema con il nostro convegno. Accenno soltanto che a me è parso che la sua ricerca estetica non possa prescindere da un rilievo di fondo che ci accomuna; cioè, dal considerare anzitutto il corpo come immagine, come pittura nella sua essenza.
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LA SESSUALITA’ NELLA PAROLA

Gianluca Delmastro

Le storie non si limitano a staccarsi dal narratore, lo formano anche. – João Guimãres Rosa “ Grande Sertão”-

Centocinquant’anni dunque dalla nascita di Freud.
Centocinquant’anni fa nasceva chi inventò la psicanalisi.
Cosa inventò Freud cerchiamo di dirlo ancora oggi, all’incirca centovent’anni dopo l’elaborazione, la scoperta, la messa in atto di un dispositivo di parola basato sulle associazioni libere.
Sulle tracce di Freud intendiamo oggi la psicanalisi come un dispositivo intellettuale, un percorso che va dalla quantità alla qualità. Ma non in termini di un inconscio interpretato come il pozzo nero dell’anima da smascherare, da tirar fuori.
Passare dal testo alla testimonianza.
Passare dalla scrittura alla lettura, che non è più lettura ma disletura, interpretazione e quindi nuovamente scrittura. Così come insegna l’incessante interpretazione talmudica della Torah.
Vi è un testo di Freud?
Ci sono i volumi degli scritti di Freud, ma questo attiene al corpo del testo, al testo inteso come corpo, come materia.
Negli scritti teorici che si fanno leggere come novelle (pensare che da qualcuno è stato denigrato per questo) si sente la testimonianza di Freud.
Si sente la sessualità nei generosi scritti che testimoniano di un’interpolazione di racconto teoria e ricerca. Come a dire che il discorso scientifico, fondamento per Freud del procedere della psicanalisi, per rilasciare efficacia non può andare senza quello artistico.
Freud ha sempre considerato L’interpretazione dei Sogni una delle sue opere più importanti; ne era molto soddisfatto e pensava che anche nel tempo avrebbe conservato l’importanza.
Parlare del corpo del sogno, è parlare dell’insostanziale per eccellenza.
La via regia dell’inconscio inizia a proporre l’apertura e l’inventiva a partire dal racconto. Raccontandolo, un sogno non ha più un corpo, se ne perde anche il ricordo iniziale.
Così Freud nella lezione 5 dell’Introduzione alla Psicanalisi, quasi per caso: “Allo svantaggio dell’incertezza nel ricordare i sogni si può rimediare: basta stabilire che come sogno debba valere precisamente ciò che il sognatore racconta, a prescindere da tutto ciò che egli può aver dimenticato o modificato nel ricordo”.
L’approdo è il viaggio, cioè l’appagamento di essere in un itinerario intellettuale, nel campo dell’Altro, dell’inconscio.
Un inconscio dunque non ontologizzato, ma in atto.
Un racconto non di qualche ricordo, ma un racconto in atto, decontestualizzato come quello di un sogno. Un racconto catacretico nel quale le metafore non hanno un oggetto, ma sono abusate e ritrovano il proprio abuso, il malinteso cogliendolo nella dimenticanza.
Un inconscio sempre in costruzione che consente di giungere alla struttura significante, ad un effetto di senso e di controsenso, al deittico materno, alla madre come indice del malinteso, come traccia di direzione.
Il procedere è per integrazione per giungere ad un parlare, ad uno scrivere, ad un fare leggeri, dove le cose non si quantificano e non sono quantificabili, ma si qualificano.
Necessario il procedere sulla traccia del significante: ogni significante integra un altro significante.
L’intendimento è sul versante del lapsus, dell’atto mancato, dell’enigma che si rivela ma che non si svela: ci s’intende sul malinteso, sull’equivoco.
Così come ci s’intende sulla politica del tempo che non passa e non scorre ma apre, taglia, sessua, che rende impossibile la relazione ove la differenza è significante, che innesca l’odio.
Lì la differenza sessuale, la differenza significante.
Giochiamoci dunque questi significanti….
Sessualità allora!
Freud pansessualista, maniaco sessuale perché riferisce tutto alle esperienze sessuali infantili.
Andrebbe riletto Freud, nelle relazioni di ciò che sentiva ed interpretava in analisi.
Andrebbe riletto per cogliere come la teoria fosse per lui sempre in costruzione, non era mai una volta per tutte. Lui stesso (ad esempio nella biografia di Jones) dice che nella sua vita non ha fatto altro che iniziare cose ed emettere ipotesi.
Andrebbe riletto nelle pagine in cui parla della sessualità come teoria sessuale, vita sessuale, organizzazione sessuale e dove è costretto ad allargare questo concetto e a chiamarlo libido per differenziarlo dal sesso troppo spesso riferito ai genitali, ridotto alla mera unione di corpi, riservato ormai solamente all’atto riproduttivo, o sesso inteso come perversione scongiurante quindi l’atto riproduttivo.
Andrebbe riletto dove dice che questa libido può comunque indirizzarsi e quindi specificarsi sublimandosi come nel caso degli artisti, cioè chi riesce a raccontare il mondo, la realtà come fosse un sogno, quindi impersonale, e trovarne un senso solo dopo il racconto.
Quando ci parla della castrazione Freud si accorge della fobia del bambino di essere evirato dal padre, la fobia di perdere il pene perché vede che la bambina non c’è l’ha.
Il racconto dell’analizzante (bambino o adulto che sia), o l’interpretazione di Freud, fa immaginare questa stereotipata corporale castrazione come realmente riferibile ed attuabile.
Come mai proprio su quel pezzetto di carne?
Le fasi dello sviluppo sessuale (della libido) del bambino vanno dalla fase orale a quella sadico anale e giungono al primato dei genitali (precedenti il periodo di latenza) dove lo sviluppo è pressoché simile a quello che si rivelerà nell’adulto.
Freud nota però una differenza che lo induce ad ipotizzare in questo periodo la fase fallica, dove cioè il primato dei genitali (in quanto il piacere d’organo era presente anche precedentemente) è da intendersi sull’attenzione per entrambi i sessi sul pene. Nello scritto del 1923 L’organizzazione genitale infantile dice che non si può intendere il complesso di castrazione se non come conseguenza di questo primato fallico. Primato fallico perché desta l’attenzione sulla mancanza, sulla possibile mancanza e quindi sulla differenza.
I termini usati da Freud sono gli stessi che Lacan riprenderà per descrivere il fallo (inserito tra gli oggetti causa di desiderio) come il significante della mancanza.
Significante illusorio in quanto l’illusione di poterlo detenere non rende necessario il rivolgersi alla parola.
Possiamo però sperimentare, e Freud già lo annotava, già si accorgeva, qua e la, tra una topica e l’altra, tra un’opera di metapsicologia ed una ricerca storica, tra i suoi scritti e suoi carteggi, a ben notare, e forse mai come allora, dagli studi sull’isteria e poco dopo dall’elaborazione, dallo studio, dall’interpretazione dei sogni, che il racconto di quelle fantasie, non importa se corrispondenti o no a verità, portava in tempi differenti per ciascuno alla scomparsa della fobia o del sintomo. Certo mai definitivamente, nel senso che risulta impensabile per un parlante ritrovarsi senza sintomo (senza soma, senza corpo). Per procedere dunque, perché il sintomo si sciolga e si sposti, necessita il racconto, che può essere visto come l’invenzione di queste fantasie, di queste storie.
E’ possibile anche un ritorno, un’efficacia, un’alleggerimento del corpo ontologico, biologico, medico, tramite l’alleggerimento della parola.
Stesso discorso per il rapporto sessuale tra coppie.
Può esserci soddisfacimento nel rapporto sessuale solamente se vi è sessualità nella parola che intercorre tra i due, se quindi quello tra i due non è un rapporto ma solamente una relazione, quindi qualcosa impossibile a catturarsi, a fissarsi.
Occorre che tra i due vi sia una relazione di parola, un racconto senza che ciascuno rappresenti l’altro, che l’odio proveniente dalla mancanza del partner si pieghi verso il racconto, verso la lingua diplomatica che si accorda sull’equivoco, sul riso, sul ritmo, sulla musicalità e quindi sulla sessualità intesa come rilascio; viceversa la lingua dei litiganti che cerca l’accordo sul detto, sul fatto, sul senso e quindi sulla colpa per giustificare una sessualità che non ritrova, che non interviene perché non ci si relaziona ma ci si rapporta.
La relazione è del significante. Relazione impossibile perché ad un significante segue sempre un’altro significante. Un significante funziona come nome solamente nella rimozione.
Impossibile relazionarsi se entrambi non ci sanno fare nell’articolazione di questa mancanza. Difficile relazionarsi se uno dei due non è desiderante, perché non sostiene che il simile sia desiderante, che possa essere altrove e tende a chiuderlo per assumerlo come un farmaco, quasi potesse garantire una sorta di trasmissione di desiderio tramite l’unione di coppia.
Se consideriamo il corpo come qualcosa d’insituabile nella parola possiamo immaginare una sessualità che si sostenga tra corpi materiali, tra unioni carnali?
Il transfert è di parola. L’innamoramento da transfert è riferito alla parola che intercorre nella conversazione analitica. Se fosse dovuto all’analista non si potrebbe parlare di sessualità ma di amore verso chi ha la soluzione dei problemi, ha il sapere e quindi nessuna necessità di articolare il sintomo, il disagio.
L’analista indispone perché tenta di occupare la parte del sembiante, di ciò che è irrappresentabile, ma che provoca ed evoca, attiene cioè alla voce.
A chi appartiene la voce quando parlo, da dove proviene?
Il corpo ontologico attiene al visibile, il corpo nella parola, la sessualità necessitano della voce.
Qualcuno oggi ci parlerà del profumo.
Il profumo che evoca, che distrae dal visibile del corpo e così come la cosmesi e l’abbigliamento provoca l’interrogativo, che nel tentativo di dirsi dispone verso il racconto di qualcos’altro…verso il racconto.
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PARLARE DI PROFUMI

Daniela Berera

Parlare di profumi…
La storia del profumo è la storia dell’umanità; il termine deriva dal latino “per fumus” e cioè attraverso il fumo e nell’antichità i profumi venivano usati nei riti religiosi in onore degli dei.
Per gli antichi Egizi il profumo era considerato il mezzo per rivelare l’anima, ed era quindi coinvolgente e comunicativo con il mondo dell’aldilà.
Nella società egiziana il profumo rappresentò il mezzo più sublime per comunicare con il Dio sole. La profumazione era sentita come pratica religiosa per mantenere in efficienza il corpo ed assicurargli l’immortalità. Gli odori sgradevoli scongiuravano malattie e attiravano le grazie divine.
Alcuni dicono che il profumo sia molto più di una cosa inanimata, permette di compiere vari tipi di sogni: dal sogno di eleganza (in quanto eleva essendo segno di benessere), a quello di seduzione, a quello di piacere (dona estasi), a quello d’identità (il profumo dona a chi lo indossa un carattere e la scia del profumo evoca la presenza di una persona anche quando questa non c’è) ed infine a quello di evasione (permettendo di ricordare momenti passati, luoghi lontani).
Altri sostengono che agisca su un’area del cervello con azione sulla memoria a lungo termine; attraverso un’azione inconscia è in grado di modificare lo stato d’animo oltre che le prestazioni intellettuali e fisiche.
Un profumiere può disporre di oltre tremila essenze fra naturali e sintetiche (boisè, aromatici ed orientale per uomo; floreale, chyprè, esperidata per donna), ma oggi questa distinzione maschile-femminile non è più così netta, tante donne indossano profumi maschili e viceversa.
Oggi parlando di profumi ci piace immaginare a qualcosa che sottolinei la leggerezza del corpo e faccia risaltare la sua stessa eternità.
Il corpo profumato tende ad essere impalpabile, etereo, perdente il senso di corruttibilità. Il profumo fa apparire il corpo non mortale. Nel momento che si percepisce un corpo profumato, quel corpo si dissolve perdendo la possibilità di essere mortale.
Un profumo evoca, fa costruire delle storie, è nel racconto; l’infinita varietà dei profumi ci indica che un profumo per essere apprezzato necessiti di una storie singolare. Ogni profumo evoca una storia, o meglio sarebbe dire il contrario e cioè che la storia ed il racconto siano necessari per creare un profumo. Un po’ come la moda che subisce trasformazioni continue essendo il riflesso del sentire di un’epoca, dello stile del racconto nel quale ciascuna epoca è immersa.
L’odorare non ubbidisce a leggi immutabili, non è codificabile, ma è costruito interamente nel simbolico, cioè nella parola. Senza la parola non posso sentire, apprezzare, odorare nulla e soprattutto non avrei l’esperienza della varietà dei profumi.
Nel mondo animale i profumi sono le secrezioni dei loro corpi, sono segnali con significanti fissi che sembrano assolvere a compiti prefissati (per esempio l’orina per delimitare il territorio).
Non è così per l’essere umano che vive soprattutto nell’infinita varietà e possibilità espressiva della parola.
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IL CORPO PULSIONALE – LO STRETTO DI BERING

Antonella Boschetto

Inquietudine.
Cristo è inquieto, è destinato ma non è a destinazione: è in cammino per una destinazione e non ha pace. Il compito non è stare né trovare, favorire forse, la pace, che certamente non pre-esiste e che se ad un certo punto viene ad esistere non è riconosciuta.
Direi che è dis-umana, infatti anch’egli è solo, il figlio dell’uomo.
La danza cerca perché, equilibrio dinamico, è inesistente, o meglio esiste, mancando in ogni istante.
Non arriva mai. È fare l’amore senza ricompensa.
Creazione.
Se guardo uno spazio vuoto mi accorgo che è creativo. Qualcosa di ciò che posso, avviene dove non sono. Cioè ovunque, perché dove sono, già non sono più. Guardo allo spazio vuoto con un desiderio, in quanto in divenire mi consento, ma sono increata. Questo conta all’inizio. Quando traccio nello spazio un qualunque percorso, per esempio una diagonale, produco una corrente. Il mio peso va a segnare la terra e rimane nel solco fatto, lì sono terra, io non esisto, esiste quell’avvallamento, da cui è difficile uscire perchè bisognerebbe distinguersi per farlo. Increata ho creato.
Tutto il contrario.
Il corpo che non decide una forma è un occhio senza palpebra, prende senza restituire, tende, fa come se si potesse inspirare senza espirare, prevarica, si atteggia a non dire e controlla che non venga detto. Ma la forma è lontana dalla tendenza e dall’atteggiamento: essa è chiarezza. Rende il corpo prendibile. È la porta da cui entrare, da cui uscire. La differenza. È la palpebra che la consente. L’occhio non brillerebbe senza immergersi a tratti nel profondo, senza ritirarsi non renderebbe alcuna luce, nessuna fase rem, nessuna immagine, nessuna possibilità. Sono creata, sono tra le creature.
La forma che fa la differenza è la garanzia dell’incedere.
Sono stata creata dal battito del mio ciglio.

Fuoco.
Lo scheletro organizza la carne, che è trattenuta a forma di corpo dalla pelle, che tocca dentro e fuori. La pelle si accorge di tutto. A contatto con elevate temperature brucia per esempio, e si ritira il più possibile, evitando il contatto. Allora le abitudinarie azioni meccaniche diventano consapevoli, maestrie commoventi e incomplete, a volte solo desiderate. Il fare del corpo chiede all’improvviso di essere notato e la distanza del momentaneamente impraticabile desta: nessun dubbio, si tratta di un risveglio. La pelle bruciata si solleva, come l’impasto per il pane chapati sul fuoco: si creano un fronte e un retro e lo spazio che li separa è la pausa necessaria per la creazione. La pelle si gonfia, due pareti contengono acqua, l’acqua per spegnere il fuoco, in una vescica. È possibile che il dolore non esista, che coincida con la condizione di iniziale ignoranza di fronte al processo in corso. Poi con il rifiuto. Depongo ogni potere, che non ho. Ma che prima esercitavo. È possibile, che quel che mi mancava sia tutto qui: la pelle che re-agisce così silenziosa e violenta mi muove, finalmente io sto.
Bendo la piaga per proteggere non me ma l’altrui procedere, per lasciare operare indisturbata la sapiente misteriosa guarigione. Intravedo dell’oro. C’è qualcuno che sa in me. Lo rispetto, lo penso per farlo, lo penso tantissimo. Più che comprendere mi affido, nutro un riserbo acutissimo, e mi ritiro soavemente dai gesti del mondo, sto. Ho bruciato la pelle e la pelle mi cura, lo fa per me. E mentre fa, con un riguardo indecente che si lascia guardare, dice: “Non ti preoccupare, ci penso io”.
C’è un guardiano: la parte muta apre la porta, il corpo sa ogni cosa e mi fa.
Torno a decidere solo alla fine, per via del prurito, primo segno di sospensione del digiuno e dell’intuizione benedetta.
Nell’istante in cui mi sono bruciata ho chiesto: “Per quanto tempo?”. Questa acutezza stuprante. Ho pronunciato quasi contemporaneamente una non pensata frase “Va bene.. fa ciò che vuoi”. Allora è giunta una risposta: “Vedi?… è già finito tutto”.
Adesso penso soltanto che si può anche bruciare. Si può bruciare.

Qualcosa di simile deve aver pensato Giovanna D’Arco andata al rogo
Prima o dopo?
Credo che già prima lo sapesse

Bruciamo chi ci supera in vita o in mistero

Siamo destinati alla bellezza e non c’è equivoco, non c’è copertura sufficiente, ci sono solo rallentamenti, non è possibile mentire nemmeno mentendo.

Terra
Il corpo appartiene alla terra, alle sue leggi risponde, siamo chiamati terrestri. Nella navicella spaziale gli astronauti “vagano”, ma rincorrono qualcosa, desiderano aderire, tendono per ancorarsi. Persino di notte essi non possono tollerare, pur perdendo conoscenza, di essere da nessuna parte, attaccati a niente o staccati da tutto. L’assenza, di gravità o altro, sembrerebbe inospitabile all’essere, infatti forse non vi è assenza alcuna mai. Come dorme un astronauta? Lega il suo corpo dentro una specie di sacco a pelo fissato a brande peninsulari. Mi chiedo se sia il corpo solo che vuole garantire legandosi. Il cardine. L’astronauta ne ha bisogno anche di notte, anche lontano dalle leggi terrestri. È un uomo. Una porta potrebbe forse qualcosa senza il punto fisso su cui è organizzata la sua rotazione? Il suo corpo è abituato all’altro, il cardine.
L’uomo può fare un passo se c’è la terra. Altrimenti non può niente.
Mi sorprendo ogni volta: gli esseri umani hanno bisogno di aderire, di attaccarsi a qualcosa. Sono attaccati alla terra ma anche piovuti dall’aria, immersi nell’aria. E l’aria non è un niente. È densamente qualcosa. Di assoluta gravità, o del cielo che cade sulla terra. Anche il fuoco ha bisogno di aderire. L’assolo del danzatore? Nella terra e nell’aria, e nello spazio vuoto che vuoto non è mai, non si è soli. Per i popoli abituati a camminare scalzi la comprensione è immediata. Ma come si fa a spiegare al piede qual è la sua forma? Credo che esso non abbia mai imparato a distinguere il suo confine dal suolo su cui appoggia, non sa la differenza tra sé e la terra, il suo è un darsi totale. Il piede è più della terra che mio. E quando cammino o respiro sono più dell’aria che mia, quando danzo sono tutto e non è proprio più possibile dire io.
Il margine è il non contatto tra due confini.
Il confine può essere utile ma non esiste.
Respiriamo per via del tanto altro che ci manca infatti

Disimpegno
ogni parte del mio corpo
poiché non appartiene
nemmeno a me
non ne dispongo
In un tutto
senza parti
il danzatore
lo ricorda
quando brucia
completamente

Ringrazio:
La Passione di Giovanna D’Arco (C. T. Dreyer 1926)
Il Vangelo Secondo Matteo (P.P. Pasolini 1964)
L’ignoto spazio profondo (W. Herzog 2005)
Rainer Maria Rilke
Lo Stretto di Bering
Ave verum corpus (W.Amadeus Mozart)

Quello che segue è stato scritto in seguito ad una visita in ospedale, che poi risultò essere un estremo saluto.

Ora è tempo di vivere di seguire le nuvole fino a rivisitare tutte le forme vissute, amarle.
E’ tempo di sentirsi immensamente uno.
Ogni occhiata mira ad un lascito, un trasferimento “sacro”, mi aprono come fossi uno scrigno sicuro in cui depositare piroette nel fuoco. Ogni stanza un peso, non posso rifiutarmi.
Non so che fare vorrei trovare qualcosa, anche niente.
Ecco, tutta la saggezza e l’amore fraterno le incoronano il capo, tutta la sua vita mi canta nell’orecchio, perfetta pulita come nubi dense che si rincorrono e si dissolvono e aria fresca altissima che non inizia e non finisce.
Che idea mettere scarpe col tacco per venire qui. Il corridoio, non io, dice la vita che ho.
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IL CORPO NON CONFORME

Edoardo Formigoni

Resisto a scrivere… ma fino ad un certo punto; così sono arrivato ad impormelo, in occasione del convegno, perché anche attraverso una scrittura prevista come fallimento di quello che avrei “voluto” dire, ciò nonostante, questo atto di scrittura mi è stato necessario, non fosse altro che per scrivere queste righe che precedono il testo. Partiamo allora dal pretesto.

Perché non siamo“come” vorremmo essere?
Domanda inaugurale, apertura della conversazione di questa tavola che ha per titolo “Il corpo non conforme”. Perché non siamo “come” vorremmo essere? Domanda esplicita o implicita, a seconda delle stagioni della nostra esistenza e dei suoi passaggi. Il “come” ci dice con cosa abbiamo a che fare: con il modello e l’ideale, ovvero l’UNO e la TOTALITA’ della forma.
Partiamo allora dalla seguente affermazione, che ci sorprende per la sua frequenza e per il fatto di essere pronunciata dall’altro nel contesto della relazione amorosa: “Te ne manca sempre un pezzo”, ci siamo sentiti dire. Ma da chi? Chi è colui che parla di “mancanza” e di “pezzo” e quindi di un tutto che non è completo? E’ questo altro che ama l’incompiuto in noi, il deforme, piuttosto che allearsi con la nostra ricerca di unità totale, della forma pura, dell’UNO che NON MANCA, che non manca di niente. La perfezione, l’amore puro, l’amore ideale, quello cortese della distanza, “L’amour de loin” tanto per citare un magnifico libro di Amim Malouf ,che riprende in chiave moderna questa corrente letteraria medievale a tutti noi nota.
Ma, di che cosa ci si innamora ? Della pienezza? Della non mancanza? Della perfezione? Sicuramente tutto ciò affascina, attira, ma rende malinconici perché “la perfezione è l’invenzione impossibile, è l’impossibilità stessa dell’invenzione” (J. A. Miller). Ora, l’innamorato è veramente colui che ha trovato tutto ciò? Ma se fosse proprio così, non sarebbe il più illuso di tutti gli uomini? Il più misero, non perché povero, ma perché ricco di un tutto pieno che non tiene, non sussiste, tanto da esserne beffato?
Cosa ci manca, ancora, per diventare questo “essere” ricercato, intravisto, desiderato? Perché, d’altra parte, è così difficile “dire” ciò che vorremmo essere? Definire questo “ciò” per l’appunto. Tendere alla perfezione senza saperla definire. Esserne accecati. Il fantasma.
Questa ricerca è semplicemente una questione riducibile al nostro carattere “esigente”, che ci può talvolta o spesso contraddistinguere, o c’è dell’altro in gioco? Cosa gioca “in noi” e al di “fuori di noi”, in relazione con il nostro corpo, e quali sono le regole del gioco? Siamo in perenne “tensione”. Il nostro corpo è teso, si tende, si pro-tende: domanda la propria risoluzione, la sua distensione. Si ammala, somatizza, resiste e rimuove, data l’impossibile congruenza tra pulsione e cultura, tra desiderio e il suo oggetto.

La gelosia non è forse proprio questo: l’amata supposta, dall’innamorato, capace di innamorarsi di “un di più” che lui non ha, e proprio grazie a questo di più, l’incontro in amore si riduce in questione di “potere”. L’altro, di cui si è gelosi, può perché ha: ha più successo nel campo professionale; può perché sa: ci sa fare meglio nelle relazioni che contano, può perché è: è più incisivo nelle situazioni e nelle opportunità, è più penetrante nella realtà. La pulsione scopica crea il fantasma, lo sguardo allucinato comporta la percezione che l’altro non manchi affatto.
La supposizione dell’innamorato geloso è la sua proiezione, sull’amata, di un conto rimasto in sospeso tra quello che ha visto allo specchio e quello che è realmente. E’ l’innamorato geloso che vorrebbe “avere tutto”, perché solo in quanto “perfetto” immagina di poter essere garantito nella relazione con l’altro. Essere onnipotente.
Il potere come la questione del Fallo, la capacità di usarlo e di abusarne, sta al centro e tutto il resto si muove dalla periferia; delirio dell’individuo inteso come uno e indivisibile, essere onnipotente “capace di possedere chiunque”. Ma il fallo fallisce. Del troppo pieno, della forma perfetta non c’è pragmatica, ma solo contemplazione; viceversa, è della propria mancanza che si impara a “saperci fare”: è “quando sono debole che sono forte”, ricorda s. Paolo. Desiderio in atto e non desiderio di desiderio.

Pudore.ovvero la paura del corpo osceno, del nostro corpo sulla scena di questo mondo; una scena ed un mondo percepiti nella loro inevitabile rappresentazione, il corpo nella sua colpa originaria. L’essere, che è sempre esserci, osservabile e osservato nella sua non conformità all’immagine. Tempo e spazio come già dati, posizione da tenere e posto da ricevere.
Il corpo è sempre altro. Altro dall’immagine. Un corpo, dunque, in disaccordo. Un corpo, il nostro corpo. La nostra paura: “ho avuto paura, per questo mi sono nascosto”. La colpa (adamitica). Un corpo non conforme all’ideale della forma bella, ma soprattutto, oggi, distante dalla forma intesa come salute, prestanza, vitalità, forza, “essere in forma”, stare bene. La pre-occupazione per un corpo che ancor prima di essere assunto (prendere su di sé) nella parola, è fatto “oggetto” di cure medico-estetiche. Un corpo “oggetto” che occupa la scena per un “soggetto” che guarda dal di fuori e dal di dentro, comunque sempre diviso. Il soggetto è diviso: quando dico “Io” sono già nella patologia del soggetto, resistenza e rimozione; il soggetto è sempre effetto della parola, di un discorso, ed esiste come “difesa” nei confronti della parola che “trasforma”. In realtà come lo dice la parola stessa il soggetto è “soggetto a qualcosa, qualcuno”, quindi si manifesta come opzione di chiusura nei confronti di una parola che apre, che piega (clinica).
Un corpo consegnato, affidato ad altri, alle “loro” cure. “Cura te stesso”, assunzione di responsabilità. L’insufficienza rispetto all’ideale o la mancanza di forma, della bella e buona forma (kalos kagathos) misura la relazione del soggetto in rapporto all’ideale dell’Io. Questa misura, nella sua insufficienza, prende il nome di “depressione”.
L’immagine di noi stessi, il nostro Io, sempre immaginario, è nutrito da quei segni che troviamo negli altri, quei segni che ci indicano per l’appunto “come essere”, “come fare”, “come andare”. Condizioni dell’impossibilità, idealità. Non imitazione cosciente dell’altro, preso a modello, ma identificazione all’altro secondo un processo inconscio che nel corso degli anni assicura la nostra identità. “Io sono questo” dice il soggetto, a partire dall’altro, nella sua prima esperienza davanti allo specchio, dove dire “Io” è già di troppo. Riconoscimento ingannevole di sé attraverso l’altro e nell’altro. Ciò che vedo sono. Io sono questo individuo: sono appunto UNO. “Uno” è la forma immaginaria. La deriva progressiva non è altro che la processione di tutta la serie dei numeri a partire dall’UNO, dimenticando lo ZERO, ed escludendo a priori il DUE.

Vorrei portare a vostra conoscenza una pagina di Jacques Lacan. Nel paragrafo dedicato alla La topica dell’immaginario (Sem. Libro I) si può leggere quanto segue:
«Tutto il problema allora è quello della giunzione del simbolico e dell’immaginario nella costituzione del reale. Lo stadio dello specchio non è solamente un momento dello sviluppo. Ha pure una funzione esemplare perchè rivela certe relazioni del soggetto con la propria immagine in quanto Urbild dell’io (costruzione dell’Io). Sapete che il processo di maturazione fisiologica permette al soggetto, a un dato momento della sua storia, di integrare effettivamente le proprie funzioni motrici e di accedere a una padronanza reale del proprio corpo. Soltanto che il soggetto prende coscienza del suo corpo come totalità prima di quel momento. E’ su questo che insisto nella mia teoria sullo stadio dello specchio: la sola vista della “forma totale” del corpo umano dà al soggetto una padronanza immaginaria del proprio corpo, prematura rispetto alla padronanza reale. L’immagine del corpo dà al soggetto la prima forma che gli permette di inquadrare quanto è dell’io e quanto non lo è. Nel rapporto dell’immaginario e del reale e nella costituzione del mondo così come ne risulta, tutto dipende dalla posizione del soggetto. E la posizione del soggetto è caratterizzata essenzialmente dal suo posto nel mondo simbolico, altrimenti detto, mondo della parola. Questo posto è ciò da cui dipende che egli abbia il diritto o il divieto di chiamarsi Pedro».

Attraversare l’immagine significa essere restituiti al proprio corpo. L’attraversata è l’avventura della nostra parola.
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PRENDETE E MANGIATENE TUTTI

Yolanda Vasquez

Come vivere?
Non si muove il sole
Come faremo vivere l’uomo?
Fare robusto il sole per i nostri mezzi!
Sacrifichiamoci tutti!
(scritto maya)

Fatto fondamentale che porta come conseguenza l’uomo a dover corrispondere in qualche modo al sacrificio del dio di turno, offrendo il proprio sangue ed il proprio corpo.
Nelle religione il culto del dono si relaziona con l’espiazione del peccato; l’uomo carnefice di se stesso, che cerca nel perdono una altra posibilità che non sia la propria morte, la morte in vita.
Il desiderio di essere ascoltato dall’Altro, anche senza avere risposta alcuna, la necessità che non ci siano motivi che disturbino la limpideza della preghiera, la preghiera che si ripete, che diventa litania, lamento, sonno; la speranza nel miracolo frutto della staticità della parola.

Quel grande orecchio che tutti ascolta ma che ha il potere di fare rimbalzare nuovamente parole, frasi e sintomi; quel Lui che ci fa sentire impotenti, incapaci di darci risposte, verità, risposte assolute; siamo alla ricerca del dogma interiore, godiamo della parola nel corpo; corpo cronologico conforme, che tace.

Quante volte si prova rifiuto per le nostre carateristiche anatomiche e si da la colpa a fattori genetici o alimentari; corpo che soffre nel silenzio e che sprofonda in tristezza assoluta; corpo che subisce e rimane fermo, l’Altro che preme, la parola inconforme; corpo nella parola come cassa di risonanza; corpo desiderante di vivere nella gloria dell’Altro.

Il mesaggio di Cristo nella sua semplicità verbale è líberatorio! Trova muri quando diventa dogma, religione. Pietro a capito il messaggio di Cristo? Quale prima pietra? Messaggio diventato enunciato. Peccato! Circolo chiuso, parola in corpo pietrificato.

Prendetene e mangiatene tutti; l’uomo che si offre
Lui, l’offerta del corpo per eternizzare la parola: corpo glorioso!
Parola che tradisce il corpo, che lascia la traccia, che diventa racconto liberatorio; parola eterna figlia del nulla, imperversata da Cronos, sostenuta dal suo tempo, dal ritmo che porta altrove l’uomo parlante.
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IL CORPO E LA PUTTANA

Bianca Maria Ripa di Meana

Il pretesto a intervenire nell’ambito del tema del Convegno – “Il corpo nella parola “- ritagliando un titolo come Il corpo e la puttana, mi è stato offerto da alcune riflessioni suscitate da una serie di eventi diversi. Rappresentazioni teatrali, tavole rotonde, articoli di stampa, servizi mediatici cui ho assistito o che ho letto e ascoltato, aventi come oggetto storie di giovani e giovanissime donne violentate o indotte con violenza alla prostituzione, nella maggior parte dei casi importate da paesi stranieri, in altri indotte dal contesto familiare e sociale, in altri ancora da chimere di facili guadagni…!
Non mi è ancora capitato di leggere o ascoltare la storia di una donna che si svegli una mattina enunciando: “ho deciso, desidero fare la puttana – uno fra tanti arti e mestieri anzi, il più antico del mondo – per divertirmi lavorando e guadagnare bene”. Detto fatto si fa bella e seducente, avvia il proprio mestiere, lo promuove e lo qualifica e del suo corpo (ma non sarà solo il suo corpo) ne fa una risorsa.

L’ascolto delle storie di cui sopra mi ha fatto cogliere un minimo comune denominatore: il racconto è spesso impostato su accusa della violenza dovuta subire passivamente dalla vittima, senso di colpa e di frustrazione della stessa, lamentela metonimica nei confronti dell’altro (Altro) brutto e cattivo (cui però si resta ancorati per un qualche tornaconto del sintomo che consente di alimentare il proprio masochismo), una destinazione quasi fatalistica ad espiare il peccato…con la prostituizone.
Le discussioni degli “esperti” e i rimedi proposti in merito ai casi trattati, oltre a essere connotati di commiserazione e/o di reprimenda per le violentate, si concentrano nella sostanza a evocare normative già esistenti e mai o male applicate o a progettarne di nuove per tenere sotto controllo la situazione. Per che fare se non a regolamentare meglio il traffico delle puttane e con ciò rassicurare la propria coscienza e il senso comune del pudore. L’imperativo morale, in altre parole, che è dalla parte del Super-io, prevarica o ignora l’interrogazione etica. Il controllo delle regole come difesa contro la legge del desiderio?

Ma la puttana, lei che è coinvolta in tutto questo con la propria realtà carnale, cosa ha da dire, al di là di quel che si dice in ciò che viene detto o codificato? E con questo corpo – che nel racconto popolare prende il posto di merce di scambio e/o fonte di reddito – in che rapporto si trova? Di estraneità (corpo oggetto, corpo del reato, corpo morto), di identificazione (al corpo bello e seducente e che procura piacere all’altro, un corpo da mostrare per essere guardato, comunque separato) o le si apre da qualche parte una domanda di saperne di più sull’essere un corpo che non è già dato, ma che possa inventarsi parola per parola?

Come fare perché da una posizione passiva in cui la grammatica del fantasma si è fissata (io-sono-quella-che-subisce-la-violenza) e che la tiene ferma nella ripetizione del farsi vittima del proprio carnefice, oppure (sono-quella che fa godere gli altri) che è il contrario della stessa medaglia, la puttana si sposti in una posizione agente: scegliere di giocare alla puttana. Vale a dire di giocare con il proprio sintomo imbrigliato nella pulsione sado-masochista piuttosto che esibizionista-voyerista.

O ancora, dal subire il proprio corpo che viene rappresentato, in una coazione a ripetere, sempre sulla scena dell’altro, ad un corpo parlante che si vela dell’equivocità della parola, interrompendo lo scivolamento della ripetizione per aprire alla metaforizzazione dell’essere puttana. Lo spostamento da un godimento imposto dall’Altro super-egoico (il godimento va inteso qui come tornaconto di una sofferenza cui il soggetto non vuole inconsciamente rinunciare) ad un piacere accolto come risorsa creativa.

A una lettura psicanalitica, I pochi frammenti di rappresentazioni di storie diverse e gli interrogativi che esse suscitano aprono a questioni che per la psicanalisi sono fondamentali e che trovano riferimenti teorici basilari in Freud e in Lacan.
Per dirla in maniera breve e semplificata il nostro racconto è il racconto delle pulsioni, cardine dell’invenzione freudiana, continuamente rivisitato ma mai smentito nella sua essenza, portato avanti con la stessa coerenza rinnovatrice dall’insegnamento lacaniano. La sua attualità ci viene confermata dalla lettura avvertita degli eventi che accadono quotidianamente perché in essi sono sempre in gioco le pulsioni e le loro vicissitudini.
Per riprendere qualcosa di essenziale di Freud: “…la pulsione ci appare come un concetto limite tra lo psichico e il somatico, come il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e pervengono alla psiche, come una misura delle operazioni che vengono richieste alla sfera psichica in forza della sua connessione con quella corporea” Lo stimolo pulsionale non proviene dunque dal mondo esterno ma dall’interno dell’organismo(Freud – Vol. 8 pag. 17e segg., Pulsione e loro destini).
La pulsione è originaria, costante, ineliminabile. Con questa bisogna fare.
Si tratterà ogni volta, in analisi, di fare emergere nel parlante gli elementi che rivelino quale pulsione tiene ancorato il sintomo per snodarlo e riannodarlo diversamente.

Cosa ha a che vedere con tutto ciò il corpo e la puttana? Le storie di strupi e violenze sessuali vissute, lette e interpretate in chiave di vittimismo, piuttosto che condanna, piuttosto che com-patimento, piuttosto che rigetto?

Per quanto riguarda gli “altri”, quelli che giudicano, compatiscono, condannano, legiferano, che si rappresentano come tutori dell’ordine, della legalità, del buon costume, della sanità familiare e sociale – e che non fanno che debordare vuoi di buonismo, vuoi di perbenismo, vuoi di rigorismo moralizzante – si tratta di coprire, con l’illusione di metterla a tacere, la pulsione in cui sono imbrigliati. Discutendo di puttane, di abusi, di violenze sessuali, di corpi trasportati, maltrattati, violentati, essi sono quantomeno fissati ad una posizione di voyeur, la cui attività è rivolta su un oggetto estraneo (il corpo della puttana).
E come ci dice bene Freud, il piacere (inconscio) di guardare o di farsi guardare rappresenta una delle coppie antitetiche delle pulsioni sessuali.

Per la puttana e il suo corpo, su cui si possono giocare alternativamente il piacere di guardare (un oggetto estraneo), di guardare su una parte del proprio corpo, di essere guardati dall’altro cui ci si mostra, di essere martoriati o di martoriare, le coppie antitetiche delle pulsioni sessuali (guardare-esibizionismo; sadismo-masochismo) sembrano essere fissate allo stesso oggetto-corpo.
Può infatti accadere che lo stesso oggetto serva al soddisfacimento di più pulsioni,
producendo quello che Adler chiamava “intreccio pulsionale”.

Che dire ancora della puttana che si cala nella parte di vittima sacrificale, immolandosi sull’altare della prostituzione come unica possibilità di vivere la propria sessualità, in totale distacco dal proprio corpo che serve al sacrificio?
Santa e puttana (c’è un’intera letteratura in merito), in un intreccio di godimento e sublimazione, quasi in un tentativo inconscio di inibire o deviare la meta della pulsione. (cfr. Freud, Vol. 7, Introduzione al narcisismo).

La concezione più diffusa di prostituzione è che si tratti di mercificazione di corpi-oggetto. Si va a puttane per fare sesso, non ci si bacia, non ci si guarda, non si parla, non si fantastica, si fa mercato. Di questi rapporti o ci si vergogna o ci si vanta, difficilmente se ne fa un racconto da cui emerga la dimensione del gioco, del piacere, dell’inedito.
Essi vengono ripetuti come rituali che rassicurano gli attori della pièce, la puttana e i clienti, dall’emergere di una significazione altra del corpo morti-ficato.

Ma è proprio così che vanno le cose? E’ sempre e solo così?
Che dire allora delle situazioni – e non poche – che emergono da confidenze delle une e degli altri in cui il cliente paga la puttana solo perché questa lo ascolti?
Chi è per costoro la puttana, questa donna s-pudorata, che si vuole gettare nella polvere o mettere su un altare, in un’alternanza di amore-odio? La madre?
Ci sembra di sentire volar basso il fantasma materno, l’identificazione totalizzante all’oggetto del desiderio della madre.

“La trasformazione di una pulsione nel suo contrario (l’inversione del contenuto) – ci dice Freud – viene osservata in solo caso: nella conversione dell’amore in odio.
Poiché è particolarmente frequente che l’amore e l’odio si dirigano contemporaneamente sullo stesso oggetto, tale compresenza costituisce altresì l’esempio più significativo di ambivalenza emotiva”.

Che fare perché la prostituzione diventi invece occasione di incontro, di legame sociale che inserisca la dimensione ludica nella relazione, la parola in gioco, il gioco di parola. In altri termini, come far girare in senso lacaniano il discorso dal godimento al desiderio.

Il corpo e la puttana, la puttana e il cliente, la puttana e il sociale, sono relazioni duali, da cui il corpo è estraneo, separato, fuori dal linguaggio.
Per spezzare la relazione speculare, immaginaria, che fissa l’io all’ ideale, bisogna che il discorso si apra a un elemento terzo, alla parola originaria, all’Altro.
Il discorso della psicanalisi è antitetico al discorso duale, contrappone al dialogo
metonimico Il racconto del parlante che è sempre originario e inedito.

Qui la psicanalisi avrebbe qualcosa da dire…
…da un corpo morto a un corpo nella parola!
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IL CORPO E LA PUTTANA

Diego Busiol

Parlando di puttane viene subito alla mente il letto, il letto di Procuste. Si tratta del mito greco di un brigante, Procuste appunto, che rapiva le persone e le legava a forza su un letto, cercando poi di modificarne il corpo: le segava se erano più lunghe del letto, lasciandole poi morire tra atroci sofferenze, o le tirava se erano più corte. Insomma voleva uniformare i corpi al letto e il mito mostra già una questione: l’ostilità verso la differenza e il gusto dell’universo, piuttosto che del diverso. Il corpo diventa quindi una prigione, una gabbia.
Abbiamo prima accennato a queste puttane, a come vengono comunemente intese, in termini molto forti, con toni dispregiativi, “la puttana da strada”. Una persona rapita al suo paese d’origine perché molto bella, molto povera, quindi ingannata: c’è già un corpo che diventa una gabbia, quasi una sventura. Un corpo che costringe, per cui è “a causa del corpo” e non “grazie al corpo” che inizia la prostituzione. Quindi già non parliamo di una donna, ma al massimo parliamo di un corpo: è lo sguardo che identifica, non la voce sicuramente. E poi non parliamo neanche di un corpo intero, piuttosto di parti, di oggetti parziali. Si dice: “bella figa”, “tettona”, “culona”…questo è l’effetto metonimico, è un effetto di linguaggio, tutto è ridotto ad una parte (La metonimia è poi ciò che istupidisce, perché fissa). Anche nel linguaggio femminile si dice “è tutto muscoli, poco cervello”, insomma si localizzano delle parti, delle funzioni del corpo. C’è poi un altro aspetto curioso, e mi domandavo come mai gli oggetti parziali della donna hanno un significato che, per quanto volgare, è positivo, mentre gli organi maschili come “coglione”, “testa di cazzo”, “cazzone” hanno una connotazione offensiva.
Ma nell’incontro tra un cliente e una puttana, è possibile che ci sia solo un incontro di corpi o, ancor meno, un incontro di organi? Io direi piuttosto che ciascun incontro è colto in un fantasma e in una fantasia. Il fantasma anticipa. Come dicevamo prima, spesso non c’è proprio scambio di parola, non ci si parla. Ma questo non significa che non ci sia una fantasia a monte, non significa che non ci sia della parola, per quanto inscritta in un registro che potremmo dire immaginario. C’è sempre una fantasia, che anticipa e che tutto sommato permette un incontro.
La puttana del resto è spesso chiamata a giocare una parte. Può dover fingere di godere perché il cliente creda di avere delle eccezionali capacità amatorie, o al contrario deve fingere d’essere presa con la forza e non godere. In ogni caso la puttana è colei che anticipa in qualche modo nella parola il suo cliente, cioè sa prima di lui cosa questo vuole. A volte addirittura è pagata solo per stare ad ascoltare. In fondo dunque è chiamata a svolgere un ruolo che va ben oltre la sola vendita di un corpo: fa l’amica, la confidente, la madre.
Magari c’è poi anche una scissione nel cliente, che può concedersi quello che non si concede con la moglie. Le puttane sono quindi oggetto di molte fantasie, pare che molti clienti se ne innamorino e cerchino di salvarle. Questo certamente richiama un po’ anche delle fantasie infantili, come il bambino che vuole salvare la madre, La puttana diventa santa, la vittima in realtà è anche santa. Sono fantasie tipiche soprattutto del discorso ossessivo: tutte le donne sono puttane, tranne la madre (la sorella, la figlia…) Così come tutte le fantasie sulle suore o su quanto accadrebbe nei conventi, quei luoghi dove tutto sommato la sessualità dovrebbe essere preclusa. Quando si parla con qualcuno sembra sempre che tutti conoscano storie incredibili di cosa non succede in quei posti…
Tornando alla questione del corpo, da una parte abbiamo la puttana che mostra, esibisce il corpo, dall’altra abbiamo invece una copertura totale del corpo: sembra un po’ il rovescio della medaglia, sembrano le due facce di una stessa questione, come se si potesse localizzare il desiderio, in un corpo dato al di fuori della parola. Non penso invece che la questione sia mortificare il corpo, o al contrario esaltarlo. Piuttosto mi incuriosiva questa questione del desiderio femminile che quasi è peccaminoso, quasi non necessario, forse già gli antichi dicevano che non era necessario neanche per la procreazione.
La prostituzione per come la intendiamo noi, nella nostra area geografica, ma forse anche nei nostri tempi, è comunque qualcosa di assolutamente parziale rispetto a quanto accade ad esempio in oriente, dove non si parla direttamente di puttane, e dove ci sono ad esempio le Geishe. Funzionano altri dispositivi lì (certo, anche molti rituali, dunque bisogna poi vedere di che parola si tratta), l’incontro avviene per altre vie e forse ci sono anche strategie diverse in atto per preservare il desiderio.
Mi sembra invece che per come si intende la prostituzione da noi, per come avvengono perlopiù questi incontri, fugaci, a bordo strada, rappresenti un po’ l’apoteosi dell’isolamento. L’idea di essere liberi tutti e di poter disporre come si vuole degli altri, di potersi garantire il desiderio con un contratto, e in realtà non avere nessuna relazione, nessun piacere. Poi anche questa questione dei soldi, dati quasi in modo dispregiativo…ho sentito anche in diversi casi di stupro di soldi che poi venivano gettati per terra alla donna abusata. C’è qualcosa che ritorna in tutto ciò.
Lacan diceva che l’uomo fa l’amore col proprio sintomo, quindi come dire che si fa l’amore da soli. Non si fa l’amore col corpo che si ha di fronte. Questo “più di godere” sembra essere ciò che permette al corpo di godere, non viceversa. Non è il corpo che permette di accedere ad un godimento particolare.
Si fanno qui delle considerazioni, che forse potrebbero consentire questo spostamento metaforico, contro questo eccesso di metonimia. Poi anche riguardo questo corpo bisogna chiedersi: è il cliente che lo guarda, che lo sceglie? O non è il corpo che sceglie il cliente, non è il corpo che guarda il cliente e ha presa su di lui?
In fondo non è la prostituzione, nel momento in cui la definiamo vendita di corpi, se non il sesso senza la sessualità? La genitalità senza le generatività.
Si dice che “le cose vanno a puttane”. Vanno a puttane quando c’è una fine, quando non portano ad altro. Ci si “sputtana” quando si è finiti, quando non si ha altro da dire, quando non c’è altro da aggiungere. Certo le puttane, quelle a bordo strada, o nei bordelli, che magari sono anche borderline, sono sempre ai margini, anche ai margini della legge. C’è come una sottrazione allo scambio sociale. Si parla di mercificazione del corpo, del desiderio, ma quando una puttana vende, che cos’è che vende? E’ quello che si definisce valore d’uso, non è il valore di scambio. Cioè i significanti hanno senso quando richiamano altri significanti, così anche un soggetto è tale per un altro soggetto. Direi che il valore di scambio presuppone il riconoscimento della castrazione, dunque bisogna riappropriarsi del fallo per avere una donna, non come il cliente che va con una puttana. Comporta dunque un differimento del piacere, che è ciò che da accesso al desiderio. Comporta la necessità di un investimento che è di parola, mentre la puttana è accessibile subito, con un prezzo che definito per quel dato momento, per quell’istante. La puttana si dice che è una donna “di facili costumi”, una “scostumata”, “senza veli”. Le puttane non pensano certo alla moda, anzi mostrano il più possibile. Mi chiedevo qual’era invece la funzione della moda, se non quella di recuperare in un certo senso la differenza del corpo, facendo continue variazioni sul tema. E’ un giocare continuo, per fare intravedere, senza togliere mai l’ultimo velo. Lo strip-tease, che è erotico, non termina mai. E’ un gioco che prosegue e nel quale non viene mai mostrato tutto, perché alla fine mostrerebbe solo una mancanza. Al contrario il corpo della puttana fa segno, non c’è più ambivalenza, è il corpo uguale a se stesso.
Recentemente ho visto una serie di interviste a delle puttane ed alcune interviste ad attori e attrici del mondo della pornografia. Era interessante perché questi attori dicevano che assolutamente non si sarebbero mai venduti, non avrebbero mai fatto della prostituzione. Ma allora cosa potrebbe avere di diverso la pornografia? Pornografia si potrebbe tradurre come “scrittura della vendita” (pornè ha a che fare col prezzo, con la vendita e grafia è la scrittura). La pornografia sembra avere in qualche modo a che fare col sapere e col mostrare “come si fa”. Mi veniva da pensare che nella prostituzione c’è lo scherno, mentre nella pornografia c’è piuttosto lo scherzo, la parodia (Già solo i titoli dei film pornografici sono la parodia di film famosi). La pornografia è più sul versante dell’edonismo, cioè il pensare il corpo come un mezzo per accedere al godimento mentre, come dicevamo all’inizio, le puttane stanno forse più sul letto di Procuste.
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DAL SINTOMO ALLA GLORIA

Gabriele Lodari

Intervento conclusivo al Convegno “Il corpo nella parola”

Il sintomo interviene per l’irruzione di un ricordo provocata da un nome. E’ una sorta di protesta che il parlante non è in grado di contrastare, accolta come giudizio repentino che s’impone con forza e che può far apparire il mio contegno, l’abito simbolico che in questo momento sto indossando, come una mascherata indegna e insostenibile.
Per quanto non manchi la consapevolezza che il sintomo potrebbe benissimo essere rimpiazzato da un motto di spirito o da un semplice racconto, in questo frangente, non sono proprio in grado di gestire degnamente la mia parte. Mi trovo perciò senza risorse. Il sintomo è insopportabile perché spiazza il parlante. La condizione che s’instaura nel rapporto, quando il sintomo irrompe, è caratterizzata dall’insopportabile abisso che interviene fra me che parlo, che agisco parlando, e il fenomeno tanto invadente da cui sono tiranneggiato e che mi trascina altrove. Come soverchiato da una voce (e può benissimo mutarsi in una voce realmente udita) il mio sostegno simbolico, che mi consentirebbe di rivolgermi dignitosamente all’altro, si rivela deficitario. Invece del racconto, della risorsa dell’Altro, che potrebbe sostenermi e condurmi a soddisfazione, un altro genere di soddisfazione immediata e percepita come abietta e insopportabile, si è ora affacciata e non cessa di accanirsi sul mio corpo. Proditoriamente. Il sintomo si manifesta nei momenti cruciali; starei quasi per dire che al di là della mia intenzione cosciente, per qualche disegno malvagio e imperscrutabile, nella mia storia la meccanica del sintomo è stata appositamente impostata con assoluta esattezza affinché si scateni in quel momento preciso. Come se si trattasse in qualche modo di una risposta o una protesta o addirittura una vendetta ordita dall’Altro. Un Altro che, dunque, era stato in qualche modo trascurato e che ora rivendica il suo Diritto. Questione eminentemente etica quella del sintomo e della clinica. All’appuntamento ora si presenta inevitabile quell’Altro che mi sopravanza e mi precede, quell’Altro che in qualche modo avevo tentato di eludere, aggirandolo o raggirandolo, puntuale e proprio quando avrei giurato di essere pienamente padrone di me, ovvero nel momento in cui, in realtà, ero attardato a dialogare con il simile o da solo (che può essere identica situazione). Cioè, appunto senza l’Altro.
Il mio contegno, quell’abito che indossavo con disinvoltura, ora, di fronte alla prova di verità dell’Altro si rivela ristretto e inadeguato. Soltanto recuperando un poco di armonia con l’Altro mi sarebbe consentito di svolgere con maggior sicurezza la mia performance. L’esperienza di vita, che è anche esperienza di battaglia e verifica incessante della mia condizione nei confronti del sintomo, che è la storia infinita delle mie strategie per contenerlo, attenuarlo, sopportarlo, mi ha infine insegnato (questo è un insegnamento etico) che è soltanto questa la strada, la strada del racconto, dell’esperienza orale e narrativa.
Questo Altro occorre che si attivi in ogni momento della mia esistenza, altrimenti rischia di non soccorrermi nei momenti cruciali. Il mio sintomo denuncia, insomma, proprio i momenti in cui ne ho fatto a meno e l’ho rigettato. Avviene, sulla via dell’analisi e della terapia, che l’Altro mi segua come un compagno fedele, che l’Altro, infine, sia l’unico compagno di vita cui valga davvero la pena di affidarsi. Questo compagno è compagno di viaggio. Questo Altro, ancor più, è la nave della vita a cui occorre togliere l’ormeggio che la fa stare immobile. Il sintomo è proprio l’espressione di questo ricordo trattenuto che funziona come l’àncora della nave.

Sarebbe interessante tracciare una storia della concezione del corpo in filosofia, nella teologia fino ai giorni nostri. Vorrei cercare di tracciare qualche punto di riferimento avvalendomi della partizione alla quale ormai siamo avvezzi, quella fra logos e parola.
Sintomo per eccellenza quello dell’isteria. Un sintomo che si scrive visivamente e plasticamente nel corpo. Figura emblematica e matrice nucleare di tutti i sintomi, conversione somatica o convulsione. Fremito che percorre il corpo turbandolo, irrigidendolo o rendendolo ingovernabile. Nell’atteggiamento isterico assistiamo alla ribellione del corpo che si manifesta come il luogo del sintomo. L’isteria denuncia l’ingovernabilità del corpo.
Nelle invettive, nelle irritazioni, l’isteria pare scontata. Isteria è un termine antico, risale alla dottrina ippocratica. Ma l’isteria non c’è in Grecia, non c’è a Roma. Fino al cristianesimo, all’atto di Cristo. Nella mitologia medica prevale ancora il riferimento alla donna, al problema femminile, all’utero. Charcot, considerato maestro di Freud afferma che l’isteria è anche maschile.
E’ in seguito all’atto di Cristo (non giungo fino a dire che Cristo fosse isterico) che comincia l’isteria. Per capire l’isteria occorre leggere S. Agostino. La sua impossibile teologia. Isterizzazione della filosofia greca, della metafisica. E’ senza dubbio l’emergenza del corpo e del corpo immortale, del corpo in gloria, è la glorificazione del corpo che emerge in Agostino. Isterizzazione eguale glorificazione. La parola che plasma il corpo e può renderlo immortale. E’ il corpo in gloria, cioè corpo immortale.
Per Agostino, dinnanzi a Dio, non si perde la materia della quale era costituito il corpo mortale. Il corpo risorto, il corpo in gloria avrà invece una qualità secondaria in misura decisamente superiore al corpo mortale. La “coloris suavitas” , una maggior dolcezza e luminosità dell’incarnato. Ci sta dunque parlando del sembiante, della parola che si fa carne. La “suavitas” del Cristo risorto.
La gloria è, nella tradizione ebraicocristiana, la manifestazione della presenza di Dio. Ma noi questo Dio che non vogliamo in alcun modo antropomorfizzare lo abbiamo ricondotto, sulla scorta di Freud, all’Altro. Il corpo in armonia con l’Altro non è che il corpo in gloria. L’Altro, che dimora nell’adiacenza, supera e trascende il corpo.

Il discorso isterico di sicuro non accetta il nome del nome, il logos. Le cose già dette e chiarite, ma le cose si chiariscono soltanto raccontando, aprendo la bocca in parabole. E tutte le cose nascoste, compresa la fondazione del mondo si proclamano per parabole, si svelano nel racconto. Ciò vale anche per il corpo umano che, visto da vicino, diviene estraneo come un paesaggio lunare. Estraneo, ma vicino. Inesorabilmente non rappresentabile.

Omero agili braccia, mobili ginocchia, forti braccia. Anassagora afferma che l’uomo è il più intelligente fra gli animali grazie al fatto di avere le mani. Aristotele il contrario, è il corpo mezzo.
Nella modernità il concetto di corpo-organon o mezzo è stato ridicolizzato. Celeberrimo quanto Voltaire fa dire al suo Candide:
“E’ dimostrato che le cose non possono essere altrimenti, poiché tutto essendo stato creato per un fine, tutto è necessariamente per il fine migliore. Notate bene che i nasi sono stati fatti per portare degli occhiali, così abbiamo gli occhiali. Le nostre gambe sono conformate per portare dei calzini e così abbiamo i calzini”. Tutto per il meglio.
Un’opera di per sé non è fatta per significare, cioè per svelare una struttura soggiacente, trascendente o immanente che sia. Il corpo umano non è fatto per significare.

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