LO PSICOFARMACO E LA SOSTANZA – Gabriele Lodari

Gabriele Lodari

Torino, 28 Maggio 2005  –  Libreria La Torre di Abele

Presentazione dell’incontro

Tracce Freudiane è un’associazione di psicoanalisi che nel proprio statuto ha scritto tra i fini istituzionali quello della lotta allo psicofarmaco. La credenza nello psicofarmaco è un segno della nostra epoca che noi scopriamo pervasa e determinata nei suoi modi di funzionamento, nelle sue istituzioni, da ciò che individuiamo come il fantasma d’occidente che si manifesta come la sequela del bla bla quotidiano, sulla stampa, alla televisione, e che non risparmia nessuno, ancor meno quelli che sono acclamati come esperti in questo campo. Agli esperti rimproveriamo paradossalmente proprio la negazione e l’occultamento o, in ogni caso, l’assoluta incapacità di smascherare proprio il camuffamento della questione clinica realizzato dal discorso che caratterizza la nostra epoca. Rimproveriamo la credenza nella cosiddetta malattia mentale, che discende dalla credenza nella mente, nel mentale in contrapposizione al soma (il soma è il corpo morto, occorre ricordare che in Omero non vi è alcuna definizione sostanzialista del corpo, ma il corpo è designabile soltanto con metafore o metonimie: le agili ginocchia, il bianco collo).
Occorre ribadire l’inesistenza della malattia mentale, ma anche staccarci in modo netto dalla psichiatria ormai completamente fagocitata nel discorso occidentale. L’antipsichiatria basagliana non ha saputo portare i germi di nessuna novità, dal momento che (è quanto le rimproveriamo) in essa era del tutto assente la dimensione intellettuale e la critica radicale del concetto di mente.
In effetti, è questa la ragione per cui abbiamo voluto associare al titolo il concetto di sostanza. La credenza taumaturgica nella sostanza, nel colpo di mamma, nella distruzione che potrebbe essere foriera di un benessere, nel male necessario, nell’ultimo male a fin di bene, nella medicina amara, è una caratteristica sia del discorso che si vorrebbe curare sia di quello che cura. L’ipotesi, allora, è che per uscire dalle banalità che ci vengono spacciate, sia da esaminare il discorso nel quale viviamo immersi. Occorre non trascurare la critica che può derivare da una dimensione intellettuale giacché soltanto essendo consapevoli è possibile curare. Quale differenza fra il discorso psicotico, più controllato almeno in apparenza, che cura e quello curato? Entrambi credono appunto nel concetto di sostanza. Non è un azzardo. L’immaginario che prende il sopravvento, l’identificazione come modello di comportamento e di autocura, come modello per cui la situazione economico e sociale in senso lato può procedere. Fare come coloro che sono al potere o come i ricchi, ecc. La legge non può essere elusa, alla legge non si accondiscende né la si può infrangere, la legge richiede l’articolazione incessante e questa è l’etica. Altrimenti è la legge che si rivolta contro di noi. La psicosi di ciascuno come riflesso della psicosi della società, come risposta al disagio (inestirpabile della civiltà). La risposta dell’individuo è la psicosi. Espunzione della parola che riguarda dunque non soltanto il discorso della follia (l’agitazione e il passaggio all’azione è almeno il sintomo che reclama e perlomeno denuncia questa impossibilità della parola, sia il discorso comune collettivo. In questo caso alle conseguenze dell’espunzione della parola si risponde con il farmaco (con la sostanza) con il dogma, con la gnosi sul piano della giustificazione dell’agire inavvertito. Dunque il bene e il male già dati. La malattia e il male accertati.

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