LA QUALITA’ – Gabriele Lodari
Gabriele Lodari
Intervento al Convegno sulla Qualità organizzato dall’Associazione Nuova Agape, rivolto ad educatori professionali – 20 marzo 2008
Nel fare, la qualità non è un semplice attributo da incollare, giustapposto alla procedura, all’agire assistenziale o educativo. La qualità è essenziale al compimento del fare e risulta pertanto una dimensione imprescindibile nell’atto stesso. Per questo è difficile il compito di definirla e sfugge da ogni parte. Le cose si fanno nell’occorrenza e volgono, per dir così, in modo quasi autonomo e necessario, alla qualità. Nel processo del fare incontriamo la qualità. La salute degli ospiti che ci sono affidati, per fare un esempio, è davvero imprescindibile dalla qualità dell’intervento.
In definitiva, anche la salute non è che la qualità della vita. Non vi è salute senza qualità. E la vita non è un semplice dato misurabile con il parametro medico o biologico, o non soltanto, ma è un processo in atto che dipende da innumerevoli variabili che possono facilmente integrarsi nella stessa definizione di qualità. Un altro esempio è quello per cui constatiamo che l’etica, l’esperienza di comunicazione o di parola, volge necessariamente alla qualità e che questo fine non è qualcosa di superfluo o marginale rispetto al risultato da ottenere, ma che è l’espressione e il valore essenziale del risultato conseguito. La qualità, in quanto virtù del fare, interviene necessariamente facendo.
La qualità è qualità “intellettuale”, e a mio parere occorre rivalutare questo termine troppo a lungo disprezzato. Non c’è la prassi (educativa o assistenziale) da un lato, e la riflessione teorica, o la consapevolezza intellettuale di questo agire, dall’altro, come se dovessero in qualche modo accordarsi e poi eventualmente congiungersi. Ma ogni agire è agire intellettuale, e questa è anche la definizione più semplice che potrei dare della qualità dell’intervento. Ogni agire efficace implica un processo di scrittura, di riflessione e di condivisione dell’esperienza. Viceversa un agire fosse pure meramente assistenziale, infermieristico, che non tenga conto della comunicazione, che non si fondi sulla scrittura dell’esperienza (procedure, relazioni, ecc.) ma che sia di cieca obbedienza, titubante, confuso o turbato dai dubbi e dalle fantasie su di sé e sugli altri, non può in alcun modo volgere alla qualità.
L’approdo alla qualità, verso cui le cose si volgono come il loro indirizzo ordinario nel fare, è anche il piacere. Strano ma vero. Impossibile conseguire la qualità dell’intervento in una dimensione moralistica che, appunto, tende a separare irrimediabilmente qualsiasi agire dalla dimensione del desiderio, dalla ricerca intellettuale e dalla comunicazione. In questo caso può vigere l’ideologia del sacrificio, della fatica, del dovere, con i contraccolpi inevitabili sulla qualità dell’intervento. E, in generale, sulla vita stessa dell’azienda costretta in un regime di mera sussistenza. Il piacere, come effetto della qualità dell’intervento, è dunque un risultato, e l’impegno, quando è impegno di ricerca e intellettuale, rende sicuramente più lieve un intervento che appariva gravato da difficoltà insormontabili; anche la difficoltà diventa una sfida e oserei dire che gli eventi stessi, le prospettive, l’orizzonte del futuro, si schiudono davanti a noi.
A me pare che, solitamente, nei bilanci delle aziende, nel conto dei profitti e delle perdite, e ancor più, per quanto strettamente ci riguarda, nelle politiche dell’accreditamento, trionfi l’esattezza dell’algebra anziché il desiderio, il piacere intellettuale e la qualità conseguente. Ma non è in questo modo che i conti potranno tornare. La variabile indipendente e assoluta del desiderio, dell’entusiasmo, la dimensione intellettuale che sfocia nella qualità è quasi sempre emarginata, se non scartata (e indipendentemente da qualsiasi posizione ideologica e politica).
La qualità è dunque l’evento di ciò che si compie, al termine di un processo nel quale è perlomeno inutile, se non dannoso, il volontarismo moralistico del singolo. La qualità esige, al di là del singolo soggetto, l’esperienza condivisa dell’Altro, ovvero dell’inconscio, che è qualcosa che emerge nel pragmatico, dall’esperienza intellettuale, nella comunicazione e nel lavoro condiviso. Nel nostro lavoro, sono convinto che occorre sempre più partire dalla supposizione (in apparenza poco scientifica) che sia la funzione a creare l’organo e non viceversa. Quanto il nostro desiderio di comunicare incide nel determinare l’efficacia del nostro intervento? Mi pare questa la domanda etica per eccellenza nella nostra professione.
In particolare, sono dunque convinto che sia la posizione simbolica (etica, culturale in senso lato) a determinare la correttezza dell’agire. La salute dei nostri ospiti dipende dalla posizione etica e intellettuale che noi sapremo assumere, dal nostro desiderio e dalla disposizione a occuparci di loro; non soltanto dalla nostra pronta risposta alle loro esigenze immediate di assistenza, ma soprattutto dall’accoglimento dell’Altro da parte di ciascuno di noi.
Occorre, cioè, l’atteggiamento etico di una posizione intellettuale che determini l’esito favorevole dell’intervento indipendentemente dalle condizioni esterne anche sfavorevoli che parrebbero ostacolarlo. L’entusiasmo di una ricerca e di un interesse che sostengono l’agire quotidiano è la condizione irrinunciabile per un intervento davvero efficace.


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