Il paradosso dell’amore
Seminario del 23.4.2009
Il paradosso dell’amore può enunciarsi così: l’amore per sostenersi e mantenersi esige la rinuncia al primato dell’amore. E’ la storia con le sue alterne vicende che deve emergere in primo piano, perché è soltanto la storia che consolida l’innamoramento. L’innamoramento deve poter resistere, anzi sostituirsi all’amore il quale, con la sua tensione all’universale, nella fissità della rappresentazione, è all’origine di molti guai. Invece, l’innamoramento è una qualità relativa alla storia d’amore e non riguarda più né io né tu, bensì l’Altro. L’innamoramento è l’amore, ma costretto nell’alveo di una storia; il primato non risulta più dell’amore ma della storia.
Siccome in ciascuna storia d’amore è presente l’ostacolo e il particolare anziché l’universale e l’armonia, allora in ogni storia d’amore che si rispetti è sempre evocato l’abbandono. E ciò che unisce davvero gli amanti è la sequela degli abbandoni sopportati e raccontati. Così come il sale dell’avventura o del viaggio è rappresentato piuttosto dagli impedimenti, dagli ostacoli incontrati, dall’eventualità di trovarsi privi di ogni risorsa e questa difficoltà risulta allora la più vera ed efficace risorsa.
Nelle “autentiche” storie d’amore si può ridere e piangere (la vicenda tormentata di Abelardo ed Eloisa è passata alla storia soprattutto perché in quella vicenda si piange), anzi si deve ridere e piangere.
E perché si piange? Quando si ride e quando si piange? Quando l’equivoco volge all’estremo fraintendimento. O quando la menzogna volge al malinteso. Il riso, ma anche il pianto liberatorio degli amanti, sono l’evocazione che lascia risaltare un malinteso ormai insuperabile. Si piange quando si giunge a toccare con mano che il malinteso è originario e insuperabile. Quando si attinge l’estremo della parola. Ma proprio a tale culmine il pianto può essere scosso da singulti di riso. Allora si percepisce che la vera risorsa è nella disperazione. Si percepisce che la cosa è inesorabilmente senza soluzione, che la vita è senza soluzione, perché la vita è senza soluzione. La vita è il racconto di avvenimenti che erano senza soluzione, ecco lo sbocco del pianto; la vita è il racconto di avvenimenti che non avranno alcuna soluzione, ed ecco lo sbocco del riso. Tra il riso e il pianto il confine è tracciato da un modo d’intendere il tempo. Il pianto è il tentativo caricaturale, portato all’eccesso, di sottrarsi alla menzogna, una estrema parodia della menzogna; altrettanto il riso (Freud docet) irrompe per un equivoco ormai ineliminabile. Ma allorché si dissolve il tempo lineare, il pianto e il riso finiscono per equivalere l’uno all’altro. Notavamo come il bambino, se gli avviene d’inciampare e cadere per terra, sia colto da un attimo di perplessità e rivolga il suo sguardo interrogativo verso il volto della madre prima di scoppiare a piangere o di sciogliersi e ridere. Potremmo dire che il bambino decide optando se piangere o ridere in base alla vicenda della domanda che rivolge all’Altro e alla risposta che pensa dall’Altro di ricevere. Nessuna sofferenza e nessun godimento che non passino attraverso l’Altro, che non siano filtrati dall’Altro. Persino un male ai denti è mediato dall’Altro. Nella catacresi avviene perciò che si rida e si pianga simultaneamente o in successione immediata.
E l’amore di transfert? Con Freud, amore autentico; cioè amore finto. Rieccoci nuovamente all’ossimoro e abbiamo già notato che l’ossimoro è il modo in cui si scioglie nell’inconscio la contraddizione. Non più alto o basso, prima o dopo, dentro o fuori, ma l’uno non senza l’altro. Il sembiante, imprendibile, è proprio questo; un finto amore autentico oppure un autentico amore finto. Il vero non è più soltanto vero e il finto non è più soltanto finto. Ecco delinearsi la nostra teoria dell’abbandono. L’abbandono che è un abbandono alla parola, senza alcun punto d’ormeggio nell’ideale della terraferma o nell’universale, materno e in apparenza rassicurante, del vero o del falso. Ecco l’istanza della storia d’amore in primo piano con le sue alterne vicende, ecco in analisi instaurata la condizione dell’innamoramento, giacché a questo serve soprattutto un’analisi: a poter innamorarsi, a sostituire all’amore, anche a quello cosiddetto altruistico, l’innamoramento.


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