La sessualità in assenza di canone o fondamento che non sia nella memoria

Seminario del 16.6.09

 

 

Avrebbe un senso il resoconto di un caso clinico, come viene chiamato, cioè la raccolta di eventi, di notizie, la biografia di qualcuno, se la nostra intenzione non fosse quella imprescindibile di volgere tutto questo materiale alla costruzione di un racconto?

E’ ora che ci consideriamo abbastanza esperti (della vita naturalmente, esperti della parola) per staccarci dal luogo comune imperante (più che mai nella scuola cosiddetta lacaniana) che considera importante e prioritario il resoconto – cioè la raccolta e la discussione sui fatti – rispetto al racconto, come se quest’ultimo costituisse soltanto un segno della rinuncia, l’evidenza del nostro limite a trattare oggettivamente, realisticamente i fatti cosiddetti, i quali certamente si sa sono quelli che contano davvero! La cartella clinica, la raccolta dei dati, l’anamnesi e poi la diagnosi!

Fra parlanti non vi è approccio possibile, non vi è incontro, non vi è alcun evento, che non passi attraverso il racconto. E quale presunzione ideologica ed epistemologica dovrebbe mai convincerci che l’analisi potrebbe essere l’eccezione ideale a questo dato generale d’esperienza?

Il resoconto è già una storia del caso, ma una storia che deve ancora librarsi nel cielo del racconto. Il resoconto è invero una storia impregnata e appesantita dai concetti, dalle definizioni, soprattutto dalle fantasie materne. Fantasie che non finiscono d’intersecarsi fra colui che racconta e colui che ascolta, che inestricabilmente si mescolano inoltre con le fantasie, sanzionatorie, di chi deterrebbe il sapere clinico ideale, del maestro, del manuale o del delfino. Il vero oggetto clinico in realtà non è che il resoconto, se è pur vero, come andiamo annotando da tempo, che il discorso isterico è precisamente quel discorso che invece che continuare a lavorare il fantasma (la sola cosa che gli umani possano pretendere di fare, la loro unica sorgente di vita), lo interrompe, lo mutila congelandolo in nome dell’ideale. Il discorso psichiatrico, come quello psicoanalitico corrente, non è che il contrappunto di questo discorso isterico. Anzi, è la sua sistemazione nella bara del concetto.

 

Se sono qui, se posso affermare questo, dove mi trovo realmente? Dov’è la realtà cosiddetta concreta, l’hic et nunc a cui appigliarmi? Dov’è il fondamento? Forse che una tale constatazione dell’hic et nunc mi può situare nella relazione adeguata e vitale con il mio simile e con le cose intorno? Al contrario, questa constatazione dell’hic et nunc mi posiziona soltanto nella rappresentazione del mio simile e anche delle cose. Dove situare la realtà concreta a cui appigliarmi se non nel racconto? Nessun fondamento fuori della parola e del racconto, nessuna realtà istantanea del tempo, nessuna sincronia possibile che non sia presto vanificata. Il fondamento non è che una rappresentazione dell’ostacolo nella parola. Una fotografia, per esempio,  parrebbe cogliere perfettamente l’istante presente, ma non può sfuggire alle ambiguità, alle avversità e alle fortune del tempo della memoria in cui da sempre è coinvolta. Una fotografia in qualche modo trascorre e si esaurisce inesorabilmente e totalmente nel pleonasmo del racconto. Se davvero potesse mai ridursi al presente, un’istantanea risulterebbe affatto vuota, del tutto impercettibile. Sarebbe nella condizione conforme a quella dello schizofrenico che, osservando il proprio volto allo specchio, non percepisce nulla.

 

Mi trovo “ora” con i piedi sul pavimento e posso immaginare con discreto margine di sicurezza che anche gli altri “ora” se ne stiano ciascuno al proprio posto con i piedi sul pavimento, i presenti e assenti compresi. Nessuno però è al posto proprio se non nel racconto. Nessuno vive nel tempo presente o meglio ognuno appare tale soltanto nella rappresentazione, appunto nella riduzione al presente. Cioè nella conversione al tempo bloccato dell’immagine, fissato dal concetto. Rappresentare appunto vuol dire convertire il racconto al presente e soprattutto vuol dire che il racconto in cui siamo immersi è ora tarpato dalle sue proprietà pragmatiche e ricondotto alla ragione osservante e calcolante che non consente il miracolo e l’incontro. Il tempo dell’appuntamento è ovunque (non c’è alcuna determinazione di spazio che lo possa accogliere in qualche “prima”), non è calcolabile, ma è il tempo rilasciato dal racconto. Questo è il tempo infinito della parola. Nessuno può dire di vivere nel tempo presente e quando crede di poterlo affermare è già ridotto a un inerte manichino.

Ciascuno fra noi si libra prima di tutto nella parola. Impossibile vivere, comunicare, incontrare, impossibile copulare senza l’Altro, l’infinito della parola. L’Altro è la condizione dell’incontro. E l’Altro si manifesta per via dell’ostacolo che è dunque indispensabile. E’ questo l’oggetto della parola, il sembiante.

In effetti, anche coloro che definisco i miei simili, come le cose, non sono già lì, ma debuttano, incominciano ciascuna volta. Le cose procedono dal corpo e si volgono alla scena; corpo e scena non stanno da qualche parte, bensì dimorano soltanto nella memoria. Se le cose, compreso il pavimento, procedono dal corpo, allora anche il mio corpo non poggia sul pavimento se non nel dominio ridotto della rappresentazione. Non è per nulla un’espressione di concretezza o realismo affermare che il mio corpo se ne sta sul pavimento di questa stanza o che ciascuno di voi sia accomodato sulla propria sedia davanti a me.

 

Occorre piuttosto affermare che la dissoluzione di questo limite fissato dal concetto (dalla rappresentazione) fra il corpo e la scena, è proprio la condizione indispensabile affinché l’oggetto si presenti. Ed ecco perché lo definiamo anche ostacolo. L’oggetto è tale, ostacolo, soltanto perché volentieri indugiamo nel mondo della rappresentazione. Ma l’oggetto nell’Altro, il sembiante, è oltre la scena fissata del pavimento sul quale vedo che sono poggiati i miei e i vostri piedi. Le cose se ne stanno nelle parole e quando ci sembrano fuori di esse è perché stiamo pretendendo di ricondurle al concetto. Il concetto è precisamente ciò che mi stacca e mi separa dalle cose. Allora le cose diventano sub-stantia, diventano ciò che sta sotto, come il pavimento.

Allora gli eventi diventano fatti e i fatti sono dunque le cose nella rappresentazione che ne abbiamo voluto creare.

 

Non vi è alcun modo di aggirare l’ostacolo nella parola, nessun modo di trasformarlo in fondamento. Se il fondamento è il sembiante rappresentato, l’oggetto della parola rappresentato, per ritrovarlo come causa e come ostacolo provvidenziale possiamo avvalerci soltanto della poesia. La poesia, quella autentica che cambia il mondo, è infatti il modo il cui le cose si ribellano al concetto e si riappropriano della parola. Allora il mondo si rinnova e comincia a danzare. Come giocare se non con le parole?

Arrischiamoci dunque a concludere queste brevi riflessioni sul fondamento osservando che possiamo – se proprio non ci vogliamo togliere questo vizio – definire la memoria come il fondamento della memoria. L’ostacolo assoluto, il sembiante e la memoria. Nessun fondamento che non affiori dalla memoria. Il solo fondamento unico è la memoria che non consente alcuno stabile fondamento. Questa per noi è indicazione programmatica di vita. Nessuna realtà, nessun fondamento che non proceda dalla memoria.

Abbiamo allora posto il racconto a fondamento della nostra vita, il racconto, vale a dire la vita intellettuale. Rinunciare alla vita intellettuale significa rinuncia al fare, all’agire efficace, alla sessualità.

L’efficacia del raccontare si converte pienamente nell’efficacia dell’agire.

 

Come, dunque, affidare le cose alle parole, alla poesia e al racconto? Questa è la domanda clinica davvero irrinunciabile che valga la pena di porsi.

Direi che l’invito alla scrittura si giustifica per il fatto che l’atto di scrittura richiede il primo passo che consiste nel porre qualcosa di gratuito, che richiede cioè il pleonasmo. Nella scrittura intoglibile il pleonasmo e persino l’anacoluto. Dalla scrittura è intoglibile il pleonasmo, qualcosa di eccessivo e ridondante che si offre come tale quando manca il fondamento, che si offre al posto del fondamento. Al posto del fondamento il pleonasmo. E il pleonasmo, non il fondamento, è lo strumento pragmatico per eccellenza. Mentre il fondamento è il residuo del fantasma materno ed è dunque impedimento all’agire.

Il pleonasmo, che si presenta come metafora, metonimia e catacresi, accompagna l’oggetto nella parola, l’ostacolo assoluto, il sembiante. Che esso sia il fondamento nella parola indica a sufficienza che non può essere dato, che non è assicurato, ma sempre provvisorio. La provvisorietà come risorsa agli umani.

Il pleonasmo. Quel qualcosa di eccessivo che si offre come tale proprio quando manca il fondamento. E’ l’ebbrezza della parola che ora si confronta col sembiante. E’ l’improvviso candore dovuto all’assenza di parola spazializzata, al dissolvimento della sostanza. E’ quel muro candido, per così dire, che può provocare sensazione di vertigine, per il profilarsi dell’oggetto nella parola. Ogni atto allora è assoluta novità. L’incombere dell’oggetto nella parola.

Il fondamento è un sottoprodotto del fantasma materno e costituisce l’impedimento all’agire. Che il fondamento sia in balia della parola sta a indicare che esso non è mai dato, che non è assicurato ma provvisorio. Per questo non possiamo neppure asserire che sia nel linguaggio il fondamento della realtà; il linguaggio stesso è piuttosto un fondamento senza fondamento. Anche il linguaggio non è più nulla senza l’atto di parola che lo fonda.

 

Nemmeno rispetto alla sessualità, alcun fondamento possibile. La sessualità è confrontata inevitabilmente con l’impotenza del fantasma di origine, del fantasma materno. Il fantasma materno, ma anche qualsiasi fantasma, rinviene la sessualità come rappresentazione ed erotismo; allora a fondamento è situato il ricordo e gli esseri umani si dibattono nell’illusione che il ricordo sia la causa, l’origine del fatto, che le cose possano funzionare oppure non funzionare, in attinenza particolare alla sessualità.

Ma le cose non funzionano, esse debuttano alla memoria e sono bloccate dal ricordo nella rappresentazione.

Non c’è alcun inghippo originario, ma il pleonasmo e l’anacoluto della parola. Ecco. Nessuna donna che possa dirsi lesbica, nessun uomo gay, quando essi siano coinvolti nell’atto sessuale. Nessun fondamento all’omosessualità se non nel fantasma o nella rappresentazione.

Cosa avviene al fantasma quando è fissato nella rappresentazione? Il controllo o l’illusione del controllo sul tempo. Nella rappresentazione soltanto allora il tempo può scorrere al contrario, come avviene per un film che sia fatto riavvolgere. Possiamo dire che la sessualità controllata nella rappresentazione è proprio come un film che può riavvolgersi su se stesso.

Se vogliamo giungere all’osso possiamo trarne interessanti conclusioni. Tra le altre quella per cui gli esseri umani si accontentano di un fondamento quando rinunciano alla sessualità. Un fondamento implica immediatamente la rinuncia alla sessualità che interviene nella temporalità dell’Altro. La sessualità è in fondo prerogativa di un fantasma libero, cioè di un fantasma il cui oggetto di riferimento sia il sembiante, l’oggetto inafferrabile della parola. Non un oggetto rappresentato come lo sono quegli oggetti che Freud definisce parziali.

Gli esseri umani abitualmente si comportano nei confronti della sessualità come chi voglia azionare un film all’indietro, immaginando così di poterla ritrovare nella sua integrità originaria, di preservare la sessualità, ricorrendo al fantasma di origine. Ma il fantasma di origine, a sua volta, non è che il fantasma nella rappresentazione, non è ancora altro che il fantasma materno. Il sintomo allora è la risposta che non tarda a farsi sentire, ineludibile. Nel sintomo vacilla proprio il confine fra il corpo e la scena fissato dalla ragione calcolante.

 

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