Le cose crescono in nome di Dio

Seminario del 16.7.2009

 

Il sintomo non è segno di malattia, perché non esiste alcuna malattia mentale. La nostra esperienza ci ha condotto piuttosto a specificare come il sintomo risulti una risposta inestinguibile della parola quando l’Altro è trascurato. Interviene lungo il cammino dell’esperienza di parola e non risulta indizio di alcuna malattia.

Un nuovo approccio possibile alla questione del sintomo? Non avere un nome affidabile. Ecco che si affaccia il sintomo. Credere di non avere un nome pur essendo un dato d’esperienza che il nome non può che essere anonimo. Nessun nome del nome. Anche il proprio nome risulta soltanto una finzione a meno che non possa aprire al racconto, a quella saga dalla quale ciascuno proviene, al mito. Se questo non accade, se un nome non risulta affidabile, ovvero se è toccato dalla credenza nel nome del nome, se non è anonimo, allora per il parlante nessuna garanzia che possa giungere dall’Altro. L’Altro imperativamente si concretizza sul corpo che diviene non padroneggiabile, il corpo si ribella. Questo il sintomo: l’Altro che invade il corpo. Angoscia, terrore, tremore, conversione somatica, appunto.

La varietà dei sintomi rende conto della differente modalità con cui funziona il nome per il parlante. Se questo nome risulta una finzione, nome del nome, allora anche le cose non funzionano più, non tengono né si accrescono. Il sintomo, dunque, è un po’ il resoconto del modo in cui le cose sono abbandonate dal parlante, esso ci avverte di una sottrazione in atto. Se le cose crescono il sintomo non ha più ragion d’essere a cui opporsi.

L’essere o l’essenza, l’ontologia del mondo, il fondamento, sono concetti che presuppongono il rapporto stabilito con una cosa in perdita, un rapporto non padroneggiabile dal parlante cui il nome fittizio ha prestato sostegno. Un finto nome, un nome del nome, è costretto a sostenere la propria legittima ragione d’essere ricorrendo all’ontologia e alla sostanza. A un nome senza equivoco rispondono la sostanza e il godimento correlato del sintomo. Il sintomo esprime il conato con cui il parlante cerca di scrollarsi di dosso il peso della sostanza e dell’ontologia per trovare respiro nell’equivoco, nella parola libera, nell’ossimoro della parola. Il corpo diviene pesante, le cose del mondo ingombranti quando a funzionare è il nome del nome. Il mondo diviene contaminato e imperfetto. L’universo non può che mostrarsi sostenuto dalla gnosi.

 

Una costruzione fittizia al posto della solitudine. La solitudine che procede dalla consapevolezza che il nome è anonimo, che non esiste alcun nome del nome. Analogamente, il sostegno al corpo procede dalla consapevolezza dell’anonimato del nome, dalla consapevolezza, dalla sensazione della solitudine. Anche il nulla, un effetto dell’anonimato del nome.

Un nome nascosto, non accentuato, non prosodico, è all’origine dell’armonia del parlante, dell’apertura con il suo mondo. Un nome nascosto, un nome nella rimozione (il nome per definizione rinvia a un significante rimosso, vale a dire a un significante che funziona avviando la serie dei significanti i quali differiscono ciascuno da se stesso), un nome nascosto è l’apertura. Aperto e nascosto il nome, un nome nell’Altro. Ossimoro della parola.

Un nome, una garanzia. Ma il nome, in sé, non risulta elemento fondamentale, non delimita alcuna porzione di materia, non denota una cosa. Le cose invece tendono ad immobilizzarsi quando il nome è accentuato, finto, prosodico, fissato. Non tengono più, il corpo e anche le cose, quando si smaschera la finzione del nome. Irruzione del sintomo.

Invece le cose accrescono per la funzione di un nome. Autorevole il nome lo è perché consente alla cose di accrescere. E l’accrescimento delle cose non è algebrico, non contabile, ma qualitativo, ovvero esige il nome nell’Altro. Le cose volgono alla qualità per la funzione di un nome; questo l’accrescimento.

Noi diciamo: Dio. Un nome che non sia fittizio, che non sia in alcun modo rappresentabile. Dio sarebbe precisamente il nome nella sua funzione di accrescimento, ovvero nella sua funzione di nome.

Il corpo non tiene per l’accentuazione di un nome. Cioè, per un nome che non funziona più come tale. Ma nel caso del sintomo, è forse mancato un nome fin dall’inizio? Il sintomo insorge in presenza dell’interlocutore, ma l’interlocutore è fantasticato sempre nell’ordine algebrico. Il parlante adotta delle strategie per salvaguardare il nome.

L’irruzione del sintomo la consideriamo un’opportunità. Anche il sintomo più invalidante testimonia dell’Altro, indistruttibile. L’Altro ci soccorre con il nome, ma non può farlo se questo posto del nome è già occupato, se il punto vuoto è rappresentato da un altro nome che impedisce al nome dell’Altro di funzionare.

 

Possiamo avvertire come godimento l’irruzione del sintomo. Un godimento che, prima di manifestarsi con il sintomo, era inavvertito, non procurava alcuna noia al soggetto. Ma, appunto, si trattava di un soggetto, vale a dire di qualcuno che si sosteneva su un finto nome. Il sintomo è il redde rationem di questo godimento talvolta impercettibile.

Il corpo è il supporto, il deposito di questo godimento inavvertito, che nel sintomo si manifesta in modo turbolento. Questo godimento è effetto della rappresentazione erotica del sembiante. Il sintomo è sempre in relazione con l’Altro (infatti non dipende dal parlante e il parlante non è in grado di contenerlo), è qui la sua risorsa. Finché c’è sintomo, un nome non può tenere nella finzione con cui può presumere di mantenersi nome. Finché c’è sintomo il nome ha qualche possibilità di mantenersi nella sua autenticità di nome.

Quella che chiamiamo prova di realtà in fondo non è che il sintomo nell’atto del suo manifestarsi. Non c’è alcuna realtà a meritare questo nome di “realtà”, che non debba risultare l’occasione per un altro fare, un altro dire, un altro pensare.

E’ quella che in analisi abbiamo chiamato isterizzazione, ossia il tempo in cui il sintomo fa la sua comparsa imperversando sul corpo, tremore, paralisi o conversione somatica. Il sintomo è tale perché i parlanti sono o hanno un corpo ed entrambi i modi per descrivere la relazione che il parlante intrattiene con il proprio corpo, sono descrizioni forzate. Il sintomo concerne il corpo in azione e a ben pensarci non esiste che un corpo in azione. La ragione del sintomo non può pertanto che rinviare al corpo nella relazione con la parola. Non ci resta che indagare i modi della relazione del parlante con la parola.

 

Parola: cosa, nome, significante, Altro, godimento.

Forse il sintomo avverte, scrivendosi sul corpo, che non è possibile trattare il corpo come una cosa, ovvero una cosa come qualcosa che abbia un fondamento al di là della parola stessa. Un corpo che non è in armonia con la parola nella quale dimora, non può intrattenere un buon rapporto con le cose. Cioè, le cose non possono che starsene escluse dall’Altro in cui dimorano a loro volta. Le cose, allora, diventano feticci e si degradano. L’etica, che si rivela necessaria per conservare un corpo e rispettivamente le cose, nella parola, riguarda la possibilità di garantire a un nome la sua funzione che è quella dell’apertura e del rinvio ad altri significanti. L’etica riguarda pertanto la frase. E il sintomo è proprio il reclamo che insorge per l’assenza di un’etica della parola.

Il sintomo non riguarda soltanto un soggetto, un soggetto che ne sarebbe affetto. E’ il sintomo, per così dire, di un mondo di cose intorno che non stanno funzionando o che funzionano malamente in relazione a un nome fittizio. Il sintomo è oltre il soggetto il quale ultimo è piuttosto il segno vivente di questa degradazione della parola. Un corpo afflitto da un sintomo è un corpo che ha perduto la relazione originaria con le cose e che proprio tramite il sintomo cerca di riconquistare. Occorre che si accorga di non essere un oggetto, questo corpo, di fronte a un soggetto che potrebbe o meno padroneggiarlo.

 

Il godimento sintomatico interviene dunque per l’accentuazione di un nome, nella morale, ossia nell’etica rappresentata. Qui domina l’universale e il vincolo assoluto. Anziché la frase e l’etica, il nome del nome.

Potremmo azzardare un passaggio di questo tipo fra l’antico testamento e il nuovo, anche fra ebraismo e cristianesimo, osservando come la morale si trasformi nell’etica con l’introduzione del significante accanto al nome. Il padre, nome, accanto al significante, figlio, il quale interviene ora nelle vicende umane in nome del padre celeste. E’ da notare, per quanto a noi interessa, come l’intervento del significante, del figlio, accanto al padre, introduca la tripartizione del segno e dissolva all’origine ogni dualismo precostituito. Padre, figlio e spirito santo; nome, significante e Altro. La tripartizione vale a dissolvere qualsiasi sostanzialismo e a valorizzare la dimensione pragmatica nelle vicende umane. Vale a problematizzare, introducendovi la dimensione intellettuale, il sintomo o la sofferenza umana. Quindi vale a superare la concezione banalmente medicale del sintomo, senza peraltro offrirle una soluzione che sia definitiva, stabile e convincente. Analisi, nessuna soluzione.

 

Come opera il sembiante? Interviene trasformando la prosodia del nome, l’accento posto sul nome che lo rendeva nome del nome, per avviare il ritmo della parola nella pragmatica. Dalla prosodia al ritmo, alla musica della parola. O dal sintomo allo stile. Per questo occorre intervenire sul nome, lasciandovi affiorare un altro nome che lo rimpiazzi, il nome anonimo, un nome nell’Altro, quello che sappia schiudere l’equivoco della parola e così protrarre il racconto orientandolo verso l’infinito. Anche la ragione del nostro teorizzare non riposa che sul tentativo incessante di avviare questa operazione: non il nome del nome, l’elemento sostanziale o fondamentale da rintracciare e definire, ma l’apertura costituita dall’equivoco del nome, che lo restituisca all’anonimato per il rilancio della frase. Ed è per questo che la teoria e la scrittura sfociano necessariamente nel ritmo, nella poesia, nel racconto.

 

In tal senso, il sintomo va considerato piuttosto come riserva del racconto che potrà scaturire proprio per l’inquietudine che esso produce. Possiamo considerare l’inquietudine e l’ansia come impulsi di sommovimento del nome, come primo tentativo volto alla smobilitazione e alla sua destituzione da nome del nome a nome anonimo.

Importa l’esautorazione del nome. Il simbolico ha dunque le sue segrete richieste che l’analisi dovrebbe apprendere a far rispettare? Non è possibile rispondere in modo esaustivo a questa domanda. Il rispetto o la mancanza di rispetto, la grazia o la vendetta non sono pertinenze dell’Altro in quanto tale, ma soltanto del nome che può intervenire in soccorso del parlante, ovvero del nome che erigendosi talora a nome del nome può schiacciare l’Altro nella cappa di un godimento inesorabile e di una chiusura mortale.

 

Notavamo intorno al sintomo: “l’Altro imperativamente si concretizza sul corpo che diviene non padroneggiabile, il corpo si ribella. Questo il sintomo: l’Altro che invade il corpo. Angoscia, terrore, tremore, conversione somatica, appunto”. Ma il corpo stesso non dimora nell’Altro? Come descrivere questo doppio movimento per cui un corpo che dimora nella parola, dalla parola stessa può essere aggredito e invaso in modo talvolta così spietato? Cosa ne resta di questo corpo in balia della parola? Potremmo anche cominciare a rispondere che non ne dovrebbe restare proprio nulla, che anzi questa è la condizione di un corpo che non soggiace ad alcun imperversare del godimento. Un corpo si fa notare anzitutto quando è immerso nel godimento a scapito della parola. Altrimenti il corpo è proprio questo nulla cui dovrebbe ridursi un corpo che agisce, non un corpo sostanza, non un corpo rappresentato. In altre parole, il corpo non dovrebbe esistere sempre e soltanto in questa fenditura del tempo della parola, nell’intervallo dal quale trae, per così dire, il proprio ristoro e la vita, nella dimensione della sembianza e dal sembiante animato? Il corpo senza sintomo, non esiste da qualche parte e appena manifesta la sua esistenza è proprio perché soggiace ormai inesorabilmente alla dittatura di un nome.

 

Abbiamo dunque un corpo che vive, anche senza percepirlo minimamente, nella finzione corrispondente alla dittatura di un nome, ossia del nome del nome e che, quasi per una sorta di rendiconto inesorabile, si scopre alterato da un sintomo, in occasione della prova cosiddetta di realtà. Questa la dinamica che parrebbe sottesa a ciascun sintomo. Con l’aggiunta, nondimeno, di una relazione fra il corpo e le cose, una relazione originaria che non può essere trascurata perché la sua alterazione è l’unica percepibile in qualche modo dal parlante che può essere in grado di rivelare la presenza di una condizione sintomatica. L’esistenza del sintomo si manifesta soltanto nel momento in cui il confronto con l’Altro è inevitabile. Si manifesta, cioè, soltanto in relazione al corpo, mentre la perdita o l’eccesso delle cose è un’evidenza più concreta e durevole per il parlante. D’altra parte abbiamo già notato come le cose procedano dal corpo verso la scena e dovremmo soltanto determinare con maggior precisione questa loro provenienza.

 

Un corpo svanisce, qualcuno sviene. Irruzione della materia. Le parole che mancano all’appello. Il sintomo. I nomi che non soccorrono più sono ancora indizio del sovrastare di un nome del nome? Se questo nome del nome viene a mancare e non è rimpiazzato dal nome anonimo, ecco il sintomo fino allo svenimento, allo svanimento. Il rimpiazzo da parte del nome anonimo in quale modo, infine, è assicurato? E’ la questione della memoria.

 

Nell’isteria, in particolare, parrebbe questa la situazione: un nome del nome di cui si avverte la fatuità, l’inutilità o anche la rischiosità, e allora subito la fuga, ecco il passaggio all’azione di fronte all’impossibilità di reperire il nome anonimo che lo rimpiazzi. Alla ricerca del nome, di nome in nome, ciascun nome rischiando di assurgere immediatamente a nome del nome. L’isteria si trova a un passo dal delirio e promuove le conseguenti strategie per cercare di evitarlo. In effetti, il rischio che si corre di avviare una frase sostenuta da un nome del nome caratterizza l’insorgere del delirio. Una frase sostenuta dal nome del nome è una frase assoluta, è una frase che si traduce in imperativo. E può non necessitare di alcun rinvio ad altre frasi perché essa basta a se stessa. Ecco il motivo per cui menzognera è qualsiasi frase poiché la menzogna della frase è pertinente al fatto di dipendere da un nome anonimo (da un significante nella rimozione) che, nondimeno, con l’interruzione della frase, necessariamente tende ad erigersi a nome del nome. Ovvero, soltanto la persistenza di un significante nella rimozione (di un significante che non escluda l’Altro) consente al discorso di proseguire.

 

Il sintomo è strettamente un’espressione che coinvolge il corpo, anche nella nevrosi ossessiva se vogliamo considerare che l’ossessione e il rituale obbediscono strategicamente al compito di controllare l’insorgere del sintomo direttamente sul corpo (l’ossessione non è che un dialetto dell’isteria). Il sintomo concerne strettamente il corpo nel senso che lo fa apparire in quanto luogo dell’eccesso, per l’eccedenza dello specchio, dello sguardo e della voce. Questa eccedenza, che si riflette in ciò che altrove abbiamo chiamato pleonasmo, è proprio la riserva da cui trae alimento la nostra teoria.

L’eccedenza dello specchio, dello sguardo e della voce sono le protesi della nostra vita, del nostro agire nel mondo.

 

E’ la rappresentazione erotica del sembiante che il sintomo denuncia. Degno sostituto della follia del sembiante, il sintomo, quasi a voler manifestare in altro modo questa assenza. Come se il sembiante incessantemente volesse e potesse continuare a brillare anche quando è assente. Per questo il sintomo è insopportabile. Nel sintomo si avverte in modo assolutamente improcrastinabile l’esigenza di non procedere oltre con la finzione, con il rituale.

 

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