Il sintomo e la sessualità
Seminario del 30.7.2009
E’ d’uopo ricordare con Freud che il sintomo è per sua natura sessuale. Una caratteristica che merita di essere indagata.
In qual modo il sintomo partecipa della sessualità? Freud scopre l’origine dei sintomi dell’isteria facendoli risalire alle fantasie sessuali dell’infanzia. Dunque, un nesso imprescindibile parrebbe collegare il sintomo in senso ampio con il discorso isterico. Più oltre, si potrebbe avanzare che la proprietà essenziale e la pertinenza del discorso isterico sia proprio quella di provocare la reazione sintomatica. Siamo condotti a ipotizzare proprio questo. Se consideriamo il discorso isterico come la conseguenza derivata dall’instaurarsi del nome del nome, e se questa – come abbiamo notato la scorsa volta – è precisamente la condizione elettiva che presiede al manifestarsi del sintomo.
Nella nevrosi ossessiva, dialetto dell’isteria e perciò modalità di aggiustamento strategico e di neutralizzazione particolare del discorso isterico, la sessualità è completamente assorbita nella rappresentazione e dunque nell’erotismo. In questo caso il sintomo corrispondente si presenta come inibizione o sotto forma di rituali e ossessioni che possiamo allora considerare quali tentativi di difesa ed evitamento proprio contro il rischio di una ricaduta nella posizione isterica. Particolarmente la sessualità, quando è presente come nell’isteria, è la condizione per cui essa si presenta più direttamente come possibile relazione con l’Altro. Sessualità e sintomo sono infatti indissociabili e appaiono indistinguibili particolarmente nel discorso isterico dove protagonista è il corpo con la panoplia delle sue manifestazioni sintomatiche. Il sintomo e la sessualità si presentano come i due risvolti dell’essere parlante per cui il primo appare strettamente correlato all’esistenza della seconda. La condizione isterica del discorso, con i suoi sintomi direttamente implicanti il somatico, si evidenzia come il tentativo di ritrovare la sessualità nella parola originaria.
Il sintomo si presenta allora un po’ come il termometro della condizione sessuale del parlante. Offrendosi come tensione verso la parola originaria, si potrebbe dire che il sintomo funziona un po’ come il pilota automatico quando, con qualche segnale, avverte di una deviazione dalla giusta rotta. La differenza rispetto a un qualsiasi meccanismo automatico consiste tuttavia nel fatto che non è alcun pilota a guidare nel viaggio della vita che non sia ancora l’Altro. Ne consegue che il sintomo non può essere in alcun modo disattivato come un pilota automatico, anzi, che l’Io stesso risulta un grave impaccio nel percorso del parlante. In conclusione, questo vuol dire che l’Io risulta il sintomo per eccellenza.
Se il sintomo è in rapporto immediato con l’Altro allora l’Io, che – come Freud annota con perspicacia – si sorregge basandosi sulla percezione, ossia sulla distinzione (provvisoria e per nulla originaria) fra un interno e un esterno, fra il corpo e la scena, ovvero si forma e si costituisce nella sua essenza per la cristallizzazione della funzione sguardo, l’Io risulta del tutto inadeguato a controllare il sintomo poiché quest’ultimo denuncia proprio al parlante che una tale distinzione non è per nulla originaria. Il sintomo deborda e invade l’esterno e l’Io non è più in grado di controllarlo con la sola ragione, con la ragione che non si confronti con l’Altro.
C’è un altro punto di prospettiva possibile da cui prendere le mosse per chiarire il modo in cui il sintomo esprime la tensione verso la sessualità. Sempre da Freud che in Al di là del principio del piacere proponeva il dualismo fra le pulsioni sessuali e le pulsioni dell’Io. Nell’essere umano ci sarebbero le due pulsioni fondamentali che sfoceranno poi nella sua teoria della pulsione di morte, e nel dualismo di eros e thanatos.
Quando l’oggetto è imbrigliato nella frase (controllata dall’Io) allora la sessualità si presenta come rappresentazione nella forma dell’erotismo, mentre quando è sotto l’egida di un nome (confrontata con un tu) allora si presenta disturbata, sintomatica. Possiamo situare la fase che abbiamo chiamato isterizzazione precisamente lungo questo spostamento dalla prima alla seconda condizione di espressione della sessualità. L’isterizzazione risulta conseguentemente un altro modo per dire: manifestazione del sintomo.
Quando il sintomo si manifesta il corpo si presenta greve di godimento e diventa incontrollabile da parte dell’Io. In qualche modo possiamo supporre che il sintomo fosse presente anche prima, ma non rilasciava che qualche indizio marginale della sua presenza, nell’ansia per esempio o in quella che Freud segnala come attesa angosciosa (in Inibizione, sintomo e angoscia, 1925). La sua presenza si tradiva soltanto con una modalità di percezione del tempo, ossia per la presenza di un tempo rappresentato. Soltanto in relazione al tu il godimento e il sintomo correlato si manifestano palesemente. Mentre il godimento si accumula quasi inavvertito (per la funzione di controllo esercitata dall’Io) in dipendenza da una rappresentazione del tempo, in dipendenza dal tempo lineare.
La fissità del nome, che si ripercuote sul corpo rendendolo ingovernabile, ci rinvia alla considerazione della stretta correlazione e dipendenza del corpo da parte del simbolico, ma di quale simbolico stiamo parlando? Il corpo dipende non genericamente dal simbolico, ma dal nome, dal significante e dall’Altro, ovvero dalle modalità con le quali si presenta al parlante l’oggetto assoluto, l’ostacolo, il sembiante. Questa è la relazione originaria e non è derivata dall’Uno. Il corpo si presenta sempre come un corpo in relazione, che sia sotto il dominio dello specchio, dello sguardo o della voce.
Quella del sembiante è un’esperienza che si scrive, più originaria che non quella della ragione calcolante con la quale si avrebbe la pretesa di comprendere ogni cosa e ogni cosa di dominare; il sintomo, il corpo, il godimento. Di qui la speranza e la disperazione, l’esperienza dell’ineluttabile che il sintomo impone in maniera alle volte inesorabile, beffandosi della ragione strategica e calcolante che vorrebbe economizzarlo. Forse, un’esperienza che si è scritta, soltanto dalla scrittura stessa potrà essere rievocata e poi dissolta.
Diremo allora che l’essere parlante dispone di queste due strategie prima di far ricorso al racconto, all’Altro, o nell’impossibilità di farlo: l’impasse e il sintomo che sono entrambe condizioni esposte al rischio di giungere a un eccesso tale da sovrastare il parlante e di ostacolare proprio la soluzione (ovvero l’assenza di soluzione) che originariamente tendevano a cercare. L’impasse che denuncia come una frase non basti all’etica necessaria a sostenerlo nel suo cammino e il sintomo che denuncia che il nome non è quello creduto tale, ma non è che un nome del nome, ossia un nome identificato solamente a se stesso. Dall’impasse al sintomo è la tappa nel cammino dalla sostituzione della funzione di specchio a quella di sguardo. L’impasse, per quanti sforzi compia l’ossessivo con i suoi rituali per mantenerlo, è già governato da una segreta melodia per cui non basta a se stesso e urge verso l’Altro e, dunque, non potrà evitare d’incontrare il sintomo nel suo cammino. Il sintomo, a sua volta, per quanti sforzi compia l’isteria di controllarlo, obbedisce e si volge a una prosodia ancora ignota che preme di manifestarsi nell’Altro. E’ sempre l’esigenza dell’Altro, il racconto, la poesia, l’armonia che reclamano e si situano diversamente nel viaggio della vita di ciascuno. L’Altro è l’istanza che governa il parlante e che il parlante non può trascurare.
La scrittura come apertura all’Altro libera l’eccedenza del sintomo e lascia esprimere nella parola la sessualità che già nel sintomo traspariva, ma imprigionata. Ogni esperienza di dissolvimento del sintomo è in fondo esperienza di scrittura, ovvero esperienza di liberazione del corpo dalla materia della parola, nome o frase che sia. Nella scrittura si dissipa il godimento che rendeva il corpo non padroneggiabile. Lo spirito dalla materia rende la sua anima che si dissolve nel cielo della parola. Questa dissoluzione è l’apertura, cioè la rimozione e la resistenza della parola che stanno funzionando e non sono più bloccate. Per un nome fittizio una materia inerte imprigionata in una frase. Materia di una scrittura che non può ancora tracciarsi, che è senza traccia apparente.
Anche nell’isteria interviene il blocco della funzione di sguardo, un blocco piuttosto compatto, come se si trovasse perennemente sotto questa funzione senza che nulla intervenga a distrarla. Ma in tal caso il narcisismo, che abbiamo visto sussistere unicamente in relazione all’oggetto, non è drasticamente compromesso come potrebbe esserlo nel caso della nevrosi ossessiva. Nondimeno, se la funzione di sguardo è rigidamente bloccata la sessualità risulta comunque impossibile e anzi volge alla nausea per l’invadenza del narcisismo.
Per precisare la questione del discorso isterico occorre stabilire qualcosa intorno al narcisismo. Vi è il narcisismo in relazione al sembiante e il narcisismo isterico in relazione all’Altro. Potremmo forse dire che il narcisismo isterico è il corpo irrigidito sotto lo sguardo dell’Altro. Assistiamo nel discorso isterico a una sorta di coalescenza fra l’Altro e il sembiante. E’ per questo che la dipendenza dal sembiante nel caso dell’isteria risulta certamente meno accentuata di quanto non lo sia in generale, e nel discorso ossessivo in particolare. Ne risulta infine che l’isteria stessa è identificata al sembiante, che si fa sembiante e precisamente come il sembiante essa risulta intoccabile. Il corpo stesso allora si presenta come sintomo nell’isteria, cioè non è più segno di nulla, non rinvia ad altro che non a se stesso. Donde il carattere prevalentemente somatico del sintomo. Il corpo nella sua piena libertà di manifestare il proprio disagio senza ricorrere a nessun messaggio da rivolgere all’Altro, senza alcuna strategia o tattica di confronto con l’Altro che non sia dell’ordine di una decisione immediata.
Usare l’espressione: disturbi che coinvolgono il somatico, disturbi attinenti alla sfera fisica, può essere fuorviante poiché lascerebbe supporre l’esistenza di un cosiddetto corpo naturale e normale, un corpo senza sintomi come elemento di riferimento ideale cui confrontare l’anormalità del sintomo. Ma si tratta, appunto, di un riferimento all’ideale. Potremmo affermare che ogni volta che il corpo si manifesta, cioè ogni volta che esso si contrappone alla parola, dunque ogni volta che comincia a esistere in quanto corpo per il parlante, siamo già nella dimensione del sintomatico, ovvero siamo confrontati con un corpo la cui natura è precisamente quella di essere incontrollabile (dalla ragione), con un corpo che non esiste se non nella relazione di parola, con un corpo nella parola. Noi non avvertiamo il corpo in quanto corpo separato se siamo in armonia con l’Altro.


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