Come innamorarsi?
Seminario del 17/9/2009
Il titolo del seminario di quest’anno Discorso nevrotico e sessualità non ci dovrà trarre in inganno. Occorre intenderci sulla definizione di discorso nevrotico.
Con l’attributo di nevrotico qualifichiamo il discorso impiantato nel fantasma materno, che non riesce più a risollevarsi nel ritmo del tempo e nel racconto. Il discorso che decreta la versione unica del fatto. Il discorso in presenza di un soggetto o vincolato da un soggetto, potremmo anche aggiungere. Analogamente, vi è un certo modo di degradazione della sessualità, una fissità in relazione alla funzioni del sembiante, una sorta di appiattimento nella rappresentazione e nell’erotismo.
Questo fantasma materno, nel modo del suo apparire e del suo rigenerarsi, procede dal fantasma fondamentale ad ognuno, risulta l’unica sorgente del sintomo, ed è per contrastarlo che il sintomo stesso insorge. Peraltro, la nostra annotazione segue con precisione la traccia dell’invenzione freudiana: dal fantasma (causa) al sintomo (effetto). Nella nostra teoria, l’introduzione del sembiante impone perlomeno un’integrazione al testo freudiano, poiché il sintomo si rivela in qualche modo sovradeterminato, ovvero non risulta più immotivato, gratuito, isolato nella sua espressione soltanto negativa, bensì risulta come contraccolpo per l’imporsi dell’oggetto della parola, risulta come risposta dell’Altro. Sono le esigenze imperative del sembiante a giustificare l’esistenza del sintomo e persino le modalità con cui esso si rivolta contro il soggetto parlante. Il sintomo, in altre parole, è quasi una forma di protesta perché la relazione originaria con il sembiante e con le sue funzioni è in qualche modo compromessa dall’intrusione del fantasma materno. Il fantasma non risulta più, come lo era forse ancora un po’ meccanicamente nel testo freudiano, la causa originaria del sintomo; ora s’impone almeno una riflessione intorno alle vicissitudini in cui esso stesso può incorrere in relazione con l’unica causa originaria: il sembiante.
Ancora non possiamo fare a meno del soggetto, allora? Quale la differenza fra chiamarlo soggetto oppure ciascuno? La differenza consiste nel fatto che ciascuno come tale è individuato soltanto dal sembiante, e non è soggetto passivo o attivo dell’azione, cioè non dipende né controlla in alcun modo l’enunciato. Ciascuno non è singolare né plurale, non è individuo né massa. Ciascuno vale per ciascun fantasma, ciascuna idea, ciascuna enunciazione soltanto.
In questo senso, la fissità e l’universalità quali attributi del fantasma materno, confrontate con la mobilità e la singolarità del sembiante, sono qualcosa che occorre indagare in modo più approfondito. Implicano, infatti, una riflessione ben più ampia che coinvolga il tempo, l’Altro e, appunto, le funzioni del sembiante, e che non si riduca più soltanto al luogo comune di una realtà oggettiva, o anche di un reale che se ne starebbe immobile, immutabile, contrapposto a un soggetto concepito anch’esso aristotelicamente come un dato. Anche l’accreditata formulazione lacaniana riguardante l’esistenza di un soggetto inconscio, di un soggetto dell’Altro, non manca di avvoltolarsi nel medesimo paradosso, dato che precisamente, se l’Altro è in funzione, è proprio il sintomo a incaricarsi dell’opera di demolizione del soggetto. Di conseguenza, anche la vita effimera del soggetto risulta sintomatica, il soggetto non ha più alcuna ragione per sussistere che non diventi la ragione ideologica nella gabbia del fantasma materno.
Si tratta allora di precisare la differenza fra il fantasma fondamentale, o fantasma materno peculiare a ognuno, e qualsiasi fantasma. Il fantasma fondamentale, di cui ci si avvale per costruire il mondo, è suscettibile di presentarsi quale risposta emotiva incontrollabile da parte del soggetto (ma una risposta emotiva incontrollabile da parte del soggetto non è più un’emozione ma un affetto) sia quale modalità di relazione con la cosiddetta realtà esterna.
Allora il soggetto, quando esiste, esiste soltanto come un parassita del fantasma materno. Il percorso ideologico si delinea pertanto in questo modo: dal fantasma fondamentale alla sua degradazione nel fantasma materno. Con il fantasma materno ecco introdotta la paura della morte, la paura del tempo, la paura dell’Altro e, infine, ecco introdotto lo stesso soggetto affinché le patisca tutte queste cose, ovvero sia in grado di controllarle. Ma queste paure non sono che il rovescio del ripudio o della rinuncia al sembiante.
Ciascuno ha forgiato i suoi apparati conoscitivi, per usare questa espressione certamente rozza, estraendoli dallo stampo del fantasma fondamentale, ciascuno ha modellato il suo mondo avvalendosi del fantasma fondamentale. Occorre forse ricordare che Lacan reperiva quello che noi chiamiamo fantasma fondamentale riconducendolo geneticamente alla prima risposta del bambino confrontato con il desiderio dell’Altro. Ma ora per noi, altrettanto valida risulta paradossalmente l’annotazione quasi contraria, ossia che ognuno ha costruito il mondo e la realtà per conversione del fantasma a fantasma fondamentale. E il mondo che noi partecipiamo con gli altri, il mondo intorno al quale ci è consentito e ci pare possibile un accordo, il mondo che persistiamo nel considerare reale è purtroppo, o meglio per nostra fortuna, soltanto questo: ossia è il mondo di ognuno piuttosto che quello di ciascuno. E’ il mondo indebitamente rinchiuso nel fantasma fondamentale mentre già sta inclinando verso il fantasma materno.
Non si dà, in effetti, alcun principio possibile di distinzione all’origine, se principio di distinzione è soltanto il sembiante.
E’ soltanto per l’intervento del sembiante, o per la sua assenza, che è possibile distinguere un ciascuno da un ognuno, una singolarità da una molteplicità, una parte dal tutto. Occorre forse ribadirlo? La differenza originaria dimora nella parola. Ciascuno risulta singolare soltanto perché procede dalla parola o è in rapporto al sembiante. Ognuno risulta far parte di una molteplicità soltanto perché è il prodotto di un enunciato da cui il sembiante è escluso.
A ciascuno il suo fantasma, vale a dire a ciascuno la sua idea. Si tratta dell’aspetto operativo del fantasma. Proprio questo dipendere strettamente del fantasma dal sembiante lo fa giungere a coincidere con l’idea, con l’idea peculiare a ciascuno. A ciascuno il suo fantasma fondamentale, a ciascuno la sua idea, a ciascuno il suo modo di operare, a ciascuno, ancora, la sua logica. In questo modo finiamo dunque per tradurre la definizione lacaniana del fantasma come quella prima risposta al desiderio dell’Altro, che ora per noi è diventata mitica.
Questo fantasma (oltre che ricondursi all’idea) è suscettibile di diventare materno, ovvero è suscettibile di degradarsi a enunciato universale.
Per contro, osserveremo che il fantasma di ciascuno è il fantasma in presa diretta con il sembiante, il fantasma capace di esprimersi nel racconto e nel fare. Ecco da dove trae la sua risorsa l’innamoramento: si tratta certamente di un fantasma, ma calato nel fare, permeato dal racconto.
Analogamente, non possiamo limitarci a constatare che la sessualità tende a funzionare differentemente nel racconto piuttosto che nel discorso.
Nelle sequenze che scandiscono il percorso dell’innamoramento già possiamo leggere il manifestarsi anche solo per sprazzi, in modo intervallato, di questa degradazione della sessualità (che poi è quella dal ciascuno all’ognuno), il modo, cioè, in cui comincia. Una fissazione della sessualità che ha trascurato il sembiante e che, per assunzione soggettiva, avviene frequentemente sia innalzata alla dimensione del sublime o del tragico, comunque immobile e ideale, dell’Amore, e l’Amore (con la maiuscola) è già un amore per definizione impossibile, che non trova alcuna corrispondenza. Ribadiamo, un amore che anch’esso, come il fantasma, ha perduto il suo rapporto originario con la sembianza. E’ l’Amore che non trova più alcuna corrispondenza. E’ l’amore diventato l’Amore, l’amore ideale, vale a dire una rappresentazione dell’innamoramento ormai imprigionato nel fantasma materno, che trova il suo corrispettivo nella rappresentazione della sessualità.
Come aggiungere qualcosa intorno a questo movimento che descriviamo come la rappresentazione della sessualità e dell’oggetto? Qual è il principio dell’erotismo?
Nella conversazione d’amore, quando è sottratta alla dimensione pragmatica, dell’industria e del fare, è facile incorrere in questa impasse dell’amore che presenta già abbozzi di ideale. Arresto e rappresentazione dell’intervallo, sospensione in cui la coscienza si accorge e già si attarda stupita intorno al fascino dell’oggetto che si stava delineando in modo inavvertito nel fare del parlare. La coscienza si sofferma stupita al sentirsi innamorata dell’oggetto e questa pausa che è un attardarsi sull’oggetto e sulla percezione dell’oggetto è già il movimento in cui si scava la fossa dell’amore (ovvero s’innalza l’altare dell’Amore ideale). A ciò infatti si vorrebbe porre un rimedio con l’istanza dell’amore ideale, di un soggetto supportato pretestuosamente da un consenso collettivo.
In questa fase, ciò che accade realmente è una rappresentazione dell’intervallo, una rappresentazione dell’Altro che è intervallo e ritmo del tempo, e questo è il momento del sorgere dell’ideale. La forzatura operata nei confronti dell’oggetto inaugura in questo momento l’alternanza possibile fra una padronanza e rispettivamente un possibile assoggettamento dell’oggetto. Nel momento stesso in cui si osa dire, per esempio, ti amo, proprio questo accade: lo spossessamento dell’Altro da parte dell’ideale.
L’arresto nella rappresentazione della pausa, una pausa che si prolunga oltre il tempo scandito dall’Altro, e il rapporto risulta subito impossibile anche se la coscienza vorrebbe supplire con la forza a questo mancare dell’Altro. Con un atto di volontà impossibile. A ben vedere, l’innamoramento non è esente comunque dalla rappresentazione, ovvero l’innamoramento è sempre di pertinenza di un soggetto e anche di due soggetti che vorrebbero in esso trovare un accordo, ma si tratta di una rappresentazione che non si risolve ancora nel catturare e immobilizzare un oggetto, per ora si tratta della scrittura di un racconto che pare conservare l’apertura al tempo e al destino. Il racconto, che per definizione si contraddistingue per il fatto di essere interminabile, sopravanza ancora la ragione calcolante e la rappresentazione, almeno in questa prima fase. E’ come se fosse soltanto la forza del racconto a decidere dell’esito del rapporto e non ancora l’interporsi della volontà soggettiva degli amanti. L’amore, o meglio, l’innamoramento è vincolato più di quanto non si pensi alla dimensione pragmatica dove il racconto coincide con il fare. Come dire che arbitro assoluto rimane in questa fase il sembiante.
Più che essere consapevoli dell’amore è importante essere consapevoli della sua transitorietà, cioè essere consapevoli che il godimento d’amore è godimento soggettivo, e saper giocare fra questo godimento (che già è in procinto di virare verso il godimento separato dell’erotismo e anche dell’aggressività) e il racconto. Essere consapevoli che il racconto costituisce necessariamente quel fondamento che non è fondamento, ma fondazione nel fare, nella pragmatica. L’innamorarsi e il coinvolgimento nell’amore implicano la capacità di vivere nel gerundio della parola. Ci si innamora facendo e non pensando. Ci si innamora confrontandosi ciascuno con il limite della parola e non lasciandosi distrarre dall’impossibile.
E’ il primo momento nell’approccio amoroso che a noi interessa: nella seconda fase dell’innamoramento, ovvero nel suo contrappunto, quando l’amante si sorprende innamorato, si sottrae inevitabilmente al pragma, attardandosi e appellandosi magari al consenso universale (o alla necessità “ontologica”) per convincere l’amata, quando dunque il rapporto volge al soggettivo e alla rappresentazione, esso già è intrappolato nella finzione e nell’inganno, sulla china dell’appello all’amore ideale e sull’orlo della degradazione. E questo, indipendentemente dal compiersi favorevole o sfavorevole dell’approccio. L’inganno, in effetti, è il risultato inevitabile, strutturale, della degradazione della sembianza. Quando il malinteso volge alla menzogna e finisce per trionfare una verità che si vorrebbe fondare sulla roccia di una realtà cogente che riaffiora inespugnabile.
L’unica necessità nel rapporto (occorre pur farsene una ragione ed è l’unico modo per preservare lo stesso rapporto) è necessità pragmatica, la quale infine non è nemmeno più necessità, dato che, svaporando, si confonde con i limiti e con la bellezza della vita.
In questo primo tempo della vicenda amorosa, quando sulla ribalta sono ancora il racconto e la voce, è la solitudine del sembiante che diviene assoluta e che conduce il gioco. In questa prima fase le vicende dell’innamoramento puntano a lasciar risaltare il sembiante affinché, con la sua solitudine, conduca il gioco. Mi sorprendo del fatto che sto conducendo il gioco, senza saperlo, e nonostante sia pervaso dal timore che qualche intoppo possa giungere a interromperlo. Mi sorprendo e gioisco al tempo stesso per il fatto di essere l’oggetto di questo gioco, l’oggetto nella parola, il sembiante.
Ma di quale gioco particolarmente si tratta?
E’ il carattere di questo gioco a conferire all’amore in atto fra gli amanti il tono di un destino ineluttabile e di un incontro indifferibile. In effetti, ciascuno degli amanti, funzionando come sembiante per il proprio interlocutore e ponendosi dunque come l’oggetto nella parola, si trova costretto ad abbandonarsi alla parola soltanto e a lasciarsi trascinare in balia del racconto. Allora l’oggetto che si presenta attiva la simultaneità e con essa la vita miracolosa, la quale sbaraglia qualsiasi volontà soggettiva (la volontà è sempre e soltanto soggettiva) o la fantasia di ciascuno degli amanti. Questo è l’approdo all’eternità precaria dell’amore, cioè all’ossimoro della parola, al tempo che si affida all’ossimoro della parola. Sono le ragioni dell’Altro che s’impongono e che sfociano persino in quello che possiamo chiamare altruismo, o più correttamente alla generosità, ovvero a concedere che l’altro sia libero, a consentire, augurare persino, all’altro la sua libertà.
Affidare il tempo lineare della ragione calcolante all’ossimoro della parola. Affidare il buon esito dell’incontro all’ossimoro, affidarlo all’ironia piuttosto che all’invocazione che si arrampica sugli specchi (e svigorisce la funzione specchio del sembiante) facendo riferimento a una necessità illusoria e inesistente. A un destino che sarebbe scritto nei cieli.
L’ironia seduce come seduce il sorriso enigmatico della Gioconda. L’intervallo e l’infinito. La funzione di specchio in atto, funzione narcisistica, anch’essa dipendente dal sembiante e dunque impossibile da separare dal racconto. Per esempio, il racconto sconfinato delle strade e quello interminabile delle rocce, del cielo e delle acque che alle spalle di quel ritratto s’intravedono.
Narcisismo in relazione all’oggetto (altrimenti lo chiameremo egoismo in relazione al soggetto), ovvero un narcisismo in atto per la funzione specchio del sembiante, che mantiene l’ambiguità costitutiva, ovvero che mi lascia sospeso nell’incertezza fra il riconoscere me stesso nell’altro e il riconoscere invece nel volto dell’altro qualcosa di diverso da me.
Questa la strategia della seduzione. E’ qui che la fantasia può assurgere a fantasma e divenire pertanto operativa. E’ qui nello sfiorarsi dei corpi, negli eventi che si inscrivono come avvenimenti catturati nell’avventura del racconto, nella simultaneità, negli incontri fortuiti che si succedono e che rinfocolano la fantasia, cioè che la costringono ad uscire dall’ambiguità dualistica della rinuncia o dell’anticipazione, per divenire fantasma, che si definisce la “natura” del rapporto amoroso e che forse qualcosa giunge a compimento. Questa l’unica necessità che possiamo concedere al rapporto amoroso.
Occorrerebbe a questo proposito una digressione, ovviamente suscettibile di più ampi approfondimenti. E’ noto come nel mondo greco alla forza del destino non potessero sottrarsi neppure gli dei. Con questo gesto di porre l’incontrastato potere del fato sulla vita degli esseri viventi, il pensiero greco non subisce forse una capitolazione, non imbocca forse una strada sbagliata e senza uscita, consegnando a un presunto potere del logos il potere del racconto? Per scongiurare le peripezie, l’arbitrarietà e le incertezze del racconto, non si è forse rinunciato nello stesso tempo alla sua prerogativa miracolosa rimettendola in questo modo al concetto, ovvero alla metafisica, all’ontologia, in definitiva a quel discorso che noi chiamiamo occidentale? Il fato, nel mondo greco risulterebbe allora da questa trasformazione del fantasma nel fantasma materno, universale e totalizzante, che tra l’altro possiamo trovare riformulato nel motore immobile aristotelico. Che possiamo trovare, in definitiva, nel meccanicismo che si sviluppa a partire dal vuoto generato dall’assenza del racconto rimpiazzato dal concetto.
La fantasia soggettiva (che è sostenuta dalla frase piuttosto che dal racconto) non può evitare l’intrusione della ragione calcolante, l’intrusione della logica del più e del meno, delle convenzioni sociali e delle ragioni “oggettive” che ostacolerebbero ovvero costringerebbero al rapporto in un tempo, dunque, sfalsato (è troppo ricca, per me, ovvero siamo della stessa classe sociale, è laureato oppure non lo è, e via dicendo).
Soltanto allorché in primo piano sono il racconto e la voce, a imprendere è il tempo dell’Altro, ovvero è l’Altro a favorire l’incontro, direi, a provocarlo, e a conferire all’incontro, all’apparizione dell’oggetto, l’attribuzione del miracolo. In questo fuori tempo, in questa pausa, è il tempo dell’Altro e dell’innamoramento nel suo risvolto costruttivo.
Solo il fantasma, che si disseta con il racconto, è in rapporto con la voce, oltre che con lo specchio e lo sguardo, solo il fantasma è in relazione con il sembiante, con l’oggetto della parola, solo il fantasma opera all’incontro con l’oggetto. Mentre nel fantasma materno l’oggetto è sempre preso nell’alternativa fra l’ideale, da un lato, e dall’altro l’inadeguatezza (rispetto all’Altro idealizzato).
La parola, il fantasma fondamentale, il fantasma, la fantasia. La fantasia è il sogno che sta lavorando nella veglia. E che si sottrae alla tentazione di corrispondere al fantasma fondamentale o alla sua degradazione nel fantasma materno. In effetti, la fantasia non evita per nulla di incappare, come il fantasma, nell’oggetto della parola. Possiamo distinguerla osservando che l’immaginario vi svolge un ruolo cruciale, ma che proprio per questo è strettamente apparentata al sogno, che dalle immagini è intessuto. Potremmo definire pertanto la fantasia come il tentativo svolto dal sogno di confutare il fantasma materno. Perché, pur apprezzandola particolarmente, assegniamo alla fantasia una connotazione di irrealtà se non proprio una connotazione di falsità? Perché la confrontiamo al fantasma materno e finiamo dunque per trattarla ideologicamente.
Ma, nella nostra logica, poiché la fantasia richiama piuttosto il sogno e la fiaba, essa si presenta come il superfluo della parola che rinvia incessantemente alla memoria e all’avvenire. In definitiva il superfluo, il predominio delle immagini nel sogno, e nella fantasia, sono l’effetto immediato dell’irruzione del tempo dell’Altro nella parola. L’Altro tempo è il tempo in cui le immagini l’una dopo l’altra scorrono, anzi fluiscono. Si concatenano, anzi si avvicendano. Ed è per la presenza dell’immagine che il tempo non risulta più lineare o circolare come accade nel fantasma materno. Che il tempo non risulta più senza avvenire.
La fantasia è il racconto che non può e non vuole abdicare a se stesso e che si presenta allora nella sua anarchia, che è l’anarchia della parola; ed è il superfluo che vi diviene protagonista, il superfluo che contraddistingue la strada verso l’avvenire. Il sogno e la fantasia dimostrano che il superfluo è esigenza assoluta e irrinunciabile. Dovremmo accorgerci che nessuna altra traccia è reperibile per segnalare il nostro cammino. L’irrealtà presunta della fiaba, del sogno, o in generale della fantasia, non tiene conto del fatto che è la voce a condurre il gioco della vita. Che è la concretezza dell’astrazione a far diventare pragmatica la vita.
Conosciamo la formula con la quale Lacan ha creduto di poter trascrivere il fantasma. Un soggetto barrato che, nella relazione, si oppone all’oggetto reale, per lui causa di desiderio, a un oggetto assente, a un oggetto perduto. Nella nostra clinica del sembiante abbiamo cercato una nuova formulazione di questo rapporto e abbiamo tenuto conto a modo nostro dell’intuizione che il fantasma è in qualche modo in relazione con l’oggetto reale.
Il fantasma si distingue allora dal fantasma fondamentale perché l’oggetto di riferimento non è un mero dato. Allo stesso modo il fantasma non è più quel mero enunciato, al quale tende invece a ridursi il fantasma materno. Certamente, il fantasma è una modalità di rapporto con il reale. Ancor più, noi diremo che mantiene un certo impatto con l’evento, anzi preciseremo che non soltanto ne è l’unica ragione possibile, ma che ne è la condizione. Il fantasma materno, al contrario, è caratterizzato dallo scambio del particolare, dell’evento, con l’universale.
Sia Freud che Lacan annotavano che il fantasma è inconscio. Noi ci permettiamo di constatare che l’evento, l’incontro, che sono condizionati dal fantasma, partecipano anch’essi dell’Altro.
Il fantasma è il modo in cui ciascuno differentemente si rapporta con il sembiante. Modo che si degrada a fantasma materno allorché il ciascuno diventa un ognuno, ovvero risulta in relazione con un tutti o comunque già inscritto in una molteplicità, e il sembiante decade a un oggetto perduto, ovvero si degrada in un semplice dato. Vale a dire in un oggetto rinchiuso nel tempo circolare o lineare. Infatti un oggetto passato, perduto, non è che un oggetto che già è dato, ma ciò non ha nulla da spartire con la natura del sembiante.
Altrettanto potremo annotare in merito alla tecnica che consisterebbe nell’attraversare il fantasma, e i lacaniani intendono con questa operazione (che prospettano come l’operazione fondamentale dell’analisi) in ultima istanza il dissolverlo, o almeno il tentativo di dissolverlo, come fosse possibile l’accesso ultimo a un nuovo reale! Magari al reale della passe. I lacaniani, occorre pur ribadirlo, sono molto attaccati al fantasma materno. Al reale! Essi sono molto affezionati alla morte e non si trattengono certo dall’espungere la simultaneità del sembiante.
Il fantasma fondamentale, il fantasma.
Il fantasma fondamentale non è che l’individuo stesso, e pertanto l’individuo lo potrà avvertire soltanto perché ne avverte l’efflorescenza sintomatica. Anzi, che ci sia fantasma fondamentale è precisamente deducibile dal fatto che vi è ritorno, e dunque persistenza, del sintomo. Il fantasma fondamentale, come il sintomo, è intrattabile con qualche tecnica, ovvero con qualche concetto, e non può che essere rinviato alla dimensione pragmatica del racconto. Ovvero all’assenza di racconto. L’unica cura che possa smuovere il fantasma fondamentale è il racconto poiché il sintomo (che si potrebbe anch’esso qualificare con l’aggettivo “fondamentale”) che gli corrisponde è anzitutto contrassegnato dall’assenza di padronanza, assenza di controllo da parte di un volere o da qualche istanza soggettiva. Il fantasma fondamentale non è ridotto ancora a un fantasma materno, segnala però già l’assenza del mito della madre. E di scorcio, possiamo annotare che il volere esiste soltanto in corrispondenza a un soggetto. Soltanto un soggetto può credere che basti il volere, per esempio, che basti il voler guarire. In modo clamoroso il sintomo denuncia che il soggetto è assoggettato alla sua stessa radice dal fantasma fondamentale, e che esiste in quanto soggetto soltanto in relazione al fantasma, alla singolarità del fantasma che potrebbe questo soggetto tramutarlo in un ciascuno. Insomma, mentre il soggetto è confrontato sempre con un reale immutabile, immutabile esattamente come la morte, invece ciascuno e ciascun fantasma sono in relazione col sembiante.
Il fantasma è dunque in relazione col sembiante.
L’evento o l’incontro che si fissa nel ricordo corrisponde precisamente a questo movimento di degradazione del fantasma a fantasma materno. Cancellata la memoria, vale a dire, soppresso il racconto che potrebbe rianimarlo in quanto ricordo e che saprebbe ricondurlo all’unica vita in grado di sostenerlo, cioè alla vita della parola. Ovvero quando risulta impossibile la fiaba che non è altro che il racconto di un ricordo. L’amore ideale risulta altrettanto una fiaba interrotta o spezzata della quale non resta più che uno sprazzo di luce nel racconto. Il ricordo appartiene al soggetto; si mantiene illusoriamente convalidato e sostenuto, ma già contaminato, dall’enunciato, ovvero non evita la contraddizione e il paradosso. Mentre la memoria, che è dell’Altro, prepara un incontro sul filo del malinteso, ma senza menzogna e dunque senza scontro. In effetti, quando è l’Altro a dirigere e agire, gli umani non hanno alcun bisogno di litigare.
Per concludere ecco un poeta:
Silvia rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale
quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi
Già il verbo rimembrare richiama la memoria e non certamente il ricordo, la memoria ossia l’Altro e il racconto. Il racconto, quando a ricordare è l’Altro e non si tratta allora più di descrivere una scena quanto di viverla nel racconto. Rispetto all’apertura temporale che l’Altro introduce, il tempo passato, ogni misura di tempo, si dissolve. La sembianza è fuori tempo (come lo è il sembiante nell’analisi). E non è forse la sembianza a trascinare gli amanti lussuriosi (come Paolo e Francesca) in un grande vortice, in quella corrente di vento che dissolve ogni misura di spazio e di tempo?
Mi piace ancora annotare che nel verso successivo (se vogliamo anche qui sospendere il tempo lineare della morte e della dissoluzione) la beltà potrebbe benissimo concretamente dipendere dagli occhi ridenti e fuggitivi, anziché dalla giovine età o dai lineamenti di Silvia. Sarebbe bella altrettanto se i suoi occhi non sorridessero e soprattutto non fuggissero il guardare? L’aggettivo fuggitivi evoca prepotentemente la fuga e l’imprendibilità quale carattere essenziale del sembiante. Qui è grande Leopardi che sa cogliere con due aggettivi “ridenti” e “fuggitivi” precisamente il tratto seduttivo imprescindibile del sembiante. Il sembiante che è ironia e mobilità. L’unica tecnica di seduzione efficace. Condizione dell’innamoramento, sostenuta dal racconto e dal fare, è muoversi con ironia nella sembianza. Questo anche il percorso di un’analisi.


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