DONAZIONI DI CAPELLI CONTRO LA MAREA NERA – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
Sui quotidiani capita d’imbattersi in notizie di accadimenti che inducono un’immediata rilettura perché così assurde che sembrano estratti di romanzi fantastici, di sogni, di deliri.
Le parole usate sono comprensibilissime, non vi compaiono termini aderenti una vulgata politica, scientifica, economica, non si rintracciano prese di posizione rispetto a teorie ed opinioni, e quindi nessun concetto da capire.
Questo l’estratto dello stringato trafiletto posto a margine d’una pagina interna riguardante l’Estero, facente appunto parte della rubrica “inbreve”, che scorreva sotto gli occhi dello scrivente, seduto al tavolo di un bar d’un centro commerciale torinese ed assaporante il clima delle prime giornate settembrine; con lo scenario di sole splendente in un cielo terso, accarezzato da una leggiadra arietta, sorseggiavo il caffè e sfogliavo le pagine del giornale a disposizione dei clienti, liberatosi proprio mentre terminavo il pranzo.
-Il titolo: “Contro la marea nera donazioni di capelli”; l’articolo: c’è stato nelle Filippine un disastro ecologico dovuto all’affondamento di una petroliera al largo delle isole Guimaras, così la guardia costiera ha richiesto materiale d’ogni tipo per assorbire la marea nera che ha invaso 200 chilometri di costa. Piume di pollo e capelli umani si sono rilevati i maggiormente idonei, così che anche i detenuti di un carcere a sud di Manila hanno deciso di donare i loro capelli.-
Qualcuno ha idea di quanto è grande una petroliera? Qualcuno riesce, come in un nuovo episodio di Alien, ad immaginarsi migliaia di persone con teste rasate che raccolgono capelli in sacchi e li depongono sul lungomare? Potranno mai coprire 200 chilometri di costa?
Non importa, la notizia è bella lo stesso, è straordinaria, fa sognare, propone una storia che solo sudamericani alla Marquez possono immaginare, una storia che non appartiene a nessuno, che non importa sia accaduta o meno, una storia che apre in maniera assoluta.
C’è stato chi, in tempi non remoti, pur non essendo sudamericano, ha lasciato testimonianza scritta di questo infinito in atto. Altrimenti non si spiega perché in tutte le lingue in cui è stato tradotto Franz Kafka abbia destabilizzato i lettori delle sue pagine.
Si dice spesso, e non si può che condividere, che certi autori, come ad esempio Gadda, non andrebbero tradotti perché intraducibili i collegamenti fonici tra le parole, le rime, i giochi di parole, i termini dialettali.
Ebbene non cessa di stupirmi la quantità di scrittori in tutto il mondo che citano Kafka come personaggio di riferimento perché inclassificabile, inaccostabile a generi e proprio per questo magnifico; ma non sono solamente scrittori le persone che dicono di essere state scosse, addirittura senza accorgersene cambiate, dopo aver letto Kafka. Qua cristallinamente c’è qualcosa che riferisce del mito biblico di Babele e della Pentecoste.
Quindici giorni prima, nel periodo agostano di una riposata Torino, mi trovavo nello stesso dehors, nello stesso bar, quasi alla stessa ora, tra le persone rimaste in città per lavoro o perché senza motivazioni per andare in vacanza. Questa volta tra le mani scorrevano le pagine del mio viaggio estivo, non a caso dal titolo America; romanzo Kafkiano appunto.
Ed ecco che ritorna il sogno: questi edifici giganteschi, questi tempi lunghissimi per fare qualsiasi cosa sembrano sogni che probabilmente tutti hanno fatto e che risultano pure stancanti; al risveglio però, il tempo di un’intera nottata sognante sembra lasciare solamente il racconto di pochi minuti.
La bellezza dei romanzi Kafkiani sta proprio nel leggerli ed avere l’impressione di aver sognato mentre si procedeva nella lettura; rispetto ad un sogno, che c’interroga ed inquieta, offrono la chance di approcciarsi ad essi con inappartenenza e di poterne apprezzare l’assurdità.
Ecco l’apertura, ecco la testimonianza. Non vi può essere testimonianza dell’apertura, la testimonianza e l’apertura sono in atto. Se vi è apertura, infinito, sembiante, cioè l’irrappresentabilità delle cose in atto, vi è testimonianza in atto, c’è la vita che scorre, si è nel viaggio, nel gerundio, nel continuos present. Questo l’inconscio che Freud diceva essere né singolare né collettivo ma bensì a disposizione di ciascuno, perché l’infinito non prevede l’infinito meno uno. Romanzi Kafkiani, così come la Torah ebraica, procedono sempre verso un compimento, necessitano di una lettura e di una restituzione da parte del lettore come contrappunto.
Romanzi in cui l’oggetto non è rappresentabile, in cui scorre il desiderio dell’Altro che passa al lettore senza che se ne accorga, ben difficilmente appagato, ma piuttosto disagiato, interrogato, spinto all’articolazione della domanda che si apre.
Romanzi intellettualmente statutari che consentono a ciascuno di divenire statuto intellettuale e consentono che l’appuntamento con il testo divenga dispositivo intellettuale, dove cioè scrittura e lettura ritrovino la relazione impossibile, si rivelino, si facciano sentire come ossimoro.
Romanzi in cui vi è l’interlocutore che non è né lo scrittore né il lettore, né l’analista né l’analizzante, ma il transfert, la conversazione non comune, che non si sostiene sul luogo comune e che ha come condizione il sembiante.
Nessun nome del nome, solamente nominazione.
Mentre si leggono i suoi romanzi, Kafka sembra voglia dire del padre, della madre e di tutte le questioni possibili, ma poi non è così: il racconto ha continui capovolgimenti, sorprese, è cronologicamente, ordinalmente estemporaneo, comunemente illogico, e consente a ciascuno di articolare le questioni che sembrano improvvisamente ritrovarsi.
Anche la vicenda dei differenti traduttori ed editori di America, per i quali non era facile trovare un ordine ai capitoli, ricorda la questione della condensazione e dello spostamento nel sogno, che non necessitano di un ordine cronologico per trovare la logica definitiva e sicura.
Forse non a caso molti film che rimangono negli anni (ad esempio Pulp Fiction, che Michelangelo Antonioni considerava senza dubbio il film degli anni novanta) sono organizzati senza seguire l’ordine cronologico degli accadimenti; perché ricordano il sogno, portano in una dimensione estetica dove le vicende perdono di sostanza e realtà, divenendo fantastiche, divenendo eventi non eventuali ma accadimenti, perché la dimensione è poetica e quindi le cose, così come il verso del poeta accade che giungano a scriversi.
Forse non a caso Freud considerava L’interpretazione dei Sogni lo scritto che avrebbe avuto maggior risonanza in futuro; occorre sempre ritornare al sogno come via regia dell’inconscio, come apertura che provoca all’articolazione, al dire, al raccontare, al teorizzare.
Le cose sono nella Parola, nella sembianza e quindi indicibili e definibili universalmente una volta per tutte; per questo c’è anche qualcuno che rimane indifferente leggendo Kafka e quindi l’interrogazione rimane aperta…
…eventi…accadimenti…alla sera con la fidanzata (a letto, come Mondaini e Vianello in sketchs televisivi), che di fronte all’impegnato, quasi disperato mio tentativo di dire dello stupore per quell’articolo cosa dice?: Certo! I capelli delle popolazioni di quelle zone geografiche crescono molto velocemente, per cui non hanno problemi a rasarsi a zero…completamente altrove….un’altra storia fantastica che si apre…sarà vero? L’incredibile è che probabilmente sì…!


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