LA FATA MORGANA – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
Questa popolare figura, spesso citata anche in canzoni e poesie, è un modo di dire la cui indagine porta al nome Morgana, cioè una donna sia sorella che amica di Re Artù, bellissima donna fata con poteri soprannaturali, amante per eccellenza nel mitico ciclo bretone.
Nella città di Reggio Calabria, volgendosi verso il mare, verso lo Stretto e quindi verso Messina, si segnalavano apparizioni di bizzarre e suggestive immagini, seducenti popoli e marinai, facenti pensare numerosi e numinosi dotti.
Il fenomeno era dovuto alla rifrazione della luce, cioè, ipotizzando la luce suddivisibile in raggi, la rottura e la deviazione degli stessi che crea l’illusione, il gioco, lo scherzo di figure e oggetti sospesi nell’aria.
Questo termine venne sostituito in era Napoleonica dal francese mirage, ovvero il miraggio, il fenomeno osservato dagli eserciti durante la campagna nel deserto Egiziano.
La ricerca etimologica del temine fata apre differenti strade, a partire da fatu, qualcosa che ha a che fare con il parlare, con il pronunciare.
L’accezione odierna di fato è da intendere come se il parlare fosse riservato a qualcun altro, spesso a Dio, a cui spetta l’ultima parola perché portatore di un parlare perentorio e sicuro, la cui versione laica si chiama destino; per cui uomo, comandante, destino che può essere anche crudele.
La stessa accezione si addolcisce in fatalità, cioè qualcosa di fortuito, collegato alla sorte, cioè ad un gioco, ad uno scherzo, comunque sempre fatale e mortifero.
Quindi il mortifero starebbe nel destino già scritto, nel delegare ad altri il cimentarsi con la parola.
Pericoloso dunque imbambolarsi, l’innamorarsi, l’essere incantati dalla fata.
Eppure i bambini sono molto attratti dalle creature magiche, dalle figure fantastiche…perché?
Perché sono figure oniriche, perché magia deriva da magos, colui che interpreta i sogni.
Contrariamente agli adulti, ai bambini l’interpretazione non interessa, rispetto al destino mortifero non propongono un discorso di causa, di origine, che spiegherebbe tutto ed esorcizzerebbe la morte.
Anzi, proprio perché non rappresentano e non interpretano, si rivolgono a quelle figure fantastiche, ambigue, come fossero rebus e sogni, perché di quelle si può inventare, raccontare, delirare.
Interessante che le fate siano donne, interessante che nelle epoche susseguitesi si trovino similitudini con le streghe e le isteriche, cioè donne fatali e demoniache.
Interessante che siano state spesso messe a morte, perseguitate, zittite, segregate, torturate; interessante che anche le meretrici siano state fatte oggetto, siano state sfruttate dai papponi.
Come mai le donne si immaginano e sognano spesso (fino ad arrivare ad ipotizzare la trasmigrazione delle anime in differenti vite) di essere, o essere state prostitute?
Perché la bellezza pare prerogativa della donna?
Che cos’è la bellezza?
La donna sa essere sembiante, sfugge e apre alla relazione come impossibilità di chiusura in un rapporto; lo sperimentano gli uomini, che con le donne sovente si trovano relatori, si trovano a parlare, a debordare.
Ne sperimentò la sembianza Freud, che frequentando le isteriche approdò ad un incessante discorso di scrittura, di elaborazione, di astrazione.
Ma la donna non è l’Altro, il sembiante non è l’Altro.
Incantato riferisce anche di una vendita all’asta. In spagnolo si usa molto encantado per fare un complimento, quando ci si trova di fronte a qualcosa di bello; quindi di fronte alla bellezza nelle innumerevoli ed incategorizzabili accezioni, ciascuno si professa come orfano che è stato comprato all’asta. Già noto da sempre che il padre non è certo, quindi si specifica che è senza madre. Se il complimento delle bellezza è riferito ad un simile, è come a dirgli comprami, voglio stare con te, tu che sai non essere madre.
Perché la bellezza, l’estetica in atto, ciò che si sente, spazza via l’affetto, la comprensione, l’anestetico, terroristico e rassegnante sapere materno, lo sguardo incantante e paralizzante. Ecco perché quando le cose non vanno, non funzionano, quando si è nella rappresentazione, frustrati capita di rivolgersi in maniera iraconda e litanevole verso la madonna aggettivata puttana; non basta ancora che sia una donna particolare, fecondata dallo Spirito Santo, si invoca colei che manda altrove, che non bada ai figli, la mignotta, la madre ignota.
Bestemmiando, evocando il Biblico Padre si enuncia che la questione è quella dell’abbandono; l’Altro è rappresentato nel simile, non si sostiene la sua mancanza, si è angosciati perché non si riesce ad abbandonarsi all’Altro, perché l’Altro sembra morto, perché il terzo è escluso; si implora l’evento poetico, il folle accadimento perché la pazzia imperversa; non si sostiene la solitudine come cattiva compagna, in compagnia cioè dei pensieri.
Prendersela con la puttana dice di un discorso isterico che demanda la colpa alla madre che non abbandona, che imperversa, o verso la quale bisogna prestare soccorrevole ed inevitabile aiuto; madre colpevole di non lasciare soli con l’Altro, colpevole di annoiare; noia invece che metanoia, odio sotterrato invece che cimentarsi con la sua intransitività. Si inveisce verso la meretrice, colei che si fa pagare, per non essere in debito verso l’Altro, ma la lamentela non è preghiera, non è esercizio, non è dispositivo di Parola Originaria, non è invocazione, non è sintonizzatore di voce; quell’inveire è per rimandare ancora l’incontro con l’Altro.
Le donne si immaginano di essere prostitute per non essere madri, per non aver cura dei figli, ma lo fanno sotto la forma della lamentela, come se fossero costrette, non potessero non farlo.
Le donne inconsapevolmente, enunciano la questione intellettuale, dell’intelligere; anch’esse, che nascondono l’io dietro l’abuso di rimozione, necessitano dei dispositivi di Parola Originaria, dove non si può non aver cura di ciò che si legge, di ciò che si scrive, di ciò che si fa, perché l’Altro, il terzo non escluso, attiene al malinteso, al gerundio, alla tripartizione dell’esperienza, non è rappresentabile né idealizzabile, interviene come funzione terza, come contrappunto relazionale, nel racconto, nell’apertura della Parola, dove l’oggetto incorre ed occorre, dove l’oggetto è sembiantico.
Il rigore e la follia come attributi della Parola sembiantica, di una condizione in cui le cose procedono secondo un automatismo che viene sempre dopo l’esercizio, la messa in gioco; non c’è bisogno di un rapporto di ruote dentate per procedere alla varie velocità, per arrivare puntuali, perché la follia non può andare senza rigore e viceversa.
Chi occupa la parte del sembiante fa da esca, perché ci sia innesco, ci sia dispositivo di Parola Originaria.
La fata morgana, il sembiante, l’etimologico fatu, che riferisce di un pronunciare come annunciare, che intende di un nunzio, di un nuere, un cenno, un gesto, perché le cose siano solamente accennate, sempre pleonastici preamboli, dicano di un’attitudine verso qualcos’altro, portino alla maniera come stile, come qualifica della mano intellettuale.
E la sorte non può andare senza ironia, senza l’ironia della sorte di trovarsi a fare le cose che non vorremo fare, a sproposito, di frequentare persone così differenti da noi, di pensare una cosa e farne un’altra, di trovarsi non d’accordo con le cose che noi stessi diciamo.
Il percorso intellettuale procede dal giocarsi, dal nominare gli animali, le creature, le figure fantastiche, i sintomi che incontriamo nel viaggio.
Il percorso intellettuale per trovare l’ironia, dove non occorre più raccontare barzellette per far ridere, per avere l’attenzione su di se, così come non ci si sofferma più nella modalità dello scherzo e della burla; non c’è più bisogno del sortilegio perché si volge al riso invece di fare delle tragedie; dal fare, dal dire, dal viaggio sortiscono eventi divertenti, sorprendenti, interessanti, ironici; la vita diventa fortunata; attraverso la nominazione la fortunale tempesta che tentava come un urlo di spezzare il pesante rapporto tra significante e significato, è sostituita dalla leggera armoniosa brezza dello Stretto di Messina, che dei significanti ne fa un’immensa risorsa.
Approdare al viaggio, cioè non ci si perde più in tentativi, non si cade più in tentazioni, occorre fare, occorre proseguire.


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