L’EQUIVOCO TANGO – Gianluca Delmastro

di Gianluca Delmastro

Con amici, in una invernale sera domenicale di qualche anno fa, si decise per un locale il cui nome aveva iniziato a circolare da qualche tempo. Un locale compreso in un grande spazio chiamato Docks, ove un tempo c’erano fabbriche e magazzini ed ora pub, spazi ricreativi, discoteche. Un locale nel quale volevamo bere e ballare musica pop-rock-disco, ma che sorprendentemente trovammo abbigliato e musicato come si confà per una serata dedicata al tango, dove tangheros avevano iniziato a circolare in pista da qualche ora.
Una bella sorpresa perché da quel ballo, da quell’ambiente fummo subito incuriositi.
Il tango, la sua musica, la sua eleganza piacquero anche e partirò da questo preambolo per dire degli equivoci, delle ambiguità che si incontrano indagando, andando a ritroso nel fenomeno tango.
Tango che non è il tango delle balere piemontesi, non fa parte del “ballo liscio”, ma è il tango argentino, che molto si sta diffondendo in Torino, tanto che nelle sere agostane, anche nelle settimane centrali, quelle come si dice “prima e dopo ferragosto”, è possibile trovare piazze e punti verdi ove cimentarsi o ammirare coppie impegnate in questo ballo.
Tango argentino le cui origini si perdono o si ritrovano in un ambiente che non è l’Argentina intera, ma territori facenti parte anche dell’Uruguay e sviluppatisi intorno al Rio della Plata, per la precisione all’estuario dei fiumi Paranà e Uruguay, tanto che andrebbe chiamato tango Rioplatanense.
Territorio alquanto multietnico dove verso fine ottocento si incrociavano tra gli altri popoli immigrati, indigeni locali, africani liberati dalla schiavitù, gauchos decaduti che si rivolgevano ai centri urbani in formazione per trovare lavoro.
Quei primi tanghi, che presero piede a Buenos Aires e Montevideo, erano milonghe simili a quelle che ancor oggi si ballano nelle serate chiamate quindi Milonghe. Milonghe che risentivano molto del Candombe, dell’Habanera, cioè musiche e ritmi tipicamente africani.
Musiche allegre, eleganti, nelle quali si possono sentire richiami di Samba, Jazz, Rumba, ma in ogni caso molto lontane da quelle melodie che hanno portato a definire il Tango come “un sentimento triste che si balla”. Tal definizione si inizia a ritagliare sulle musiche composte e sui testi prodotti dagli immigrati italiani, che volevano dire di questa nostalgia per la famiglia, la Patria e la Matria abbandonata, oppure nostalgia per la donna quando si ritrovavano a lavorare lontano da casa, magari nei cantieri ferroviari, oppure nostalgia per la libertà quando finivano in prigione.
Anche l’etimo è variegato e può condurre al luogo di riunione degli schiavi africani, ad uno strumento musicale di origine africana, al sole, a tang che nelle lingue parlate africane significa “palpare, toccarsi”, allo spagnolo tangir che voleva dire “suonare e tangere” cioè “toccare” in latino.
Variegato anche il Lunfardo, gergo composto in questo crogiolo di lingue, che si arricchisce del Cocoliche, cioè la pronuncia, l’accento creativo marcato e grottesco dell’italiano che si esprime in spagnolo ma che non è l’itagnolo, provvisorio e personale come la mezzalingua dei bambini (quella che Lacan chiamava l’Alingua) e che rifiuta ogni codificazione.
Lunfardo che fa uso del Vesre, cioè l’italiano Vesciorro o il francese Verlan: metatesi, ovvero l’alterare l’ordine delle sillabe di una parola. (Questa sgrammaticatezza ricorda molto l’Hiddish e la persecuzione degli ebrei che ne facevano uso, e forse non a caso durante i periodi del “decennio infame” argentino, cominciato con il golpe militare del generale Uriburu, la prima proibizione, che nulla a che vedere con quella ricamata del tango proibito anticlericale, colpisce il lunfardo e i suoi termini gergali, le frasi dette al rovescio, le rime).
Bella curiosità il fatto che i primi balli di coppia del tango fossero tra uomini, perché nei luoghi di lavoro si esercitavano, per poi mostrare la bravura, esibirsi e conquistare indirettamente la donna. E anche quando la donna diventa ballerina, per il creolo principale è sempre l’esibizione, l’esercizio per il ballar bene, per restituire testimonianza d’eleganza, di sensualità che possiamo ammirare nelle esibizioni dei vari festival.
Solo quando il tango approda alle balere, alle sale da ballo, capita che si converta in pretesto per finalità amorosa di coppia.
Talvolta seguendo magari le melodie lente dissociate dai testi malinconici, che ricordano quei lenti che si ballavano quando si era ragazzini e che consentivano l’abbraccio dei corpi, quelle musiche che un amico intervallava nelle compilation che produceva per il cd dell’automobile e che definiva “questa canzone è per il momento strappa mutande”.
Quando con il partner si trova l’intesa, il ballo sembra andare all’unisono, questa coppia sembra momentaneamente fare uno.
Ma il tango presenta anche l’Altra sessualità, la sessualità tout-court.
Quella che ci fa chiedere come mai un’attività di coppia dovrebbe cantare, ballare un sentimento triste per una mancanza di una donna che è lì in quel momento?
Perché la mancanza è dello stupore per il fatto di non intendersi essendo in due, ritrovarsi soli pensando di essere una coppia, ritrovarsi soli in questa relazione impossibile garantita dall’odio, in questa simultaneità di condensazione e spostamento, di sincronia e diacronia, ritrovarsi a ballare in una pista che assume una torsione e consente di circolare non più in cerchio ma in una spirale.
E questo il tango lo forza, lo richiama, con i ballerini che oltre ad essere presi nel superare l’equivoco di un passo mal interpretato, si muovono su una pista che vuol essere anche arena e teatro, con un ballo fatto di schermaglie, di finte e controfinte, di ganci, di fughe, di avvicinamenti e provvisorie conquiste, ricordano una relazione amorosa tinta di una sensualità che non da pace e che il godimento, così come un ipotetico orgasmo, lo trova come sorpresa mentre sperimenta l’impossibilità dell’uno platonico.
Ecco la verità, ecco l’analisi come essere sulla traccia della verità, cercando di dire le cose e sperimentando che le cose non ci appartengono, sono indicibili in quanto tali ma sono sempre simultanee e l’unica verità possibile, l’unico intendimento possibile è nell’equivoco, nel lapsus, nella simultaneità delle cose, in un’esperienza di parola, in una clinica che non è del soggetto ma della parola, delle parole, ritmata e precisata dal taglio del significante, destabilizzante dunque quest’ontologizzato soggetto, pensato fuori dalla parola e della parola padrone, che usa la parola come fosse una sostanza.
Per chiudere in tema ecco una storia fantastica, equivoca, sorprendente, riguardante il più famoso cantore di tanghi: Carlos Gardel.
Carlos Gardel morì in un banale incidente aereo a Medellín (Colombia) nel 1935. Nell’assegnazione del suo cospicuo lascito patrimoniale si scoprì che lui ne aveva compilato uno olografico a favore della madre Berthes Gardes.
Perché mai se Berthes fosse stata la sua madre naturale? E si spiega anche la decisione di qualche anno prima, convinto dal consulente artistico, nonché rappresentante legale ed amico fidato, Armando Defino, di cambiare la “s” in “l” come lettera finale del suo cognome, proprio per precisare in futuro che Berthes non era la madre naturale.
In aggiunta il tutto fatto in Argentina, perché in Uruguay la legge non riconosce testamenti olografici.
L’opinione pubblica scoprì che Berthes Gardes, francese di Tolosa, si era trasferita a Buenos Aires con il figlio Charles dopo che due anni prima era stata a Tacuarembò (Uruguay) e aveva lavorato nella fattoria del colonnello Escayola, con il quale ebbe anche una relazione sentimentale.
Quando Berthes arrivò per la seconda volta in Sud America Charles aveva due anni e non si seppe mai se il colonnello fosse il padre.
Il colonnello era però padre di Carlos, di due anni più vecchio, avuto con la cognata in una relazione clandestina. (Curioso l’aneddoto che vede il colonnello Escayola sposare tutte e tre le figlie del console italiano Giovanni Battista Oliva e l’argentina Juana Sghirla, e di tutte e tre rimanerne vedovo…proprio storie sudamericane!!!).
Carlos era quindi scomodo, e cresceva in modo brado e anonimo con le donne di servizio della fattoria; così che il colonnello venne ad offrire una lauta somma a Berthes Gardes perché prendesse con se il piccolo Carlos.
Berthes Gardes fu solamente madre putativa di Carlos Gardel e nel 1936 (quando era ormai tornata a Tolosa), per chiarire quanti fossero i Carlos o Charles, si vide costretta a spedire a Buenos Aires i certificati di nascita e morte di Charles (nel frattempo deceduto combattendo per la Francia durante la prima guerra mondiale). E pensare che Carlo Gardel venne chiamato per anni “El Francesito”.
….Ancora un’equivoca postilla rilevata intorno a quello che possiamo ora intendere significante Tango; si parlava prima di Vesre: si sta sviluppando il Tango Nuevo, cioè Tango contaminato da nuove musiche elettroniche, ed il complesso maggiormente noto si chiama Gotan Project. Non avevo pensato le prime volte che lo sentii nominare che fosse scritto appunto “go-tan / tan-go”, ma immaginavo Gotham, ovvero la New York di Batman. Ma anche così, in quanto Batman uomo pipistrello, un’altra bella ambiguità.
E allora Go Tan Go….non più vai col liscio ma vai con l’equivoco.

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