La traccia verso l’incontro
Seminario del 12 Novembre 2009
Come fa Valentino Rossi a vincere sempre?
L’Altro è la possibilità dell’evento, annotavamo la scorsa volta. Ergo poniamo come originaria la retorica con le sue figure; la catacresi, l’ossimoro, l’ipotiposi e altre ancora. Fin dall’origine il mondo dimora nella leggerezza della parola, senza il supporto possibile di una sostanza profonda o di qualche fondamento. Il mondo per ciascuno si offre ancora come si offriva agli albori della storia svolgendosi dall’ipotiposi. Tali erano quegli abbozzi che un tempo informavano il racconto del mito.
Originariamente, il mondo a noi si porge con le figure della retorica, anche se definite impropriamente figure. L’ipotiposi è originaria. Pertanto gli stessi miti, che si ritiene fossero da situare al principio della Storia, non ne sono (della retorica) che una rappresentazione, se ogni storia anzitutto non è altro che quella attinente al viaggio della nostra vita. E se la nostra vita, come quella di ciascun uomo che sia morto da secoli oppure vivente, è prima di tutto un viaggio nel racconto. Argomentando per questa via noi ritroviamo originaria la memoria rispetto al ricordo che è sempre di copertura.
E’ pertanto la memoria la condizione del ricordo, non viceversa; impossibile è ricordare senza la memoria, senza il racconto. E resterebbe ancora da smascherare una Storia che in fondo è spesso intesa solo come ammasso di ricordi.
Senza l’Altro anche la logica non può ambire ad alcun rigore possibile. Senza l’Altro la traccia si converte nella linea continua. La linea dell’orizzonte, rappresentata, trascorre in un luogo che in realtà non possiede; chi mai può dire dove stia la linea del confine tra il cielo e il mare? Chi può dire dove sia l’arcobaleno? E’ soltanto il soggetto – che è soggetto soltanto del ricordo – a poter credere di dare la risposta. La traccia è di parola e si delinea soltanto nel racconto. La linea è allora il ricordo di copertura della traccia; e la geometria il ricordo di copertura della figura. Tolto l’Altro la linea diviene continua, ha un principio e un termine, un inizio e una fine, un luogo in cui consistere. E nel frattempo si perde come traccia.
La direzione della cura è tracciata soltanto dall’Altro e occorre che ciascuna volta all’Altro possa volgere e fare ritorno. La traccia non è di questo mondo e proprio per questo ci serve per orientarci nel mondo, ci serve per sospendere il mondo, per attenerci all’intervallo dell’Altro, essa ci serve per attenerci alla parola.
La retorica con le sue variazioni ci riconduce all’Altro da cui si origina. Dalla metafora con la metonimia alla catacresi. O anche, dalla metonimia con la metafora alla catacresi. Il sembiante funziona rinviando all’Altro e l’Altro funziona retoricamente, negando ciascuna volta la causa presunta, negando il discorso come causa, il principio e la fine di ogni storia, ovvero negando il fondamento fuori dalla parola. Funziona contestando la copia originale del mondo e facendo fallire la rappresentazione che vorrebbe farsene garante.
La retorica è indispensabile per il procedere della scienza. La retorica è precisamente la traccia originaria; una metafora o una metonimia costituiscono la traccia per l’invenzione del mondo, ciò che resta del mondo, appunto, come traccia. Occorre dunque ribaltare il senso comune che vorrebbe rin-tracciare nella linea, nel bordo delle cose, nel continuo, l’essenza della realtà. In prima istanza (il che vuol dire anche nell’attuale) è il sembiante a consentirci la traccia per attribuire al mondo non solo una misura, ma anche consistenza, quella misura e consistenza che il mondo non possiede come dati. Non vi è continuo, non vi sono linee che contengono, l’Altro non è continente, ma piuttosto incontinente. Il sembiante è originario, non vi è spazio alcuno né tempo che lo possano contenere.
Come intendere allora l’ingombro delle cose? Perché ribadire che il mare, le montagne, la terra e il cielo sono nella parola? Non è questo un modo come un altro per fare della filosofia? Quali contraccolpi sulla nostra vita ordinaria di ciascun giorno da questa affermazione? Ci accorgiamo che si tratta di scalzare la sostanza ovvero dissipare l’enunciato; è dunque la dissipazione, il dissolvimento l’evento più importante della nostra vita? Non è la stessa cosa adoperare il termine di dissolvimento, quello di dissipazione o addirittura quello di decomposizione o qualsiasi termine di cui nel vocabolario possiamo disporre, se è la retorica a funzionare e non la copia creduta originale. Ciascun termine che adoperiamo è una metafora ovvero allude a ciò che rimanda oltre se stesso, rinvia a quello che definiamo un mondo simbolico che potrà esser carico di varianti, allusioni e sottintesi, e così ciascun termine una volta che lo abbiamo pronunciato dichiara prima di tutto l’assenza di un fondamento, l’assenza del termine corretto, di quello giusto, definitivo, ma solo la presenza di un termine appropriato rispetto al mondo simbolico di riferimento che poi non è che l’Altro. E ciò varrà anche per i termini comunemente adoperati come sono quelli di spazio e di tempo.
Pertanto, ribadire che ciascuna cosa dimora nella parola non è un enunciato assertivo, non è enunciato il cui valore risalti dal fatto di consegnare un’esperienza in relazione al mondo (non c’è parola da un lato e il mondo dall’altro) ma il cui valore consiste soltanto per l’invito a rivolgere la nostra attenzione alla parola stessa. Una volta ancora dobbiamo constatare che, originariamente, è la parola a funzionare, non il mondo.
E questo si potrebbe anche esprimere dicendo che è il punto vuoto, il sembiante, a consentire la traccia; che è il sembiante a vettorizzare il mondo. Il sembiante, ovvero l’oggetto che traccia, oppure l’oggetto in quanto traccia, che nondimeno è ancora un altro modo per dire, ma non il modo corretto di dire, perché non esiste mai il modo giusto per dire. Ma soltanto il modo, di volta in volta, appropriato all’esperienza singolare della parola. Di volta in volta; ovvero l’appropriatezza non è questione che possa trovare risoluzione con riferimento alla copia originale, nella rappresentazione, e perciò non è questione neppure di tempo continuo o durata. La vettorizzazione nella parola richiede l’Altro tempo e per questo non è mai definita; il vettore di cui si tratta non ha punto di applicazione, non ha una direzione, un modulo o lunghezza definita, neppure un verso. Potremo almeno affermare che è in procinto o in corso di possibile orientamento? Altrimenti che senso avrebbe in effetti parlare di vettore? Seguendo il cattivo suggerimento di Wittgenstein, non converrebbe semmai tacere?
Al contrario, come accennato, dovremmo convenire che nessuna vettorizzazione è possibile senza l’Altro tempo (e che questo vale anche per l’esistenza del discorso della fisica stessa e di ogni discorso). Pur essendo consapevoli che, una volta scritto, il vettore è già subito rappresentato, valido limitatamente al campo di applicazione corrispondente, e dunque risulta falso se preso in assoluto.
Ma si può ancora parlare di vettore in relazione al punto vuoto, al sembiante? La questione non può che restare sospesa nell’indecidibile. Proviamo a riflettere un poco, chiediamoci: se il punto di applicazione del vettore risulta un punto vuoto (il sembiante) allora il vettore è applicabile oppure no? Possibile risposta: è l’unico vettore che sia applicabile in assoluto poiché è proprio esso a consentire la discriminazione stessa fra vettori applicati oppure no (ricordiamo che in fisica, mentre la velocità, l’accelerazione, ecc. risultano rappresentabili da vettori non applicati, l’unico significativo vettore applicato è quello che designa la forza, ma qui l’eccezione riservata alla forza risulta per noi un compromesso non accettabile, essendo originato dalla credenza nel punto reale di applicazione, inteso in questo caso come massa; in definitiva dalla credenza nel punto pieno, nello spazio e nella sostanza originari).
Qui, in relazione al sembiante, incontriamo nuovamente il paradosso di un vettore che risulta applicabile quando non è applicabile e viceversa. Ma questo è proprio il cuore del paradosso relativo all’impossibilità di sganciarci dalla rappresentazione, che concerne qualsiasi legge fisica, oltre che la ragione in generale. La ragione dell’Altro dovrà insistere nel mantenere aperto questo paradosso, dovrà sostenersi proprio nella bellezza del paradosso. Questo è anche il paradosso della traccia, che la linea vorrebbe cancellare.
Gli umani finiscono per credersi essenti e allora non perdono mai l’occasione per rappresentarsi. Si rappresentano come orientati, con un punto di applicazione, un verso, una misura, ovvero si spazializzano, nel concetto, credendo così di dominare l’altro e controllare la realtà. Ma questa spazialità è il risultato di un evitamento, che corrisponde precisamente all’esclusione del punto vuoto che, invece, potrebbe ben sostenere il vettore applicato della traccia della loro vita. Escludendosi così la possibilità di passare dal due al tre. La traccia, per mantenersi tale, richiede l’ascolto che la linea tende a sopprimere, l’ascolto che dispone precisamente l’attivazione delle funzioni del sembiante. Senza sembiante e senza la retorica, il due ripiega immediatamente nel dualismo e nella rappresentazione. Dal dualismo della rappresentazione che esclude il sembiante, al due come cifra, come ossimoro originario, che apre alle tre funzioni del sembiante. Il compito della traccia è proprio di mantenere l’apertura della parola, in quanto possibilità di passare dal due al tre. La traccia rende cardinale la serie che rimane invece continua e ordinale nella linea. La traccia impedisce alla serie di divenire ontologica. Con la traccia gli oggetti o gli elementi di una serie finiscono per dipendere soltanto dalla definizione e non sono più individuabili in alcun modo come entità pre-linguistiche. Si potrebbe dire: dal con-creto al dis-creto, alla discrezione, all’etica, all’etica dell’ascolto, questo è anche il percorso clinico inerente a ciascuna seduta.
La traccia mantiene l’indecisione fra il concreto e il discreto; è per questa indecisione (che il discorso psicotico risolve cancellando il secondo termine) che si delinea quella forma, peraltro astratta e immaginaria, che denominiamo futuro. Per qualche aspetto, la traccia mantiene l’orientamento e quindi preserva l’attesa verso il futuro, verso l’evento che ci attende, ma essa non esclude, anzi esige la discrezione, l’etica dell’ascolto, fino a subordinare l’evento stesso, la condizione dell’accadimento futuro, alle sue esigenze imprescindibili. Pertanto non sarà più possibile, in relazione alla traccia, parlare banalmente di futuro (della certezza di un futuro la quale, come tale, non esiste che per il discorso psicotico), quanto di futuro anteriore, ovvero di un futuro, potremmo dire, condizionato e dipendente in modo assoluto dalla memoria. In relazione alla traccia, impossibile escludere che anche il futuro non sia in atto nella parola, se davvero al parlante è sufficiente la discrezione, se basta l’etica; se è vero che l’etica risulta la sola condizione per una vita vantaggiosa. La traccia non è dunque meramente orientata verso un evento, un qualsiasi futuro accadimento, ma si sta dirigendo verso un evento, per così dire, etico. In prima istanza verso un evento la cui caratteristica fondamentale è quella di salvaguardare la sua provenienza e il suo permanere nella parola originaria. La traccia non trova alcun punto di approdo in questo mondo, e la convinzione relativa a ciò che sarebbe in procinto di accadere non può che essere toccata dall’incertezza, ma essa risulta in ogni caso (un po’ come la fede che le assomiglia molto più di quanto non sembri, essendo incrollabile se dipendente dall’Altro) l’unica strada percorribile nel viaggio della vita.
Questa è l’opera di vettorizzazione del sembiante che coinvolge anche il tempo, come dunque notiamo. E’ l’indicazione di un altro tempo che il parlante può percepire, al di fuori della percezione e della rappresentazione lineare. E la traccia non può essere percepita dalla vista, non è oggetto di visione, non è oggetto geometrico. Come invece risulta nel discorso psicotico laddove la traccia diviene certezza, una certezza paradossale e che, sia pure contraria alla visione – perché realmente avvertita – finisce per confermarla. Ovvero, il tempo rovesciato che ogni elemento della traccia lascia appena intrasentire, nella psicosi è inscritto nella linea continua di un tempo rappresentato, sia pure drammaticamente, in senso contrario. In effetti, il discorso psicotico, pur non ricorrendo alla linea, finisce per inscrivere la traccia nella visione invece che lasciarla permeare dall’etica che è il suo destino, per così dire, vitale. Nella psicosi, è rappresentato il tempo rovesciato evocato in modo discontinuo dalla traccia, che dovrebbe restare evocato soltanto pragmaticamente, ossia che nella successione individuata dalla traccia è caratterizzato incessantemente dal suo stesso svanire.
In effetti anche il tempo rovesciato, come quello lineare, risulta dalla rappresentazione della traccia, ma da una rappresentazione che non si fonda sulla negazione della traccia quanto sulla sua paradossale imposizione. Affidarsi con ogni mezzo e con tutte le sue forze alla traccia, conduce il discorso psicotico all’ipostasi di un tempo rovesciato. Finché tutto non sia già avvenuto e finché lo spazio, cancellandosi, non sovrasti sul tempo, cancellandolo.
Si potrebbe notare che ciascun elemento della successione è sembiante e pertanto ciascun elemento è fuori dal tempo lineare. Il che significa che l’elemento trovato non può mai essere quello atteso se non nell’indeterminazione della serie, nella sospensione rispetto alla rappresentazione. In effetti la successione non risulta finalizzata al motore aristotelico, alla causa prima, e il primo elemento non è all’origine né alla fine del tempo. Ciascun elemento in modo etico è inscritto nella parola e la successione che tale serie individua, risulta nella traccia semplicemente un fantasma operativo o un operatore pragmatico, perdendo la sua supposta concretezza, l’unicità e necessità.
Se il sembiante è causa nella parola, ne risulta anche il fine. In relazione al sembiante il vettore applicato non individua un modulo, una direzione e un verso già assegnati. Abbiamo detto che il sembiante vettorizza il mondo; questa affermazione è da intendere nel senso che il modulo, la direzione e il verso del vettore riguardano il mondo, in definitiva il fantasma pragmatico od operazionale su cui ci siamo a lungo soffermati, ma non il sembiante che, del vettore, risulta soltanto punto di applicazione. In altre parole, verifichiamo che in relazione al sembiante il vettore si annulla nella traccia. Come una bolla di sapone il mondo scompare.
La traccia, dunque, nella parola. Occorre che le parole seguano la loro piega affinché una traccia si scriva. Occorre che sappiamo concedere il respiro della sembianza al nome e occorre il respiro della sembianza alla frase affinché non restino entrambe soffocate nel dualismo della rappresentazione. La traccia nella parola. Con questo respiro di un tempo Altro che concerne il sembiante, un nome può orientare la frase e una frase può trovare la sua nuova misura. Nella sembianza giunge fino a svanire la differenza fra nome e significante. Lungo una traccia impalpabile e leggera si tesse il filo sottile che conduce all’evento, fra l’ordito del nome e la trama del significante non più distinguibili ormai.
La traccia è insostanziale, richiede il sembiante per scriversi. Solo il tempo ci resta come variabile per cogliere l’esistenza o meno dell’oggetto nella parola. Dunque è il tempo a dispensare l’evento, a fabbricarlo. Senza questo respiro che è il tempo le cose, che dimorano nella parola, non si piegano e non si fanno.
Come fa Valentino Rossi a vincere sempre?
Non si prende affatto sul serio ma è sempre tremendamente serio per tutto il tempo di ogni gara. E così inanella una vittoria sull’altra.
Questo pressapoco il commento del cronista sportivo. Seriamente: si tratta ancora della serie. Il non prendere sul serio se stesso può figurare come quel primo elemento della serie che, nondimeno, essendo barrato da uno zero (notiamo che, come ci insegna Peano, ciascun elemento della serie per svolgere la sua funzione di numero, divenire cifra, è barrato dallo zero), non è mai il primo. Il non prendersi sul serio è condizione per l’esistenza di una successione non ontologica; è condizione per l’esistenza di una serie fantasmatica, pragmatica. Il non prendersi sul serio, pur salvaguardando, anzi pur esaltando la funzione di specchio, non cancella per niente il narcisismo originario che, al contrario, si rivela (in modo speciale per il nostro pilota) risolutivo poiché mantiene attiva la relazione originaria, l’oggetto nella parola, il sembiante.
Valentino Rossi può avviare ciascuna volta e rilanciare la travolgente sequenza delle sue vittorie proprio perché ad appesantirlo non è la somma algebrica di quelle già conquistate di volta in volta, dal momento che per via del sembiante ciascuna volta può risultare ancora la prima.


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