LA MUSICA E L’ASCOLTO

Sabato 07 novembre 2015 alle ore 17 in via Moretta, 57/a – Torino
presso la Sala comunale della Circoscrizione 3

in collaborazione con Lunipsi

“LA MUSICA E L’ASCOLTO”
Conversazione con il Maestro Willy Merz condotta da Gabriele Lodari

Ingresso libero

“…Willy Merz canta la poesia del cosmopolita melanconico con una grande sensibilità melodica” “Le Monde de la Musique” n.306 Gennaio 2006, Parigi
“L’opera di Merz è un’esplosione di vitalità e sognante concentrazione…” “L’Express” Febbraio 2007, Neuchâtel

Nato a Lausanne (Svizzera) si è diplomato in Composizione e in Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio di Milano,perfezionandosi all’Accademia Chigiana di Siena con Franco Donatoni, all’IRCAM di Parigi e con Ferdinand Leitner in Direzione d’orchestra. Il suo linguaggio musicale è improntato alla ricerca di nuove proporzioni armoniche basate sull’immaginazione di spazi tonali non-euclidei (iperbolici ).

Scrive su commissione per importanti istituzioni musicali tra cui Teatro Colòn (Buenos Aires), Teatro Regio (Torino), Orchestra Haydn di Bolzano, Orchestra Sinfonica di Tenerife (Spagna) collaborando con solisti quali S.Azzolini, A.Lonquich, M.Bourgue, D.Chenna, C.Gasdia, H.Perl. G.Balestracci, U.Clerici, Trio Debussy.

Premiato nel 2003 dal “Concours International de Composition“ di Friburgo, è stato “Compositore in residenza” presso la Cité des Arts (Parigi), la Fondazione Gustavsson (Islanda), l’Altes Spittal (Solothurn, Svizzera), l’ATCSL (Erevan, Armenia). I suoi lavori sono pubblicati dalla casa editrice 4’ 33’’ di Monaco di Baviera.

Il suo CD “ Dépaysements” , pubblicato da Stradivarius (Milano) è stato segnalato con “quattro stelle” da “Le Monde de la Musique” (Parigi).

E’ presidente della Fondazione Merz

 

Abstract di Gabriele Lodari:

Orfeo, il più celebre musico e poeta. Tanto soavi erano il suo canto e gli accordi della sua cetra che al suo suono ammansivano le belve più feroci, gli alberi e i sassi si com-muovevano (già qui notiamo come nel mito la voce, e dunque il suono, la musica, siano indispensabili affinché le cose comincino ad apparire, a muoversi, direi acquisire un’esistenza. La storia greca ci conferma che il ritmo, la musica, quindi la poesia, pertengono all’originario, hanno preceduto la prosa e la teoria, oltre naturalmente la filosofia, e per noi la psicoanalisi, nonostante la musica sia stata poi considerata come un’arte marginale e spesso superflua; ma per noi il superfluo, ciò che scorre sopra, è necessario più dell’ossigeno, è un bisogno che precede tutti gli altri, compresa la fame e l’amore che non esistono proprio senza quel superfluo). Analogo personaggio mitologico è Anfione, il quale con il canto della sua lira muoveva le pietre che si spostavano da sole accomodandosi per ricostruire le mura della città di Tebe.

Orfeo deve la sua notorietà soprattutto per la sua discesa agli inferi. Per amore di Euridice era l’unico mortale vivente (anche se Ercole e altri lo avevano preceduto) a tentare quell’avventura terribile. Euridice era morta per il morso di un serpente. Affidandosi alla sua lira, il poeta scese negli inferi, per ricondurre Euridice alla luce (la musica è arte della luce). Con la sua musica domò Caronte che lo traghettò, mentre lui cantava, Cerbero non abbaiò, tutti i sovrani del regno delle ombre si commossero. Plutone, il sovrano assoluto, concesse a Orfeo di riportare Euridice nel regno dei vivi a condizione però che egli non si volgesse a guardarla finché non fosse uscito dalla folla delle ombre. Orfeo seppe resistere finché, non sentendo più il rumore dei passi di Euridice dietro a sé, non seppe trattenersi dal volgere il capo. Euridice rifatta ombra si dileguò al suo sguardo con ultimo saluto di commiato.

Questo è il riassunto del mito. Come intendere qualcosa di questo mito che banalmente è stato interpretato soltanto come metafora di un amore impossibile? Per ciò che a noi interessa, possiamo dire che soltanto la musica è in grado di cancellare il confine fra il regno dei vivi e quello dei morti. In questo mito, tramite la musica, l’alternativa fra la vita e la morte diviene ossimoro, anche se alla fine parrebbe trionfare la morte. Ma, prima che alla vita, il regno dei morti sbarra la strada alla musica, che della vita è condizione irrinunciabile.

Una conversazione (e l’analisi si svolge conversando) senza musica non può neppure iniziare. Un avvio di conversazione che non sia prosodico (il ritmo, l’accento) non può proseguire; una frase senza rapsodia non può sfociare nel racconto, è già una menzogna e la menzogna non può che proseguire indefinitamente eguale e a se stessa. E occorre che ciascuna conversazione sfoci infine nella melodia di un racconto. La musica è movimento e perciò, in seguito, tale risulta la vita. Senza la luce, che senza la musica non esiste neppure, tutto diventa buio pesto oppure abbagliante e confuso. In effetti, la musica precede anche la differenza fra il buio e la luce. L’arte è il solo attributo davvero indispensabile alla vita. Noi non possiamo vedere alcunché senza l’ascolto, quindi non tanto senza la luce. Non possiamo vedere nulla senza l’arte della luce, ovvero l’ascolto, senza la musica. Anche il valore di un quadro non si esaurisce certo nell’osservarlo, risiede nel fatto che ne ascoltiamo il suono, la voce.

L’arte della luce esige esperienza, esige la memoria in atto piuttosto che il ricordo, esige il racconto. Volgendo il capo verso Euridice, Orfeo rinuncia alla musica, all’ascolto, e per questo non vede più nulla. E’ possibile l’esistenza di ciascuno, l’esperienza stessa, senza la musica? Orfeo perde letteralmente la capacità di vedere, diviene cieco, senza la musica.

Tra i moderni soltanto Claudio Monteverdi sembra averlo inteso. L’Orfeo, detto a volte L’Orfeo, favola in musica, è un’opera che si compone di un prologo (Prosopopea della musica) e cinque atti. Ascrivibile al tardo Rinascimento o all’inizio del Barocco musicale è considerata il primo vero capolavoro della storia del melodramma poiché impiega tutte le risorse fino ad allora concepite nell’arte musicale, con un uso particolarmente audace della polifonia. La musica, prima che un’arte dei suoni o dei rumori, secondo la definizione del vocabolario, è un’arte dell’ascolto, e non vi è arte senza l’ascolto. L’ascolto è originario. La stessa opposizione fra osservare e ascoltare, il processo dal vedere all’ascoltare, che caratterizzerebbe la nascita della psicoanalisi, concerne un’opposizione guidata soltanto dall’ascolto; in effetti, impossibile guardare senza ascoltare. Lo sguardo dello psichiatra, o del medico, non può che essere cieco. Il vedere (che non vede) s’impone quando l’ascolto è regolato, assoggettato alle regole, al canone, al protocollo, alla classificazione, come nella presentazione dei casi clinici a partire da Charcot. Nessuna regola può precedere e delimitare l’ascolto. L’ascolto non può essere regolato da alcun protocollo, classificazione, perché senza ascolto è impossibile anche classificare, ecc. Freud se n’era accorto ed è per questo che introduce la regola dell’ascolto distratto o dell’attenzione fluttuante. Quindi, paradossalmente, una regola che sottrae l’ascolto a qualsiasi regola. Senza ascolto, ovvero con un ascolto regolato, è tolto l’intervallo della parola, soppressa ogni possibilità di invenzione, è la paralisi.

L’unica regola cui soggiace l’ascolto è quella dello spartito musicale, l’a-ritmetica, ovvero il ritmo che non può già essere regolato, ossia dato, ma ciascuna volta inventato. Si sa che non basta lo spartito musicale per assicurare una buona musica. La musica è senza regole, ma è in grado certamente di inventarle, ciascuna volta. Quello dell’analista è un ascolto musicale? Certamente. L’inconscio originariamente è musicale, la musica è sempre musica dell’inconscio, e non soltanto perché lo “attiva”, come ci mostrano i sogni. E’ la musica delle parole a guidare la loro processione. Nel racconto. La teoria è soltanto il tentativo di inventare una musica nuova, di inseguire un altro ritmo, un ritmo inconscio, automatico, nel senso che si muove da sé. C’è della musica nell’intervento dell’analista, che non ha bisogno di protocolli o di standard, così come dicevamo che c’è un tentativo di musica nel racconto dell’analizzante. Mentre la cosiddetta coscienza è ormai senza musica, ovvero è soltanto un ritornello troppe volte sentito. Nietzsche: senza la musica la vita sarebbe un errore. Aggiungo volentieri: dunque, proprio la coscienza è l’errore per eccellenza, perché crede di poter fare a meno della musica. A partire, peraltro, da Platone, con la sua condanna degli artisti e in particolare della musica. Infatti, secondo il mito illustrato nel Fedro, esistevano un tempo uomini talmente dediti al canto da trascurare tutti i bisogni primari. Da questa stirpe di uomini ebbero origine le cicale, che, credevano gli antichi, vivevano e morivano cantando. A Platone obiettiamo che, senza la musica, il fare si riduce ad un vuoto affaccendarsi, e che dunque è proprio la musica, ovvero il sogno e il racconto, il nostro bisogno primario. Il bisogno degli uomini è bisogno d’Altro, bisogno di melodia, accanto all’istinto come prosodia e al desiderio come rapsodia. Ma l’istinto e il desiderio non possono trovare alcuna espressione senza il bisogno, in quanto bisogno d’Altro.

Dal web:

Nelle antiche tradizioni sciamaniche della Mongolia, dell’Africa, dell’Arabia e del Messico, nelle tradizioni arcane cabalistiche del Giudaismo e del Cristianesimo e nelle sacre tradizioni spirituali del Tibet, i suoni vocali e gli armonici, conosciuti anche come ipertoni, sono stati usati per guarire e trasformare. Sono stati usati per comunicare con le divinità ed invocarle, per bilanciare i centri energetici del corpo e per attivare le risonanze del cervello.
In tutti questi anni di ricerca e di studio nel campo del suono terapeutico e del trasformativo, non ho trovato altra tecnica che racchiuda il potere del suono sacro come gli armonici. L’abilità di creare due o più note contemporaneamente non è altro che magia! Il fatto che questi suoni possano essere usati per intervenire in campo fisico, emotivo, mentale e spirituale li rende ancora più straordinari.Fino a tempi recenti, la conoscenza della creazione degli armonici vocali è rimasta esclusivamente custodita dal mistero esoterico delle tradizioni e non era permesso al non iniziato di accedere a questo incredibile aspetto del suono. Negli ultimi dieci anni tutto questo è cambiato. I monaci tibetani di Gyume e Gyuto hanno fatto esibizioni pubbliche in tutto il mondo. Le registrazioni dei coristi
hoomi della Mongolia sono in commercio. In Occidente, musicisti, studiosi di meditazione e terapeuti del suono come David Hykes, Jill Purce e Michael Vetter stanno portando alla luce le virtù degli armonici.
Questa potente e mistica capacità permette di emettere due o più note contemporaneamente. È uno dei fenomeni sonori più straordinari. Creare armonici vocali è un’avanzata forma di trasformazione e guarigione personale quando si è in grado di produrre i suoni da sé. Una volta raggiunta una capacità anche rudimentale di intonare armonici, il modo di ascoltare e di emettere suoni si modifica per sempre. Rende possibile l’apertura dello spettro sonoro che risuona e riverbera nell’intero universo la scienza degli armonici.

CHE COS’E’ IL SUONO? L’universo vive di suoni ed in tutti questi suoni sono presenti gli armonici. Gli armonici, conosciuti anche come ipertoni, sono un fenomeno sonoro che si verifica ogni volta che un suono viene emesso. Normalmente, ci sembra di percepire note singole quando sentiamo uno strumento musicale come il violino ed il pianoforte che suonano una nota. Invece, quasi tutte le note prodotte da strumenti musicali, dalla nostra voce o da altre sorgenti sonore, non sono realmente note pure”, ma sovrapposizioni di frequenze di note pure, chiamate “parziali”. La più bassa di tutte queste frequenze è detta “la fondamentale”. Tutte le parziali con frequenza maggiore della fondamentale sono dette “ipertoni”. Prima di cominciare un esame degli armonici come fenomeno sonoro, cominciamo ad analizzare il suono. Il suono è un’energia vibrazionale che ha forma ondulatoria. Queste onde sono scientificamente misurate in unita’ dette hertz (Hz) e prendono in considerazione il numero di cicli per secondo creati dall’energia in questione. Tale quantità’ è comunemente conosciuta come “frequenza”. È soggettivamente sperimentata come “tonalità”. Se esaminiamo le note di un pianoforte, vediamo che sono divise in 7 tasti bianchi e 5 neri. I 7 tasti bianchi rappresentano le note della cosiddetta “scala diatonica”, che è la scala più diffusa nella musica occidentale. Partendo dal Do, le note sono Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, per finire con un altro Do. I tasti neri rappresentano i diesis (o i bemolle), i gradini tra una nota e l’altra dei tasti bianchi. Sono il Do# (o Re b), il Re# (o Mi b), il Fa# (o Sol b), il Sol# (o La b), il La# (o Si b). Se una corda di un pianoforte vibra 256 volte al secondo diremo che la sua frequenza è di 256 Hz. Questa frequenza origina una nota la cui tonalità’ è detta Do. Si fa riferimento alle note anche con quest’altra notazione: C, D, E, F, G, A, B. Su un pianoforte, una corda che vibra a 293 Hz è un Re; una che vibra a 330 Hz è un Mi; a 349 Hz è un Fa; a 392 Hz è un Sol; a 410 Hz è un La; a 494 Hz è un Si e a 512 è nuovamente un Do. IPERTONIContinuando con l’esempio di una corda che vibra a 256 Hz e a cui ci riferiamo come Do, quando la ascoltiamo normalmente sentiamo la nota Do. Questo accade facendo riferimento solo alla nota fondamentale. Infatti, quando quella corda vibra 256 volte al secondo e quel Do sta suonando, molte altre note, oltre a quella fondamentale, stanno suonando. Queste sono dette “ipertoni” In molti casi non riusciamo a distinguere i differenti ipertoni che stanno risuonando e che contribuiscono a ciò che definiamo il timbro di uno strumento. Differenti strumenti suoneranno tutti gli ipertoni, ma specifici ipertoni sono più evidenti in differenti strumenti. Questi armonici dominanti sono chiamati modellanti”. Sono la parte dello spettro sonoro dove l’energia è maggiormente concentrata.Gli armonici sono responsabili della modellazione dei singoli suoni che noi udiamo e dell’unicità del timbro di ogni strumento. In un laboratorio elettronico, gli armonici sono stati separati grazie a filtri speciali in tre diversi strumenti. Ascoltando questi strumenti privati dei loro armonici era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, nonostante in condizioni normali non sarebbe stato difficile riconoscere un violino da una tromba o da un pianoforte. Gli ipertoni sono presenti anche nelle nostre voci e sono, infatti, responsabili delle nostre doti canore e della nostra voce unica. Ogni voce è diversa ed ogni voce ha le sue specifiche “modellanti” che risuonano quando parliamo.
Un intervallo è la differenza di intonazione tra due note. Un esempio è la differenza tra due note suonate sul pianoforte. La differenza tra queste due note è detta intervallo.In culture differenti la musica e la scienza non sono state separate come in Occidente. Le antiche scuole misteriche della Grecia, dell’India, del Tibet e dell’Egitto avevano un vasta conoscenza della relazione tra musica e guarigione, basata sul principio di vibrazione come la forza creatrice fondamentale dell’Universo.

PITAGORA E IL MONOCORDE Nell’antica Grecia, il dio Apollo era la divinità della musica e della medicina. Esistevano templi di guarigione che usavano la musica come forza principale per armonizzare corpo e spirito. Uno dei pensatori greci più lungimiranti che continua ad influenzare con il suo pensiero la nostra cultura è Pitagora, un filosofo del VI secolo a.C., conosciuto al giorno d’oggi come il padre della geometria. Fu anche il primo intellettuale occidentale a mettere in chiaro le relazioni tra gli intervalli musicali La chiave di questa scoperta fu uno strumento molto semplice chiamato monocorde, costituito da una sola corda tirata su una struttura in legno. Usando il monocorde, Pitagora fu in grado di scoprire che la divisione musicale creata dall’uomo dava origine a determinati rapporti. Esaminando gli intervalli creati da questa divisione, Pitagora scoprì che tutti i rapporti numerici potevano essere espressi. È probabile che la nostra comprensione dei rapporti e del sistema matematico che li governa si basi sulle osservazioni di Pitagora in campo musicale. Si dice che abbia detto: “Studiate il monocorde e scoprirete i segreti dell’universo”. Dallo studio di un’unica corda vibrante si potrebbero scoprire gli aspetti microcosmici della vibrazione sonora e, grazie a questo, si potrebbero studiare le leggi macroscopiche che regolano il cosmo.
Pitagora credeva che l’universo fosse un immenso monocorde, uno strumento con una sola corda tirata tra il cielo e la terra. L’estremità superiore della corda era legata allo spirito assoluto, mentre l’estremità inferiore era legata alla materia assoluta. Attraverso lo studio della musica come una scienza esatta è possibile conoscere tutti gli aspetti della natura. Egli applicò le sue leggi sugli intervalli armonici a tutti i fenomeni naturali, dimostrando la relazione armonica insita in elementi, pianeti e costellazioni.
Pitagora parlò di “musica delle sfere”. Pensava che i movimenti dei corpi celesti che si spostavano nell’universo producessero un suono. Questi suoni potevano essere percepiti da chi si era preparato con coscienza ad ascoltarli. La Musica delle Sfere poteva anche essere suonata negli intervalli delle corde pizzicate.
Per Pitagora ed i suoi studenti la Musica delle Sfere era più di una metafora. Si diceva che il maestro greco fosse in grado di sentire i suoni dei pianeti che vibravano nell’universo. Per secoli gli scienziati hanno fatto ipotesi sulla relazione tra il movimento dei corpi celesti ed il suono. Recentemente, usando avanzati principi matematici basati sulle velocità orbitali dei pianeti, un gruppo di scienziati ha abbinato differenti suoni a differenti pianeti. Sembra che esista un’incredibile relazione armonica. Forse questo antico maestro era davvero dotato di un udito in grado di percepire i movimenti astronomici come suono.
Nell’esempio musicale degli armonici, la loro creazione è spiegata dai rapporti matematici osservati sulla corda pizzicata. In realtà gli armonici sono una manifestazione di tutte le forme di vibrazione. L’udito è limitato ad oggetti che vibrano con frequenze tra i 16 ed i 25.000 Hz (le vibrazioni comprese in questo campo sono percepite come suoni udibili), ma questo non significa che, solo perché non possiamo ascoltare suoni al di sopra o al di sotto di questi limiti non ci siamo onde sonore impercettibili ovunque. Tutto ciò che vibra genera armonici. Poiché l’universo è composto unicamente di vibrazioni, ogni cosa crea note fondamentali con armonici, dagli elettroni che ruotano attorno al nucleo ai pianeti che orbitano attorno al sole.
Pitagora aveva una scuola sull’isola di Crotone, dove insegnava le sue spiegazioni ai fenomeni dell’universo. L’antica scuola misterica operava a tre livelli di iniziazione. Il primo livello, quello degli
“acoustici”, insegnava a riconoscere ed a mettere in pratica le varie proporzioni musicali, spiegate utilizzando il monocorde. Il secondo livello, quello dei “matematici”, approfondiva il discorso con la conoscenza dei numeri, ma anche con la purificazione individuale e l’autocontrollo mentale. Prima di accedere al livello successivo era necessario che il discepolo fosse pienamente consapevole nel corpo e nello spirito delle responsabilità legate alle sacre informazioni che stava per ricevere. Il terzo e più alto livello di iniziazione, quello degli “electi”, portava all’apprendimento di procedimenti segreti di trasformazione fisica e di guarigione con il suono e la musica. Ben poco è sopravvissuto degli insegnamenti iniziatici più elevati della scuola di Pitagora. Gli insegnamenti relativi ai suoi teoremi di geometria e delle proporzioni musicali sono parte delle nostre conoscenze attuali in campo numerico e acustico. I suoi concetti filosofici, come la Musica delle Sfere, continuano a trovare posto nelle dottrine esoteriche. Ma fino ad ora, i segreti sull’uso del suono e della musica a scopo curativo sono andati perduti. Si dice che Pitagora morì quando la sua scuola a Crotone andò in fiamme. Alcuni suoi studenti proclamarono di aver tramandato i suoi segreti insegnandoli ad altri discepoli in altre terre.

CONCLUSIONI SUGLI ARMONICI VOCALI È ormai chiaro che esiste una nuova forma di armonici vocali che io ed altri insegnanti di suono stiamo insegnando. È diversa dall’Accordo ad Una Voce tibetano e dallo stile hoomi mongolo e tuvano. È fondamentalmente un nuovo stile di canto armonico insegnato e praticato negli Stati Uniti ed in Europa. Io lo chiamo Nouveau European Vocal Harmonics. Il Nouveau European Vocal Harmonics è basato sulle tecniche utilizzate nelle tradizioni tibetane, mongole e tuvane. È comunque uno stile nuovo, che non richiede anni di pratica e non porta a forzare la voce per creare armonici vocali.
Il
Nouveau European Vocal Harmonics si impara facilmente e porta a risultati stupefacenti. Questo stile di creazione degli armonici vocali rappresenta una nuova forma di emissione sonora accessibile a tutti gli occidentali. Dato che la consapevolezza del suono è in continua espansione, abbiamo ora un nuovo modo di operare con il suono che ne tiene conto. Questo non sarebbe mai successo se i Tibetani ed i Tuvani non avessero condiviso le loro tecniche con noi.