LA PAROLA ESTREMA SALVA LA VITA – Marina Minniti

di Marina Nada Minniti

Ho diviso il mondo in quattro diverse categorie di umani:
quelli sterili che non sanno di esserlo;
quelli sterili che sanno di esserlo;
quelli fertili che non sanno di esserlo;
quelli fertili che sanno di esserlo.

Inutile specificare che appartengo alla seconda categoria, indubbiamente la più triste e forse la sola capace di suddividere il mondo in quattro categorie.
I più felici sono i fertili che non sanno di esserlo; parlano, ridono e piangono e danno perlopiù scontata la loro vita. Di solito avvertono una spinta naturale a sguazzare dentro emozioni di ogni tipo e la sera si addormentano esausti. Fanno spesso delle domande agli altri, ma raramente a se stessi.
Gli ultimi descritti sono una specie ristretta di illuminati, occupati innanzitutto a salvare il mondo. Sono perfettamente consapevoli di questa loro missione e seguono attenti un filo di luce che raramente si offusca.
Un’altra suddivisione opero tra coloro che passano tutta la vita a difendere se stessi dal mondo e coloro che passano tutta la vita a difendere se stessi e il mondo da se stessi.
Troppo schematico e platonico?
Sarà…ma tutti quelli che conosco si possono inserire una di queste categorie.
Il mondo arriva sempre dopo a salvare la coscienza ed esige, per entrare, una parola d’ordine; se non la sai passerai il resto del tempo a cercarla e il mondo sarà sempre solo un film da spiare ogni tanto, di nascosto, da dietro una tenda.
Comunque sia, ora sono qui, tra i discorsi apparentemente insensati di un bosco, le castagne che schioccano a terra e i ricordi che si nascondono dietro ai funghi.
Prerogativa degli sterili che sanno di esserlo è osservare, osservare, osservare, dentro e fuori, se sono in vena possono anche scrivere, ma solo se avvolti dall’incantesimo, che li chiama fuori dal tempo e li grazia con la parola.
Nel bosco decadono le suddivisioni, il muschio bisbiglia che capisce, anzi contempla, il basso comunica con l’alto e si apre così ad esperienze nuove.
Lo sterile che sa di esserlo si contorce, dissimula, inganna talvolta il tempo ma non smette mai di distruggersi, per diventare il personaggio di un sogno.
Invidia, compatisce e aspira ma fondamentalmente non vive.
Solo il bosco gli restituisce dignità, lo raccoglie e alleggerisce della sua storia, ma, soprattutto, lo ricarica per nuove dispendiose battaglie.
Lo sterile che sa di esserlo si riconosce dallo sguardo opaco, dai gesti calcolati e dalla particolare predisposizione estetica.
E un ottimo fotografo e implora di solito le cose di renderlo fertile, chiede alle persone di contagiarlo, non di compatirlo, proprio come se questo fosse possibile; chiede all’universo una magica trasformazione in un essere altro e per questo è disposto a tutto, anche a vendere l’anima.
Sebbene sia consapevole dell’inutilità di tutte queste richieste non può smettere di sperare, anche sommessamente, finché respira.
Guarda il fertile con ammirazione, se non fosse così sterile si potrebbe confondere l’invidia con l’amore, l’ottundimento con la bontà.
Come si mimetizza bene lo sterile che sa di esserlo! Giustifica chiunque ma mai se stesso.
Per questo motivo, la pace arriva solo nella solitudine rumorosa della natura, nelle onde cantastorie dell’oceano, nello spettacolo di luci di un tramonto ma anche e soprattutto nei sogni, perennemente agognati e attesi come fuga primaria.
Lo sterile che sa di esserlo teme lo sterile che non sa di esserlo; in parte ne invidia la tranquillità ma, più profondamente, lo accusa di non notare l’evidenza e di non provare la minima vergogna.
Il suo cuore è arido, freddo, secco e meschino e egli lo sa perché lo vede continuamente proiettato su un maxischermo e non può voltarsi dall’altra parte.
Non potrà mai essere un fertile che non sa di esserlo perché una coscienza impietosa lo accompagnerà sempre, inchiodandolo alla realtà, anche attraverso nuove terre e nuovi orizzonti.
Non potendo scavalcare il passato, la sua aspirazione più segreta rimane diventare un fertile che sa di esserlo, aiutare il prossimo, godere della propria fertilità e riconoscere la gioia negli occhi di chi sfiora.
Da ogni riflessione scaturisce ogni volta un ipnotico martellante interrogativo:
Come può dipingere un paesaggio chi non ha mai dipinto i colori?
Come creare in laboratorio la prima spontanea risata di un bambino?
Tutti i libri del mondo non aiuteranno minimamente chi non l’ha mai sentito, a percepire il profumo del mare.
E allora la vita diviene un folle inseguimento della propria ombra, una distesa rassegnata di papaveri appassiti che si stagliano contro un cielo grigio piombo.
Le parole scritte non hanno volume, intensità, commozione , ma sono tutto ciò di cui dispongo, una liana appesa davanti ad un terribile, minaccioso burrone.
Marina Nada Minniti

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