La sessualità come differenza infondata

Seminario del 26.11.2009 

Indicavamo come in relazione alla sessualità non possa esservi alcuna differenza già acquisita (anatomica, genealogica, storica) che ne possa render conto, nessuna differenza che non si riveli sempre ideologicamente marcata. La sessualità sfugge a un possibile inquadramento concettuale, in qualche modo essa si scioglie liberamente nel racconto, anarchica come la parola originaria. Nessuna differenza sessuale che, se posta a priori, non valga a fondare il mito dell’androgino, ovvero l’Uno che si divide in due.

E’ più interessante, perciò, esaminare la questione procedendo dalla considerazione opposta, ossia che nessuna differenza è possibile che non abbia a suo fondamento la sessualità. La sessualità precede quindi la differenza. Come ciascun elemento, anche un uomo, una donna, non esistono prima della parola e quindi nessun insieme maschile o femminile che sia, nessun uomo o donna, possono essere segni della differenza o sostenere la differenza; nessun segno prima della parola. Difficile, praticamente impossibile, parlare della sessualità se essa è da rintracciare in questo prima della differenza nella parola. E’ la sessualità nella parola a fondare la differenza e non viceversa. Nello stesso tempo, però, ci accorgiamo che è praticamente la stessa cosa dire differenza e dire sessualità. Come comporre questa contraddizione?

 

Consideriamo la difficoltà teorica che pone una simile asserzione: altrove abbiamo riferito la differenza alla differenza originaria nella parola e quindi ritroviamo intorno alla questione qualcosa di incongruo se non paradossale. Non risulta forse impossibile affermare alcunché intorno alla sessualità, se la poniamo all’origine della differenza stessa?

Notiamo, comunque, che la stessa differenza originaria della parola è una differenza che non ammette alcun enunciato universale su cui fondarsi. Se, dunque, poniamo in un primum logico la sessualità, questa non è comunque riconducibile a un enunciato generale.

Analogamente, in una relazione, in quanto relazione originaria, noi ritroviamo un elemento della relazione accanto all’altro senza tuttavia poter decidere in merito a una loro possibile distinzione, che non è data a priori. In particolare, tale relazione si caratterizzerà sia come congiunzione che come disgiunzione, senza poter distinguere a priori l’una dall’altra. In definitiva, gli elementi su cui si sostiene la relazione originaria che individua la differenza, non sono in alcun modo reperibili prima della relazione stessa; non sono già dati.

Ne consegue l’inammissibilità dell’enunciato universale che accerterebbe, in particolare, una differenza di genere o anatomica fra i sessi già sussistente.

Inoltre, un conto è la sessualità intesa come differenza fra i sessi e un conto è la sessualità sperimentata come evento nell’incontro. Non è la prima a condizionare la seconda. Vale piuttosto il contrario. La sessualità rivela proprio come la differenza originaria non sia per nulla ontologica e non ammetta alcun universo simbolico cui riferirsi per sostenersi.

 

Tramite la sessualità ci effettuiamo come ciascuno, non come ognuno, ossia la sessualità non ha alcun fine, per esempio la riproduzione, che non sia inscritto nel discorso e poi invalidato dalla contingenza di ciascun racconto e di ciascun incontro. Non esiste alcun canone del buon funzionamento del rapporto, perché ciascuna volta risulta la prima, e quando le cose si ripetono quasi identiche, quando i rapporti si stabilizzano, meglio sarebbe dire si cronicizzano, vuol dire che siamo già invischiati nella rappresentazione del rapporto.

La sessualità è in fondo il modo di condursi dell’esistenza stessa. Il soggetto come tale, in quanto cioè sia fisso nella credenza della propria autonoma esistenza e non si ammetta in dipendenza dal sembiante, trova precisamente nella riproduzione la garanzia per continuare a credersi tale, per esempio, credersi padre o madre o figlio. Ma non può fare altro che rappresentarsi. In questo senso giungiamo ad affermare che non esiste l’incesto. La vita, l’esistenza è sempre modale così come la sessualità che la precede. Credere nell’incesto è dunque il risultato dell’affidarsi alla ragione della riproduzione, alla rappresentazione di sé come padre, madre o figlio. Persino la credenza o il dubbio di essere uomo o donna, oppure lesbica o gay, non possono che essere ricondotti alla medesima credenza nella riproduzione come fosse un dato originario. Come detto, la differenza sessuale non può precedere la sessualità.

Pertanto, la sessualità giunge fino a porre in questione il concetto stesso di esistenza, se è per via della sessualità che noi giungiamo a scoprire l’inesistenza di una ripetizione dell’identico, ripetizione sulla cui base abbiamo fondato la nostra ragione rappresentante e, insieme ad essa, abbiamo scoperto i vincoli e le esigenze della riproduzione sessuata. Soltanto nella rappresentazione le cose si ripetono tali e quali ed è nella rappresentazione soltanto che dobbiamo anche situare l’affermazione che qualcuno avrebbe la ragione, il diritto e il dovere di porsi come padre o come figlio.

 

Cristo è della stessa sostanza del padre, ovvero la dialettica è fra significante e nome, e l’uno può convertirsi nell’altro. Inoltre è generato e non creato, il che possiamo tradurre dicendo che non vi sarebbe modo di riconoscerlo come figlio creato se non nella traduzione terrena del concetto o della ragione. Cristo è generato dal padre, non creato come gli angeli e come le varie creature di questo mondo;  è quanto ci consegna il dogma cristiano così come riassunto nel Credo (anche se Dio a questo punto non può essere considerato propriamente creatore più di nulla). Il figlio è generato, ovvero dipende immediatamente da quella sostanza insostanziale che è il padre, che infine non è altro che un nome. L’atto di creare implica il fatto di creare dal nulla – osserva l’esegesi cristiana – ma Cristo originariamente non è altro che Dio stesso e non può dunque procedere dal nulla come le altre creature. Ovvero il nulla (come il tutto e ogni cosa) non precedono in alcun modo la parola e per questo la differenza non può mai risultare ontologica. Il mistero della trinità non rinvia che all’enigma della nominazione; che tale risulta e tale si mantiene – un enigma – perché non trova più alcun appiglio concreto nel creato, ovvero nella sostanza.

Come potranno intendersi, allora, gli esseri umani se quella identità, quella sostanza, sulla quale essi credono di fondare un’intesa e l’accordo della ragione, appare fortemente compromessa dall’esistenza di una relazione che precede ogni determinazione degli elementi di cui si compone?

 

Dobbiamo giocoforza ammettere che gli esseri umani si intendono su qualcosa che coinvolge precisamente questa differenza originaria e che, anzi, la rende tale, ovvero inassumibile differenza, e questo qualcosa, per tutto ciò di cui abbiamo appena ragionato, non può essere altro che la sessualità. La differenza originaria per mantenersi tale si deve negare come tale. E questo è la sessualità. Ne consegue che l’intendimento della ragione è qualcosa di sessuale, la ragione stessa vale in quanto ragione sessuata e che, per questo, vale quando paradossalmente è messa in questione dall’Altro, quando alla ripetizione dell’identico può sostituire il ritmo di un tempo Altro o un altro ritmo del tempo. Non c’è alcuna ripetizione dell’identico (genoma, differenza anatomica dei sessi, genitalità procreativa e così via) che possa rendere conto dell’insorgere della sessualità nell’essere parlante. Correttamente inscrivendo la sessualità nella parola e nel racconto, come differenza originaria, la inscriviamo anche nella ragione dell’Altro ed essa pure, infine, non risulta altro che un artifizio. Dobbiamo allora constatare che non esiste alcuna sessualità naturale, ma soltanto una sessualità che si mette in gioco nel fare.

 

Anche l’intendimento che noi ritroviamo scrivendo o raccontando non è infine che la sessualità. Il senso è sempre e soltanto sessuale. Scrivendo non ritroviamo affatto l’identico, proprio quello su cui potremmo fondare un accordo evidente, ma quella differenza che anzitutto si qualifica come differenza sessuale. Ritrovare la sessualità nell’identico, nella biologia, nella morfologia, in una parte anatomica, in un rapporto prefissato, vuol dire cancellarla in una differenza raggelata oppure tramutarla in erotismo. La combinazione attraverso cui la sessualità entra in gioco fra il corpo e la scena concerne il tempo dell’Altro: nell’essere umano, ma perché no? persino in un fiore o in un animale. Dove le cose si mutano o meglio si fanno, lì noi ritroviamo la sessualità. La sessualità: dall’entusiasmo della scrittura e del fare, al ritmo della parola, all’intendimento, questo il cammino.

 

Se questo è il cammino, noi possiamo e dobbiamo leggere le impasse della sessualità, ivi comprese quelle che, in apparenza, sono più radicate nel fisiologico o nell’anatomico, come impasse nel racconto e nella diplomazia di ciascun rapporto, e lo stesso rapporto non esiste in quanto tale che come modalità di instaurarsi della differenza per ciascuno. Questa differenza, essendo originaria, la dobbiamo rintracciare a livello del ritmo di un tempo altro, che è appunto il tempo del racconto.

Lasciamo la parola a un noto sessuologo:

 

“I disturbi sessuali più frequenti colpiscono sia le coppie consolidate che quelle appena nate e si possono dividere in due grandi famiglie: i disturbi del desiderio o dell’eccitazione e i disturbi dell’orgasmo. Nel primo caso per gli uomini si parla di difficoltà nel raggiungimento di un’erezione soddisfacente e per le donne di calo del desiderio. Nel secondo caso invece l’eiaculazione precoce per gli uomini e l’anorgasmia (assenza di orgasmo) per le donne. Negli ultimi tempi si sta registrando un aumento del calo del desiderio precoce: dopo solo 2 o 3 mesi dall’inizio della relazione. Mentre in passato il 70% delle richieste di assistenza era relativo al deficit erettile, all’eiaculazione precoce e all’anorgasmia, oggi invece il 50% delle persone che si affidano a un terapeuta manifesta questo problema. Le principali ragioni sono: una minor comunicazione all’interno della coppia; – la scarsa possibilità di trascorrere del tempo di qualità insieme;  l’aumento esponenziale di stimoli che si ricevono dall’esterno. Sembra un controsenso, ma avere poche possibilità per stare insieme (a causa degli impegni e delle responsabilità quotidiane), invece di aumentare il desiderio alla lunga lo diminuisce. Inoltre siamo esposti a così tante sollecitazioni ogni giorno (anche di tipo sessuale) che per avere un’accensione del desiderio è necessario uno stimolo sempre maggiore e nel caso in cui non si trovino questi stimoli all’interno della propria coppia, spesso si cercano in situazioni “particolari”. Ecco perché c’è un aumento così elevato delle relazioni extraconiugali o di scambi di coppia. (Marco Rossi, psichiatra e sessuologo),

 

Quali elementi d’interesse possiamo trarre da questa analisi, che rimane piuttosto scontata e simile a molte altre analoghe che possiamo trovare in qualsiasi manuale di sessuologia? Intanto il rinvio al desiderio come prima causa delle disfunzioni sessuali indica che finalmente la questione non potrà essere risolta pedestremente chiamando in soccorso la ragione fisiologica quale causa prima. Ma a noi interessa rilevare come ancora una volta il mutare del sintomo richieda una considerazione più ampia dell’importanza e del ruolo del simbolico, in relazione al mutare dei costumi, ovvero del modo culturale, quindi politico e diplomatico, d’intendere il rapporto. La funzione simbolica, che è anzitutto funzione temporale, impregna alle radici l’essere parlante e una serie di sintomi, che potrebbero facilmente essere spiegati con il ricorso allo zoccolo duro della causa fisiologica, costringe a interrogarsi sulla dipendenza radicale della relazione sessuale dall’Altro, dal tempo e dal sembiante.  

La ricerca della questione sessuale nel fisiologico vale a piuttosto a cancellarla, perché essa non risiede in alcuna differenza precostituita e non è pertanto da ricercare nei segni della differenza. Non c’è alcun segno (o sistema, alcun sapere dato, alcuna fisiologia) che preceda l’instaurarsi della sessualità che appare in questo o quell’organo (ma anche nel corpo non inteso come parte o totalità bensì come sembianza) nelle cosiddette zone erogene.

Impossibile rintracciare nell’organo la sessualità perché essa dimora nella sembianza e precede la differenza. Impossibile una fisiologia del sesso che non sia travolta dalla parola originaria e dalla sembianza.

Non occorre, è del tutto illusorio cercare la sessualità, prospettare un regime corretto del rapporto, indagando il rapporto sessuale (che dunque non può essere migliorato, adeguato, armonizzato) se la sessualità è soltanto nella relazione con l’Altro e non nel rapporto con il partner. Ideologico oltre che vano è operare sul rapporto quando la questione riguarda piuttosto la relazione che non ammette come già sussistenti gli elementi di cui si compone. Impossibile indagare una ragione che renda conto dell’Altro se è l’Altro a informare la ragione.

 

 

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