Dalla credenza alla fede: la comunicazione sessuale
Seminario del 10 dicembre 2009
Senza sguardo, noi non soltanto non
possiamo vedere, ma non possiamo
neppure incontrare ciò che vediamo
Se noi prestiamo attenzione al suo percorso, notiamo come Freud lungo l’arco dei suoi scritti non abbia mai abbandonato la riflessione sulla sessualità: per quanto riguarda il sintomo, in particolare, ma in relazione all’evoluzione psichica dell’essere parlante in generale, assegnandole quel ruolo fondamentale che in seguito, in modo più o meno evidente, i suoi allievi hanno abbandonato o in gran parte edulcorato. Per Freud, la sessualità informa ogni gesto. Ovverosia ogni atto di parola. Informa ogni tentativo di comunicazione e ogni pratica materiale, sia essa manuale, artistica o intellettuale. La sessualità è presente nelle forme espressive più differenziate caratterizzando il comportamento dell’uomo in modo marcato nella sfera delle emozioni e in qualsiasi atteggiamento.
A differenza del mondo animale, dove la sessualità sembra occupare uno spazio marginale e del tutto circoscritto all’occasione dell’incontro, sia pure con qualche debordamento, con evidenti eccezioni che la svincolano anche in questo caso dalla mera finalità riproduttiva, nel mondo umano la sessualità è in balia di un altrove, dimora in un’adiacenza da cui finisce per permeare qualsiasi momento della vita. Per questo, in Freud, è impossibile separare l’inconscio dalla sessualità e per questo noi non possiamo che collocarla nell’Altro.
In modo particolare, alla scuola anglosassone, capofila Melanie Klein, si può rimproverare il mancato o insufficiente riferimento all’Altro, all’inconscio e alla temporalità, e la riduzione dell’evoluzione dell’essere umano a una linea continua dal passato al presente, senza la frivolezza del sembiante, senza il ritmo e senza alcun aprez coup, ossia, dobbiamo aggiungere, senza alcuna considerazione per la simultaneità del sembiante. E’ del tutto palese nella teoria l’assenza del sembiante, ovvero dell’oggetto nella parola, quale riferimento ancor più imprescindibile nell’indagine intorno alla sessualità.
Gli oggetti primari sono ricondotti unicamente all’immaginario o sono concepiti in ogni caso per estrazione da un reale banalmente inteso come già sussistente e, nella Klein per esempio, è troppo vistosa la riduzione dell’evoluzione sessuale unicamente alle vicende dell’oggetto orale, introiettato o proiettato; è una riduzione cui non sfugge neppure l’oggetto fallico, tanto da richiamare la critica se non l’irrisione di alcuni autorevoli esponenti della psicoanalisi, e non solo di scuola francese. Di André Green, per esempio, quando osserva (Le catene di eros, Attualità del sessuale, Borla, 1998) che infine per la Klein la donna durante il coito nel rapporto con il pene deve la propria capacità di godimento solo al fatto di avere preliminarmente amato, prediletto il seno di cui avrà goduto in piena sicurezza e in una suzione attiva. E Green ironicamente aggiunge che è quasi immediato dedurne che per i kleiniani il modello compiuto delle soddisfazione genitale non parrebbe essere altro che la fellatio.
Considerare l’Altro, in effetti, significa ammettere che ciascun oggetto, parziale o totale che sia, si offre all’essere umano nella catacresi originaria che gli è propria, nella figura di parola appropriata. Il sogno, il racconto, la retorica anche qui costituiscono lo sfondo sul quale si staglia l’oggetto della parola.
E invece gli allievi di Freud, contrariamente al loro maestro, assumono la relazione rappresentandola (relazione cui, peraltro, si deve ammettere che la scuola kleiniana assegna un ruolo di assoluto privilegio), ovvero rafforzano la credenza che la relazione si costruisca in riferimento a un oggetto che la precede e la sostiene. Mentre abbiamo più volte insistito che la relazione è soltanto relazione originaria, e tale risulta fin quando stia nella parola. L’origine è nella parola originaria e quest’ultima si ritrova in modo assolutamente inedito ciascuna volta.
Come accordare le molteplici attribuzioni degli psicoanalisti intorno all’oggetto? Sulle orme di Freud, la Klein e i suoi seguaci insistono almeno in una prima fase sulla relazione con l’oggetto orale, il seno materno, al quale finiscono per subordinare il ruolo svolto da quelli successivi, le feci e il fallo. Il fallo è considerato unicamente in quanto pene. Lacan ai primi tre aggiungerà l’oggetto sguardo e l’oggetto voce, e farà svolgere all’oggetto fallo una mutazione distintiva, assumendolo in quanto significante della mancanza d’oggetto e quindi all’origine anche del possibile dis-investimento e della mobilizzazione dei primi due nella parola.
Potremmo dire che in virtù della differenza che il fallo istituisce, gli altri due risultano irrimediabilmente marcati da un’a-topia e da una temporalità tali da non poterli più considerare come primari nell’ordine di un tempo lineare.
A-topici, nel senso che risultando oggetti parziali non consentono il riferimento ad alcuna totalità di riferimento, neppure al corpo della madre che per Lacan non esiste più in quanto oggetto totale. E’ noto il percorso di Lacan: dall’oggetto parziale, al fallo, alla Cosa, all’Altro, infine all’oggetto piccolo a, sempre più esaltando l’autonomia del simbolico nelle vicende dell’evoluzione sessuale umana. Ciò nonostante, gli oggetti sguardo e voce, per quanto analizzati con attenzione, anche sulla scorta della riflessione di Merleau Ponty, non assumeranno una specificità tale da potersi facilmente distinguere dagli altri due oggetti o dallo stabilire una relazione con questi che sia chiaramente decifrabile. Diciamo che l’oggetto, in Lacan, continua ad accusare il difetto di una certa inerzia e di un sostanzialismo e inoltre, quale supporto di un reale già dato, sebbene irrimediabilmente perduto, è più o meno implicitamente distinto dal sembiante. E questa distinzione sarà in seguito praticamente istituzionalizzata dagli allievi. Insomma, in Lacan e ancor più nei suoi allievi, l’oggetto non è ancora pienamente tale, ossia non è ancora oggetto nella parola.
E’ in virtù di questo intervento dell’oggetto fallico, ossia, ormai per noi, dell’apertura introdotta nella parola sulla base dell’irrompere dell’oggetto, del sembiante, che i “primi” due, quello orale e quello anale, risultano in realtà “secondi” e possono essere considerati soltanto come oggetti da ritrovare. Immediatamente tutta la riflessione post-freudiana sull’oggetto appare contrassegnata dal sostanzialismo e, in definitiva, risulta semplicemente mitica o, per meglio dire, permeata propriamente dal discorso ideologico. Accogliendo senza riserve il primato della parola originaria è infine il corpo, inteso come sostanza, come totalità, ma anche come collezione di oggetti parziali, che si dissolve.
Non si può non constatare che gli esseri umani, i pensatori che hanno voluto rinnovare nel campo della filosofia, della teologia o della psicoanalisi, non hanno potuto far altro che prendere le mosse dal loro rapporto con il sembiante, ovvero dall’incontro, dalla dimensione pragmatica della voce, accedendo a quella dello sguardo e dello specchio. Nel corso della storia, il mutare continuo delle pratiche sessuali, dei modelli di seduzione o della supremazia accordata di volta in volta all’oggetto orale rispetto a quello anale e così via, testimonia ancora di questo ruolo primario dell’oggetto fallico e delle sue vicende. E’ quanto possiamo constatare.
Quindi l’apertura provocata dall’oggetto fallo non è soltanto da intendere come apertura alla parola, ma, se vogliamo esprimerci in questo modo, come un incarnarsi del verbo, ovvero un lasciar apparire l’oggetto corporeo di volta in volta interessato al quale si appunta il significante fallo.
Non dovremmo in effetti riconoscere che si tratta di un vero e proprio suscitare l’oggetto all’esistenza? L’oggetto orale come quello anale sono in realtà provocati all’esistenza da quell’oggetto della parola; il sembiante, con le sue funzioni. E le funzioni di quest’ultimo non sono mere funzioni descrittive, ma ciò che rende conto del venire all’esistenza nel tempo, dei restanti oggetti come pure di ciascun evento mondano. In effetti, non potremmo vedere alcunché senza l’oggetto sguardo, non potremmo incappare in nessun incontro senza l’oggetto specchio, né saremmo in grado di accogliere alcun evento senza l’oggetto voce.
Sebbene, a voler essere precisi, dovremmo constatare che anche la distinzione fra specchio, sguardo e voce, in quanto tale, solo impropriamente può essere definita originaria, essendo originaria soltanto la differenza nella parola, il due che cifrandosi si volge nel tre. La diremo logicamente originaria; lo specchio è prossimo all’originario accanto alla voce o accanto allo sguardo, lo sguardo accanto alla voce. Dunque, lo specchio non può operare senza lo sguardo, e così via, e in effetti conosciamo specchio, sguardo e voce soltanto in quanto idea. Ne consegue che ciascun evento non può non risentire in modo più o meno distinto delle tre funzioni.
Constatare il ruolo marginale dell’oggetto orale o di quello anale, rispetto a quello fallico, ci consente di proseguire con ulteriori suggerimenti. La marginalità non è infatti misurabile a partire da un confronto fra oggetti, ma come differenza nel discorso. Vale a dire che noi possiamo reperire l’oggetto orale per un verso e quello anale per l’altro, soltanto in rapporto al discorso e alla deriva subita dal discorso. A partire dall’annotazione di Lacan che individua l’oggetto orale in quanto suscitato dalla domanda del soggetto rivolta all’Altro e quello anale in quanto suscitato dalla domanda dell’Altro rivolta al soggetto, releghiamo entrambi in un campo discorsivo che è incongruo rispetto all’originarietà del sembiante e che finisce per farli dipendere soltanto dal discorso stesso. Non si tratta forse per noi di verificare semplicemente che l’accentuazione metaforica e quella metonimica, quali vicende del discorso, possano bastare a render conto rispettivamente dell’esistenza dell’oggetto orale e di quello anale, proprio soltanto perché trascurano la funzione pragmatica del sembiante (la catacresi) e pertanto lasciano ancora sopravvivere il soggetto quale parassita del discorso? Dove vige la supposizione positivista che l’oggetto sia distinto dal sembiante, come nella scuola lacaniana, allora abbiamo un soggetto che si contrappone a un oggetto già dato (sia pure perduto) e s’impone la linearità di un tempo irreversibile. Allora avremo anche la cosiddetta fissazione alla fase orale o anale, intesa come atteggiamento di padronanza o soggezione nei confronti dell’Altro. E infine, quale inevitabile corollario del discorso, o anche del fantasma materno di cui abbiamo lungamente argomentato, non sarà che la morte a regnare sovrana.
Consideriamo in proposito un brano tratto da Lacaniana, Les séminaires de Jacques Lacan, Fayard 2005, laddove il curatore Moustapha Safouan, fra gli allievi più conosciuti di Lacan, nell’introduzione riprende la teoria dell’oggetto a in rapporto al fallo e alla sessualità:
“…l’oggetto-causa di desiderio, che si appigli originariamente ai significanti della domanda indirizzata dal soggetto all’Altro oppure dell’Altro al soggetto – diventato il significante essenzialmente indicibile del desiderio -, non riveste il suo carattere sessuale che in quanto viene a simbolizzare il fallo. Una volta che sia così costituito, diventa la funzione che prende gli oggetti fra le sue parentesi come altrettanti argomenti. E’ per il fatto di giungere al suo posto, per il fatto di planare al di là del piacere come luogo di un godimento sognato, che l’oggetto riceve i suoi titoli di oggetto desiderabile e non dalle sue intrinseche qualità. Ne deriva che, per determinato che esso sia, il desiderio conserva in ogni caso il suo carattere gratuito. Condivide con la morte l’indifferenza alle qualità e alle ragioni.” (pag. 24, traduz. mia).
Accanto alla consapevolezza dell’originario, dell’apertura alla parola e alla sessualità, in relazione al fallo, permane in questo brano il luogo comune di un’esistenza indipendente degli oggetti che si limiterebbero ad acquisire il loro statuto, di oggetti desiderabili, tramite il fallo, conservando nondimeno la loro natura di oggetti per così dire naturali con le loro intrinseche qualità. In sintesi, è conservato il dualismo fra il simbolo e la cosa. E insieme con questo dualismo rientra dalla finestra quel tempo lineare, che sembrava cacciato dalla porta per la bella considerazione di quel significante del fallo che “prende gli oggetti fra le sue parentesi come altrettanti argomenti”. Però la fossa era già scavata, pronta fin dall’inizio per l’oggetto, se soltanto qualche pagina prima era adottata la definizione fenomenologia dell’oggetto come di ciò che – pur ammettendo la complicazione derivante dalla considerazione del linguaggio – è dell’ordine di quel reale localizzato nello spazio e nel tempo (ibid, pag. 9).
Per questa via il sogno risulta infine apparentato alla morte, anzi è proprio la morte che paradossalmente viene a usurpare il posto del sogno.
Noi situiamo invece, per così dire, fuori discorso gli oggetti specchio, sguardo e voce sottraendoli al dominio o alla tirannia della sostanza e indicandoli come funzioni del sembiante. Di quel sembiante, in realtà indefinibile, che denominiamo l’oggetto nella parola proprio e unicamente per sottolineare la sua funzione. Mentre l’oggetto orale e quello anale testimoniano soltanto di una certa deriva del discorso, gli oggetti specchio, sguardo e voce sono all’origine del discorso stesso e delle sue vicissitudini. L’oggetto fallo, infine, è questo significante di frontiera che possiamo intendere come una cerniera fra oggetti che provocano e oggetti suscitati dalla provocazione stessa.
Anche il modo secondo cui quelli che possiamo ben definire oggetti parziali (seno, bocca, orecchi, spalle, gambe e oggi persino l’ombelico) sono stati esibiti, offerti allo sguardo nel corso della storia, attesta semplicemente un tale privilegio del fallo con la sua mobilità rispetto agli altri oggetti, e l’incessante interagire fra il fallo e il discorso o l’ideologia di quel momento storico particolare. In effetti, questi oggetti parziali che affiorano di volta in volta rivelano la loro autentica natura di feticcio, ovvero di tangibili rappresentanti del fallo.
Quando allentiamo la fede nella parola noi ci volgiamo alla dimensione adiacente dei fatti e siamo già nella rappresentazione degli altri e del mondo. Rap-presentare il mondo significa direttamente sottrarlo al tempo dell’Altro e imporgli la dimensione del passato del presente del futuro. Allora ci rappresentiamo l’Altro e degradiamo questa fede tramutandola nella fiducia verso il futuro o nel rimpianto del passato. Non facciamo che ripetere inconsapevolmente quest’operazione che corrisponde precisamente a quella di trascurare la scrittura, di non abbandonarci alla scrittura. Infatti, scrivere significa necessariamente incontrare, e disporsi ad accogliere, l’equivoco del nome, la menzogna del significante e il malinteso del racconto, nel ritmo del tempo Altro. E questo corrisponde ad accogliere la sessualità. La sessualità si sviluppa intorno a questo vuoto e procede da questo vuoto, è già dunque presente come il vuoto scavato dalla parola, ovvero dal suo taglio.
Prestar fede alla parola e scrivere sono operazioni in qualche modo affini. Ma per fede nella parola s’intende precisamente il rifiuto della rappresentazione e l’affidamento al taglio, alla traccia della parola. E la noia di ogni giorno corrisponde precisamente a questo rivolgimento, a questa noncuranza nei confronti della parola. La certezza è, infine, nient’altro che la noia. Il velo della noia, della preoccupazione o del malessere, e del sintomo conseguente, si stende se allentiamo l’attenzione e trascuriamo di affidarci al taglio della parola. La noia è l’enunciato che non ammette più una nuova versione. Quando siamo indotti a credere nel fatto, ovvero nella rappresentazione dell’Altro. Nondimeno, possiamo rimediare alla noia con la consapevolezza e l’attenzione che sostengono il nostro impegno.
La rappresentazione dell’Altro, in cui persistiamo comunemente, è precisamente il risultato del nostro indugiare nella credenza nel fatto. Credenza nel fatto del passato cui subito corrisponde l’invenzione di un futuro nel quale credere. Allora diventiamo visionari; illusi o pessimisti. Ma questa non è la speranza. Non siamo nella traccia della fede, ma indugiamo in una semplice credenza. La fede, cui possiamo assimilare la traccia della parola, s’innalza solitaria e anche autorevole come una lama affilata. E’ svincolata dalla scena mondana dei fatti e delle credenze.
L’attenzione alla parola è disposizione all’ascolto, che non è mai ascolto diretto, ma che è sempre, se vuole essere tale, ascolto distratto. Ascolto distratto dal mondo ma attento alla parola, cioè attento all’equivoco del nome e alla menzogna del significante. Lasciarsi condurre da un nome, perché introduca altri significanti e lasciarsi distrarre da un significante perché riveli il nome ad esso soggiacente. E’ l’operazione analitica fondamentale, ma è anche il principio etico di ogni possibile comunicazione, ed è quanto corrisponde precisamente all’effetto della scrittura.
Gli esseri umani s’intendono precisamente intorno a questo nulla, ma occorre precisare che questo nulla non è qualcosa che si opporrebbe al tutto di un mondo già sussistente. E’ il nulla come effetto di una parola autentica, cioè dell’apertura della parola, di cui si diceva, per via dell’equivoco e della menzogna, per via del malinteso del racconto. Questo nulla è indispensabile per l’esistere di ciascuno nel mondo, oltre che per il profilarsi del mondo stesso, e questo vale come disposizione all’accoglimento, nient’altro che questo dobbiamo intendere per sessualità.
La comunicazione e la scrittura producono il nulla dell’esistenza e il nulla dell’esistenza è già immediatamente la sessualità. Come se la sessualità, ciascuna volta da ritrovare, perdurasse intangibile dietro lo schermo del discorso. La sessualità non è qualcosa che si effettua fra due esseri umani che siano già esistenti, prima della stessa relazione. Al contrario li effettua come esseri umani desideranti e sessuati nella relazione stessa. Per questo abbiamo accennato alla sessualità come in definitiva a qualcosa che corrisponde alla stessa esistenza.
La sessualità rimane intangibile dietro lo schermo del discorso, dunque non è coinvolta nella circolarità e nella linearità che sono caratteristiche del discorso. Essa non ha durata. E il discorso non è in grado di gestirla. Se persistiamo nel discorso (ricordo che il titolo del seminario di quest’anno è: il discorso nevrotico e la sessualità) è impossibile un accordo e la sessualità si manifesta come dominio sull’oggetto oppure come assoggettamento, come erotismo o ricordo o rappresentazione, deprivata del suo ritmo che è il ritmo dell’Altro, della parola. Alla parola sono affidati il ritmo del tempo e la sessualità.


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