Il corpo, la scena, la voce, la sessualità

Seminario del 10. 1. 2010

 

 

 

 In effetti, tutto ciò che chiamiamo realtà

non è che un sottoprodotto, uno scarto

                                                                            della nostra relazione con il sembiante.

 

L’incontro con qualcuno è contrassegnato dall’evento dell’incarnarsi della parola. E’ un evento che irrompendo nel tempo lineare sconvolge la rappresentazione e ridisegna il confine tra il corpo e la scena che non può mai trovarsi scritto in un prima. La vera menzogna è questo installarsi nella credenza della scrittura come un limite già tracciato. D’altronde è questo confine che i vangeli varcano incessantemente volgendosi a quella apertura che sanno mantenere così mirabilmente, vale a dire l’apertura costituita dal verbo incarnato.

 

Anche il fallo, in quanto significante  che contraddistingue simultaneamente l’apertura e l’incarnazione, è tale soltanto quando si presenta in questo momento dell’incontro. Il fallo è pertanto l’indice della differenza. Qualora sia inteso (come avviene in ambiente lacaniano) come significante della mancanza, ciò vale a ridurlo in qualche modo a un significante rappresentato, a relazione già scritta piuttosto che in atto, vale a dire contrapposto a una differenza già istituita o quale marca di una relazione che non precede gli elementi di cui si compone. Intenderlo come il significante della mancanza d’oggetto vale in qualche modo a istituirlo già come feticcio.

Se vogliamo iniziare la questione in questo modo, possiamo notare che l’incontro che intervenga  per ciascuno è variamente contrassegnato da un indice, per ciascuno si presenta il significante del fallo, più o meno incarnato, o più o meno rappresentato. Questo indice della differenza si può presentare sul corpo,  mostrandolo come corpo velato, come corpo che si sottrae o che ingombra, come corpo perfettamente governabile o impacciato, come corpo irrigidito o fiacco; in tutti questi casi si tratta del fallo rappresentato. Il fallo che irrigidisce il corpo o che lo rende ingovernabile, ossia che anziché instaurare la relazione, in entrambi i casi la compromette fino a renderla impossibile. Il fallo deve sussistere soltanto in quanto indice dell’apertura, è l’indice del due. E questo indice precede la distinzione tra le parole e le cose come ciascun dualismo, almeno fino a che precede la rappresentazione. Poiché le cose si evidenziano come tali quando c’è un corpo, esse provengono dal corpo. In ogni caso il corpo, senza essere fondamento, deve essere governabile dalla parola per l’instaurarsi di un rapporto soddisfacente con le cose e per l’incontro. Ma un corpo non esiste se non nella parola, esiste come corpo e come scena. Un corpo non può essere fondamento, se fondamento esclusivo è la parola. La parola è il fondamento senza fondamento. E la sua traccia, della parola, che evidenzia un corpo, il fallo, è l’unica incarnazione possibile della parola originaria. La parola che si fa carne contrassegna l’apertura della parola: dal due, al nome, al figlio, all’Altro.

 

Originaria contraddizione, bizzarro fondamento: la parola è fondamento per il suo sottrarsi e non per il suo permanere. Per il suo sottrarsi e rinviare ad Altro. Essa è fondazione non appena si scopre senza fondamento. Allora, se potessimo risalire indietro, ma non è un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, dovremmo prospettare questa nuova successione per individuare il destino del rapporto fra il corpo e la scena: dalla parola al corpo alle cose e infine, per dirla così, alla disgrazia del fondamento. E il fallo è proprio l’indice che poi finisce per ordinare in qualche modo questa successione. In effetti, non sono che le vicende della parola stessa a ordinare una tale successione.

La domanda cui si cerca di tratteggiare una risposta mediante il fallo è la seguente? Come incontrare? Ma di per sé non è il fallo lo strumento utile per incontrare, ovvero non è la sua rappresentazione che rende, al contrario, ingovernabile l’incontro.

 

La parola trovatore fa riferimento all’arte esercitata da coloro che venivano chiamati così: trobar significa sia trovare sia incontrare sia comporre versi. E’ un nodo i cui riferimenti convergono a determinare la figura del poeta cantore. La dimensione parlata è presente fin dalla sua origine; infatti non proviene dal latino scritto, classico, bensì dal volgare comunemente diffuso. Il verbo trovare non esiste nei testi, ma è molto diffuso nel linguaggio parlato. Gli studiosi concordano sul fatto che derivi dallo slittamento di una parola più colta, tropos, che diventa così: “parlare per mezzo di figure” e “parlare figurato”. A fianco di questa seconda accezione, leggermente diversa dalla prima, sorge la locuzione “inventare cose”. Il trovatore è sia colui che trova per caso (aggiungendo a trovare il suffisso tore) sia colui che trova perché cerca (trovare più tor).

In realtà, il trovatore è colui che inventa perché crede nella poesia e nel racconto. E’ colui che trova essendo anzitutto poeta. Il poeta cantore si affida dunque al ritmo e alla retorica, ovvero alla sembianza. E’ colui che incontra perché ha scelto di cantare, come se da tempo immemorabile avesse optato per la rinuncia al fallo, vale a dire alle strategie mondane della sua rappresentazione.

Le usanze, la cosmesi, lo stile della moda, i costumi e gli abiti della seduzione attraverso i secoli, come il corpo in generale, ad esempio la scelta delle sue parti nude da offrire allo sguardo, sono altrettante modalità di rappresentazione del fallo. L’elisione che si è sempre perpetrata più o meno carsicamente è stata quella del sembiante in favore del fallo rappresentato, cioè in favore del feticcio.

 

Freud afferma, sempre ne La differenza anatomica fra i sessi (p. 213 e segg. vol. 10) che l’effetto certamente più importante dell’invidia del pene o della scoperta dell’inferiorità della clitoride, è la minor sopportazione della masturbazione nella donna…, e spiega questa rivolta della bimba contro l’onanismo fallico con l’ipotesi che il piacere che essa prova con questa attività le sia malamente guastato dall’umiliazione narcisistica connessa con l’invidia del pene.

La minor sopportazione della masturbazione nella donna, resta qualcosa da dimostrare e con una certa cautela Freud accenna a una possibile convinzione del tutto personale al riguardo. E’ certo che l’autoerotismo è una pratica che concerne del tutto differentemente entrambi i sessi. Per tutto quanto finora teorizzato si tratterebbe piuttosto di mostrare come il rapporto con le funzioni del sembiante sia anche in questo caso del tutto decisivo e discriminante. Se di differenza si può parlare tra un uomo e una donna questa concerne piuttosto la relazione con la funzione sguardo del sembiante. La posizione di “invidia del pene” della donna, interpretata come posizione differente rispetto al fallo, non è che un contraccolpo del modo di relazione con la funzione di sguardo. L’invidia del pene si traduce per noi semplicemente nel rifiuto dell’erotismo dello sguardo, vale a dire nel rifiuto di vedere e spesso di essere guardata. La donna in qualche modo sa che la questione dell’essere guardata è una questione che concerne il fallo e sa che è una questione derivata rispetto alla relazione originaria con la funzione sguardo del sembiante. Per questo la donna pur puntando certamente sul desiderio fallico, e dunque non disdegnando di offrirsi allo sguardo, anzi facendo di questa esibizione qualcosa di fondamentale nella strategia della seduzione, nondimeno tiene conto delle altre funzioni del sembiante quali lo specchio e la voce. Lo sguardo è utilizzato come funzione del sembiante, dunque più facilmente per incontrare , e dunque per trovare, anziché per guardare.

 

Teorizzando a partire dalle funzioni del sembiante, infine, le questioni si pongono in modo più semplice e la differenza sessuale è rinviata alla differente modalità di rapporto con il sembiante anziché con il fallo, il quale non risulta che una conseguenza.

Occorre una dis-posizione in relazione al sembiante. La voce effettua questa dis-posizione che è anzitutto il togliersi da una posizione prestabilita che caratterizza come impossibile il rapporto sessuale, per accogliere l’evento. L’impossibile del rapporto è l’impossibile della relazione; l’impossibile è una questione di relazione con la parola e non nel confronto con una presunta realtà o reale irraggiungibile.

Possiamo distinguere fra incontro e miracolo: l’incontro che assume la parvenza del miracolo non è qualsiasi incontro, ovviamente, non riguarda chiunque io incontri, ma si presenta là dove l’altro assume con maggior pertinenza i tratti del sembiante. O è là dove l’evento si staglia dal tempo del prima e del dopo e fa la sua irruzione come in un crepaccio del tempo lineare. Là dove il ciascuno che incontro o l’evento che accade rinvia alla sembianza e, in particolare, direi all’illusione o alla fantasia di desiderio che non sia lavorata, elaborata al punto da trasformarsi e ridursi in aspettativa. Il desiderio, l’illusione, la fantasia, ossia il fantasma che non sia fantasma materno, che non sia già rinchiuso su se stesso, ma che sia contrassegnato dall’apertura, è in corrispondenza immediata con l’evento. Mentre il tempo spazializzato non è in presa diretta con il sembiante. L’illusione, situandosi oltre la realtà, non le si contrappone per nulla, ne è anzi la condizione, purché non si degradi in aspettativa. L’illusione partecipa ancora della simultaneità del sembiante e in questo è riposto il suo valore.

 

Se volessimo parafrasare, trasformandolo radicalmente, lo schema freudiano dell’Interpretazione dei sogni forse dovremmo trascriverlo così: illusione – evento o miracolo – avvenimenti nel tempo spazializzato; anziché nel modo seguente che caratterizza invece il discorso materno: illusione – avvenimenti nel tempo spazializzato – evento o miracolo. Il miracolo è una caratteristica dell’illusione che precede la sua conferma ad opera del discorso materno, un’illusione peraltro la cui conferma vale egualmente come sua obliterazione.

Il miracolo contraddistingue in conclusione la parabola, il racconto, la narrazione. Si situa nell’intervallo. Ciò che denominiamo sembianza non è una mera rappresentazione sfuocata e illusoria, nel senso di alterata o addirittura sfalsata, della realtà, non duplica una realtà soggiacente che sarebbe quella autentica, ma è la sua attivazione nella realtà della parola. La realtà cui ci riferiamo comunemente è invece l’alterazione della sembianza catturata nel discorso.

 

Il miracolo, dunque, nell’intervallo della narrazione. Il miracolo che esige la narrazione. Esige di attivare l’Altro con le sue risorse che non sono del soggetto. Improduttivo, del tutto insufficiente, un semplice sforzo di volontà. Occorrono i dispositivi di attivazione della sembianza, dunque specchio, sguardo e voce. Nessun incontro o miracolo senza lo specchio, lo sguardo e la voce.

Il miracolo richiede la dis-posizione, ovvero il distacco dal tempo spazializzato e richiede la navigazione nella sembianza. Invece il discorso nevrotico sopravvive continuamente posizionato. Insediato in un posto perché insediato nel concetto, come il discorso ossessivo, o nello spostamento continuo, come nel discorso isterico, ma lo spostamento incessante non è ancora dis-posizione. E’ dis-locazione, da un posto all’altro, evitando ancora l’intervallo, scavalcandolo. Questo spostamento che senza tregua caratterizza il discorso isterico, in effetti, non è una messa in questione della realtà spazializzata, ne è anzi una paradossale legittimazione e quindi una conferma, una consacrazione. Il senso di colpa, l’aggressività, nascono dall’impossibilità di affidarsi alla leggerezza della parola. Il peso della colpa procede dalla gravitazione nel discorso materno.

L’orientamento, la direzione, la traccia, che come già abbiamo avuto modo di notare, non sono rappresentabili da alcun vettore, sono la dis-posizione effettuata dalla voce. E’ anche ciò che intendiamo comunemente per felicità. L’essere umano è felice, non quando è soggetto (così è stato interpretato un enunciato di Lacan al riguardo, il quale peraltro accennava alla solitudine del soggetto), ma è felice per effetto della voce. L’essere umano è felice quando si affida alla dis-posizione senza direzione vettorizzata (o senza fallo rappresentato). Forse Lacan intendeva il ciascuno dis-posto quando si riferiva alla felicità come tratto caratterizzante la solitudine del soggetto inconscio. Felicità è la dis-posizione instaurata nella sembianza per il tramite della voce.

 

Il significante dis-posizione lascia risaltare l’equivoco fra “togliersi da una posizione”  e “predisporsi a”, ma è lo stesso nome dis-posizione a esigere l’equivoco, per sollecitare una frase che, risultando menzognera, a sua volta susciti il fraintendimento del racconto. L’equivoco, come la menzogna, fino al fraintendimento, per accedere al ritmo del racconto. Qualsiasi parola detta è insufficiente per cogliere il sembiante. Qualsiasi parola detta che si neghi per via dell’equivoco è all’inseguimento del sembiante. L’equivoco è l’abbandono alla parola, un abbandono che è rinuncia al fondamento, al nome del nome, all’ultimo significante. Il racconto è anch’esso un abbandono, quasi un commiato rivolto alle credenze relative al discorso, un ripiego salutare alla comunicazione fondata soltanto sulla persuasione e su nessuna convinzione che possa durare.

 

Come avviene che gli eventi si presentino come miracoli nel racconto? E’ questa la risorsa degli umani. La dis-posizione possibile all’oggetto nella parola. Un legame che è tale perché separa, separa dal fondamento, dal posto, mantenendo simultaneamente possibile la relazione.

Si potrebbe dire che la dis-posizione è la condizione naturale degli esseri umani. Essa interviene anche quando semplicemente stanno camminando o siano intenti a qualsiasi attività. Se stanno camminando, a furia di camminare, non trapassano semplicemente da un luogo a un altro. Ciascun luogo attraversato risulta un non luogo rispetto a quello nuovo che li attende. Possono certamente convincersi di avere attraversato luoghi diversi e anche perfettamente noti, li possono enumerare e porre in successione ordinata, l’uno dopo l’altro, ma la cosa più importante è che questi luoghi li hanno incontrati, prima di tutto incontrati. Persino l’atto eventuale di filmarli, con l’intento di ritrovarli tali e quali, non è sufficiente garanzia all’asserzione che essi fossero o sarebbero già sempre lì. Il movimento degli esseri umani non può essere definito (ma la scienza fisica si sostiene anch’essa su questa invenzione) per nulla dal trascorrere da un luogo al successivo, bensì da un movimento che è il movimento della parola, un movimento attivato dal sembiante.

 

Questi luoghi non esistono prima di averli incontrati, sono accaduti, uno dopo l’altro all’esistenza per ciascuno che li attraversava. E ciascuno che li attraversava era in qualche modo costretto al riconoscimento della loro non esistenza in quanto luoghi già definiti prima del suo passaggio. Questo è fondamentale! Ciascuno camminando, o svolgendo qualsiasi attività motoria, è confrontato con un “non”. Non è questo il luogo come lo ricordavo, non è lo stesso luogo di qualche tempo fa, oppure anche, qui non sono mai stato, e così via. Ciascuno esperisce almeno la sospensione rispetto al qui ed ora del luogo scritto, rappresentato o ricordato. Rispetto al luogo nel quale era già stato. Ciascuno progressivamente s’inoltra, per così dire, nella propria astrazione (che noi abitualmente scambiamo piuttosto con la nostra eventuale fatica). Siamo certo affaticati, possiamo esserlo, ma in qualche modo siamo anche felici o appagati. Il nostro stesso corpo si sposta rispetto alla scena, perché questo confine era arbitrariamente tracciato soltanto da un confine già scritto, da un mero enunciato e non da un limite oggettivo e concreto.

 

Se non basta ovviamente un esercizio fisico a suscitare il sembiante, è chiaro tuttavia che un esercizio fisico ne è la prima condizione. Ecco perché constatiamo altresì che la condizione del miracolo è proprio nel lavoro. Il lavoro come sistema per attivare il sembiante.

Siamo all’occorrenza felici, possiamo esserlo poiché ora in qualche modo sentiamo concretamente, essendo nel massimo della nostra astrazione, che siamo nella giusta dis-posizione rispetto al sembiante. Ora siamo finalmente ben dis-posti. Siamo pesanti o leggeri? Il nostro peso è proprio ciò che consente alla scena di spostarsi. Ora il nostro corpo può anche essere simultaneamente leggero e pesante.

Anche l’esercizio della voce è un esercizio fisico. Non in quanto comporta un movimento e un impegno delle corde vocali, ma soprattutto perché quando agisce sul corpo, agisce sul corpo in quanto esso procede dalla sembianza, e la voce lo spiazza rispetto alla scena, persino lo fa debordare o restringere (metafore anch’esse da considerare per il loro valore di equivoco, dal momento che manca il riferimento rispetto a cui, per il debordare o il restringersi, potrebbe darsi una stima) rispetto alla scena, lo riposiziona, ossia lo dis-pone rispetto alla scena sulla quale ora possono raccogliersi le cose che a partire dal corpo potranno fare la loro comparsa. Il corpo si allarga o si restringe ovvero si predispone all’incontro come sembianza in grado di accogliere opportunamente il mondo simbolico di coloro che vuol disporsi a incontrare.

 

Soltanto in relazione alla funzione voce del sembiante un evento si presenta come miracolo. Per spiegare in modo più disteso questo fatto cominciamo col dire che è soltanto per le funzioni del sembiante (pro-vocazione) che qualcosa interviene come oggetto nella parola. Plasmato dall’Altro l’oggetto, che si para innanzi o che si getta contro, si presenta rispettivamente a ciascuno come equi-vocazione, in relazione allo specchio e alla sintassi, come in-vocazione in relazione alla frase e alla domanda, infine come e-vocazione in relazione alla voce e al racconto. Ed è infine l’evocazione, la quale inanella la memoria con l’avvenire, a non consentire di spiegare l’irruzione miracolosa dell’evento, in modo riduttivo, come un evento del tutto inatteso. In ciascun registro della parola.

L’evocazione è la risorsa umana che sovrasta qualsiasi umano discorso.

 

 

 

 

 

Lascia un commento