TRACCE FREUDIANE – Gabriele Lodari
di Gabriele Lodari
Ai suoi primi vagiti, qualche parola sulla nostra associazione. Prima di tutto il nome. La scelta del termine tracce accanto a freudiane vorrebbe escludere ogni idea di filiazione o di genealogia, come pure il richiamo a una discendenza ideale. Non siamo figli di Freud, ma non ci consideriamo nemmeno suoi discepoli. Piuttosto, sperimentiamo ogni volta l’opportunità di cogliere nel testo freudiano la traccia per un’invenzione, per un cammino intellettuale di cui la nostra associazione rappresenta lo sbocco conseguente. E’ un percorso necessario per ciascuno che si interroghi sulla propria questione di ritrovarsi ad essere animato dall’interesse per la psicanalisi. Vitale è per noi l’impegno a leggere il testo freudiano con l’attenzione a quella scrittura nelle sue svolte, nella sua profonda semplicità, nel labirinto che magistralmente sa costruire ogni volta e nelle sue impreviste aperture. Dunque, cercare quella traccia come solco da cui può germogliare la parola piena; una parola che irrompendo come motto o come lapsus ci offre l’opportunità di configurare diversamente il discorso, aprirlo a nuove occasioni.
Leggere Freud significa confrontarsi con l’Altro, ed è pertanto un modo per affrontare un compito al quale nessuno può sottrarsi. Similmente, non possiamo che affrontare la vita come un compito: non più dovere o sacrificio, la vita diviene un compito da svolgere nella parola. Se questo e non altro è lo sbocco di un’analisi, questa è anche la via sulla quale ci accingiamo ad impegnarci. Se la vita è nella parola, il nostro compito prende forma mediante la parola. E’ dunque un compito intellettuale. In tal modo, l’attenzione alla parola appare come l’unica forma accettabile di attenzione verso la vita. Non vi sono altre strade da percorrere.
L’associazione non è un modo di stare insieme o farsi compagnia. La solitudine di ciascuno è un dato immedicabile; incurabile e per fortuna, dal momento che, come la voce, la solitudine rappresenta la condizione per agire. Cioè, per parlare. La solitudine non può ricondursi a un sentimento negativo da estirpare; voler togliere la solitudine o volerla soccorrere significa sostenersi a un fantasma di padronanza sull’Altro. La solitudine non è prerogativa di alcun soggetto o del discorso, ma è condizione e attributo della parola. Per volerlo enunciare con un paradosso, diremo che la solitudine è la condizione per poter comunicare. Nel discorso nevrotico (nell’isteria e soprattutto nel suo particolare dialetto che è la nevrosi ossessiva) la solitudine, che è della parola, sparisce per tramutarsi in isolamento del soggetto ossia in fantasia di abbandono realizzata. L’isolamento è qui inteso perciò come effetto, per un tentativo nevrotico di padronanza sul discorso dell’Altro, appunto, per una fantasia di padronanza che ovviamente fallisce la comunicazione. L’isolamento è proprio di un soggetto abbandonato dalla parola, cioè effettuato dal discorso di abbandono. Ma questa, infine, non è che una tautologia poiché è lo stesso discorso a presentarsi isolato essendo stato già abbandonato dalla parola. Il discorso nutre tutti i fantasmi sentimentali che, rappresentando l’Altro, fanno fallire la comunicazione, mentre la parola piena è parola sola, aperta alla comunicazione perché vuota (assolta) di ogni significato già stabilito. Un’associazione di psicanalisi dovrebbe garantire a ciascuno di essere solo, a ciascuno di essere artefice nella parola, a ciascuno di essere in grado di comunicare. A ciascuno di usare la parola innocente; essa non può nuocere come fa piuttosto il discorso, perché non tenta di vincolare l’Altro, ma dall’Altro si lascia giocare. La parola allora ritrova a posteriori, non più come sentimenti, le emozioni della vita.
La psicanalisi, la teoria e l’invenzione, il discorso dell’Altro; in seguito l’associazione, al fine di garantire che tutto ciò si mantenga. In questo senso, l’associazione non è che associazione di parola.
Per quale scopo la teoria dell’Altro sbocca alla fine nell’associazione? Per evitare appunto l’isolamento e tenere a bada i fantasmi di padronanza sull’Altro. Farsi compagnia è un fantasma psicotico che tende anch’esso ad annullare l’Altro. Cosa intendiamo ancora per associazione? La possibilità che una lingua altra, dell’Altro, ciascuna volta si possa balbettare, e l’associazione dovrebbe consentirne la possibilità dal momento che l’associazione è proprio il dispositivo che permette a tale lingua dell’Altro di esprimersi ogni volta come lingua diplomatica. Diplomatica, o se si vuole, avvertita del fatto che la lingua dell’Altro non è mai già data, che non esiste alcuna lingua fondamentale (che possa valere per un’esatta traduzione o mediazione) che non sia quella inafferrabile dell’Altro; come non esiste alcuna giustizia già data, poiché non esistono prima i criteri per distribuirla; come, pertanto, non può esistere una democrazia già fondata. L’abusato concetto di democrazia (non a caso sorto in una società classista come quella greca antica) si fonda anch’esso su una rappresentazione dell’Altro, sulla supposizione di un altro bisognoso o impotente, di un altro da soccorrere. Il popolo non esiste, guai a rappresentarselo, potente o eventualmente impotente, per portarlo sugli altari. Sarebbe inevitabile un’identificazione di massa con i disastri che ne sono conseguiti, come la storia insegna a sufficienza. La democrazia è da costruire ogni volta e questo non si può fare senza ricorso alla lingua diplomatica. E la lingua diplomatica s’impone da sola, non si avvale di alcun riferimento esterno o garanzia. Proviene semmai dal rapporto col sembiante, imprendibile, intorno al quale è impossibile trovare un accordo, una versione unica che sarebbe vera o falsa, giusta o ingiusta. Impossibile che a prevalere sia la lingua dei litiganti, se il sembiante diventa un punto di riferimento imprescindibile. Un ricordo, un’esperienza ritenuta personale, se sono anteposte varranno soltanto a garantire l’enunciato e allora non potranno escludere la lingua dei litiganti. La lingua diplomatica è la lingua altra, ciascuno vi può accedere nel debordare, nella rinuncia a posizioni prefissate, mettendosi in gioco nella parola, non restando arroccato immaginariamente nel proprio ruolo. Occorre non trincerarsi nella propria lingua, non limitarsi a parlare in nome di qualche principio, esperienza, o di qualche sapere che rimane affatto sterile se non è assunto nella lingua altra, se non è posto in tensione dal sembiante. Nessun insegnamento possibile potrà essere tratto da un sapere senza sembiante. Nessun fine associativo si potrà realizzare.
Nell’associazione psicanalitica, piuttosto che cariche, esistono funzioni diverse. La funzione non autorizza alcun sapere o una padronanza sul sapere. La funzione non è mai già data. La funzione è anzi la possibilità di non sentirsi identificato al proprio ruolo; è ogni volta da ritrovare nell’atto, che anzitutto è un atto di parola. Freud era consapevole del rischio connesso a quello che chiamava il narcisismo delle piccole differenze. Il suo gruppo del mercoledì si è potuto tramutare nell’associazione internazionale sulla via dell’esperienza di parola, nel tentativo incessante di elaborare questa lingua diplomatica affinché a ciascuno fosse consentito di ritrovare nella parola, di reinventare, la propria funzione.
Che ne è della politica in un’associazione apartitica come la nostra? A-partitica vuol dire qui che il discorso non ammette di essere preso per un tutto o una parte, non è particolare se non a ciascuno dei parlanti. Peraltro, ciascuno dei parlanti non può ovviamente prescindere dal discorso, dai discorsi che circolano nel cosiddetto sociale. Occorre lo sforzo affinché questi discorsi, indispensabili come materia della lingua, subiscano una flessione essenziale, quel debordare al quale accennavo, per affacciarsi rinnovati nella lingua diplomatica. Questo e non altro è la psicanalisi. Nella sua storia, la psicanalisi ha conosciuto fraintendimenti, scissioni, deviazioni che da un lato costituiscono la testimonianza della sua vitalità, dall’altro fanno risaltare la difficoltà stessa come elemento inevitabile di un percorso rigoroso, e denunciano come il rigore non appartenga al maestro, ma sia una propietà del sembiante. Troppo facile, con Jung, rinnegando l’esperienza del desiderio e della parola originaria, rigettare il sembiante (all’occasione impersonato da Freud) e cercare un inconsistente ancoraggio nei simboli universali o, con Adler, rivolgersi a un altro supposto mancante al di fuori della sembianza nella parola: in entrambe queste vicende il risultato è la chiusura intellettuale.
Conviene notare come l’associazione possa costituire un dispositivo efficace, straordinario per ciascuno, una palestra nella quale è possibile allenarsi a tracciare un percorso singolare. Efficace non per l’associazione in sé, ma per ciascuno nella propria vita, nei progetti di vita all’esterno della stessa associazione. Purché gli attrezzi di questa palestra siano informati dalla lingua diplomatica. In effetti, il sembiante è condizione imprescindibile non solo nella palestra, dove paradossalmente si presenta in modo tangibile (sempre intangibile ovviamente, ma avvertito), ma anche all’esterno, benché non avvertito. Soltanto nella lingua-sembiante (dove troviamo una traccia della verità) è possibile comporre una controversia o condurre una trattativa con soddisfazione.
Se non prevale la lingua dei litiganti l’efficacia è garantita, il cammino è assicurato dall’esperienza che una lingua diplomatica è quella che si rinnova nel rapporto con il sembiante, è una lingua che non scorda il sembiante. Il sembiante affiora soltanto nella lingua diplomatica, e quest’ultima è diplomatica nella misura in cui manifesta il sembiante, mentre il litigante vorrebbe invece cancellarla in nome di una parte, di un discorso o di uno slogan, in definitiva, di un pre-giudizio. Soltanto la lingua diplomatica può trovare accoglimento.
La lingua diplomatica o lingua-sembiante deve anche informare il programma dell’associazione. Non c’è alcun programma che possa fare a meno della lingua diplomatica. Il programma non diviene che vuoto pre-testo se non è informato alla lingua-sembiante. In genere, nelle associazioni, nelle istituzioni, nei partiti, quello che è prospettato fa a meno della lingua diplomatica e tende a sorgere sul principio dell’intesa, come se le cose potessero farsi secondo un principio che preesiste all’occorrenza. Tutto ben fatto, già formalizzato, tutto assolutamente convenzionale, senza scarto. Il principio dell’intesa che scarta soltanto il malinteso. In psicanalisi, almeno questo dovremmo tener fermo; che soltanto il malinteso, il lapsus, è per noi la condizione del racconto, della prosecuzione nella parola e, dunque, dell’efficacia nel fare. Le cose si intendono e si fanno nella lingua altra e soltanto in questa lingua-sembiante è allora possibile un accordo. Senza di essa la trattativa non può che interrompersi, il progetto abortire e qualsiasi conclusione svanire.


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