QUALE CULTURA – Diego Busiol

di Diego Busiol

Un utile esercizio per chi si interessa di psicanalisi è la frequentazione, con attenzione fluttuante, del luogo comune. Ci sono termini che abitano il dire quotidiano con tale puntualità da risultare sospetti. Sospetti per noi, forse, che siamo più inclini a scorgere il sintomo dietro la ripetizione, mentre in genere l’abuso di significante produce un’assuefazione, uno stordimento, tale per cui non ci si interroga più intorno all’uso che si fa di alcuni vocaboli: un termine diventa così familiare che non ce ne si fa più caso, si da per scontato il significato.
Occorre intendersi in merito all’accezione delle parole, per non imbastire fumosi ragionamenti intorno a premesse fuorvianti. Occorre recuperare la leggerezza del significante, di fronte alla pesantezza del significato. Come ci insegna Freud, bisogna levare, non porre. Occorre talvolta compiere il percorso inverso, partendo dalle conclusioni: così come per trovare la strada che nel labirinto collega l’inizio e la fine, occorre cominciare dalla fine.
Ad ogni proposito, dunque soprattutto a sproposito, si tira in ballo la cultura. E’ una sorta di passepartout, un’efficace figura retorica che sembra in grado di mettere tutti d’accordo: c’è una cultura da recuperare alla base di ogni riforma della scuola, ci sono culture da confrontare con l’allargamento dell’Unione Europea, ci sono culture da difendere alla base di ogni nazionalismo.
Per compiere qualche riflessione fuori dal (luogo) comune, possiamo come sempre partire dall’etimo della parola. Cultura deriva dal verbo latino colere (a sua volta dal greco paideia), che indicava inizialmente la coltivazione della terra, e dunque faceva riferimento al mondo rurale, contadino. Declinando il verbo, si perde l’atto, e dal participio passato si trae il sostantivo cultus, che viene ad indicare in senso generale “aver cura“ per qualcosa. In particolare, tanto la necessità del servizio religioso, che tuttora chiamiamo culto, quanto la coltivazione e l’educazione dell’anima, proprio come si fa con la terra.
Il termine cultura sembra dunque nascere in antitesi a civiltà, che deriva dal latino civilitas (a sua volta dal greco politeia) e indica inizialmente la partecipazione, di ciascuno, alla vita politica della città e ai costumi cittadini: ecco dunque la contrapposizione tra mondo cittadina e mondo rurale.
E’ con l’illuminismo che i due termini subiscono una decisa rivisitazione, quando intorno al 1760, in Francia e in Inghilterra viene coniato il termine civilisation. Per gli illuministi, in particolare per Voltaire, la civiltà è l’espressione del “processo di civilizzazione” di un popolo che passa dalle barbarie ad uno stato superiore (curioso che Voltaire concluda il suo Candide con l’ammonimento che ciascuno coltivi il proprio orto…). Nell’ottica di progresso della storia dell’umanità, il termine civiltà allude allo sviluppo di forme di cortesia, al controllo delle passioni, alle convenzioni sociali. La cultura viene invece intesa come patrimonio universale di conoscenze accumulate nel corso della storia, che nella sua forma più elevata si traduce nel sapere enciclopedico.
Le cose sembrano andare esattamente nell’altro verso in area tedesca. Kant distingue tra Zivilisation, il progresso tecnico che permette all’uomo di godere di migliori condizioni di vita, e Kultur, il progresso morale dell’uomo. In ogni caso si farebbe buon uso della Zivilisation quando questa è subordinata al raggiungimento della Kultur.
Ancora, all’inizio del secolo scorso la Kultur era coscienza dell’imperfezione umana, mentre la Zivilisation la convinzione del progresso morale attraverso la ragione. La prima rimandava al romanticismo e all’idealismo tedesco, all’idea che la civiltà sia una lotta costante con se stessi per reprimere le proprie pulsioni aggressive, la seconda alla stagione dei lumi francesi e ai suoi ideali.
Ancora, secondo Norbert Elias la Zivilisation è uno stato di alto progresso culturale che non dipende dai popoli, mentre invece la Kultur è una questione “regionale”.
Non possiamo sapere quanto Freud accettasse queste distinzioni, del resto si trovava a metà tra ideali romantici e positivismo. Certo è che nel 1929 scrive un’opera il cui titolo, Das Unbehagen in der Kultur, ha creato diversi problemi di traduzione. Anzi, a dire il vero il libro apparve intitolato, nella prima edizione, Das Ungluck in der Kultur, ma il termine Ungluck (infelicità) venne ben presto sostituito da Unbehagen (disagio). Quasi in contemporanea fu pubblicata la versione inglese, che Freud stesso suggerì di intitolare Man’s Disconfort in Civilization. Joahn Rivière, la traduttrice, pensò in un primo momento di tradurre Unbehagen con Malaise, poi inspiegabilmente optò invece per Civilization and Its Discontents, dando un taglio decisamente positivista, scivolando proprio dalla Kultur alla Zivilisation, da un disagio che sarebbe dell’uomo (Man’s Disconfort, suggeriva Freud), e che ora diventa un problema di tecnica. C’è disagio quando c’è soggetto, dunque nella Kultur, dove si può ritrovare la logica di ciascuno, dove il sintomo si inscrive in una storia; il disagio non può essere della Zivilisation, perché il sintomo non è universale.
Mi pare che la traduzione italiana non sia meno discutibile. Mentre il primo titolo viene tradotto come L’infelicità nella civiltà, il secondo non diventa Il disagio nella civiltà, ma Il disagio della civiltà. Perché non seguire invece le indicazioni di Freud relative alla traduzione inglese, traducendo in Il disagio dell’uomo nella civiltà, o non sostituire decisamente con un altro termine, ad esempio Il disagio nella modernità?
Per completare il quadro, è ancora interessante notare come è stata infine tradotta l’opera nell’edizione spagnola: El malestar en la cultura, dunque una traduzione letterale che però crea non meno problemi, che anzi “fa sintomo”, dal momento che i rimandi nelle due lingue sono decisamente altri.
Dunque la traduzione è impossibile. Ma la questione resta. Riguarda forse la cultura, anche per come la intendiamo oggi? Proviamo a chiederci: possiamo pensare la cultura come antecedente la parola, esterna a un discorso? Direi piuttosto il contrario: se è possibile produrre cultura, forse è più probabile che avvenga come resto di un discorso, come conseguenza di un percorso intellettuale. E allora potremmo forse invertire i termini della questione, dunque verrebbe prima il disagio, se come notava Orson Welles: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassini, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.
Oggi siamo soliti considerare la cultura conseguenza dell’apprendimento, misurabile, quantificabile in titoli accademici o in numero di “libri letti in un anno”. In ottica positivista, evoluzionista, la cultura è sinonimo di civiltà (ma davvero esistono i sinonimi?) e il filo che le lega è l’apprendimento. Basta leggere dei libri e si diventa colti, basta studiare delle norme, giuridiche o sociali, e si diventa civili. E’ il fantasma da cui muove certa antropologia (culturale, appunto), per cui vi sarebbero uomini meno acculturati e dunque più primitivi, più prossimi all’origine.
Direi che il disagio, in termini freudiani, compare quando si smette di coltivare, quando non si è attivamente partecipi del “luogo dell’abitare, soggiorno, regione aperta dove abita l’uomo”, quello che etimologicamente è l’etica. Se colere indicava originariamente l’azione di coltivare la terra, e successivamente l’abitare un luogo, questo luogo è l’etica. Lo stesso luogo che non ospitava uno solo, ma tutti gli uomini, in maniera civilitas, dunque attiva, partecipe.
In ultima analisi c’è disagio quando non c’è etica, quando non si ha più cura della propria dimora, quando non si ha più cura del proprio discorso. La cultura è piuttosto l’effetto del coltivare, della cura della parola; la civilitas indica il farlo pubblicamente, come può avvenire in una associazione. L’etica comporta, per ciascuno, il riconoscimento della propria Kultur, della particolarità della propria storia, la cura delle proprie questioni..
La cultura non è dunque sostantivizzabile, quantificabile. Nemmeno si può pensare di fare cultura o di possederla, e lo testimonia il disagio. Semmai ci si può accorgere, ad un certo punto, di aver cominciato un percorso intellettuale, ci si accorge di essersi incamminati lungo il sentiero della ricerca, magari mossi da un interrogativo, da una domanda, o proprio da una condizione di disagio. Ma allora, dal momento che il disagio riguarda ciascuno in modo particolare, non si tratta di inseguire il fantasma di una cultura “dei popoli”, né se ne può fare una sociologia, ma la questione sarà piuttosto, per ciascuno: come condurre il disagio alla parola?

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