PARADOSSI – Diego Busiol
di Diego Busiol
Pare che l’economista John Maynard Keynes, a un intervistatore che gli chiedeva una previsione a lungo termine abbia risposto: “Alla lunga, saremo tutti morti”. Similmente, un maestro zen risolse l’interrogativo teologico della vita dopo la morte sentenziando: “Si sta sotto mezzo metro di terra, a pancia in su”. Entrambe le risposte giocano sul filo di un’apprezzabile ironia, resa quantomeno legittima dalla vacuità delle domande, ma soprattutto rendono paradossali i due dialoghi: già, ma dove sta il paradosso?
Il termine paradosso è oggi largamente in uso per descrivere una serie di fenomeni così variegata che, di fatto, ogni definizione non può che essere insoddisfacente. Dall’antichità ai giorni nostri, i paradossi hanno interessato diversamente i filosofi che, o ne hanno fatto i cardini delle loro dimostrazioni, o li hanno temuti come la peste. Se i greci li consideravano paralogismi, cioè oltre la logica, e i medioevali insolubilia, problemi insolubili, solo i moderni sono arrivati a teorizzarli in termini di antinomie, contro le regole, o appunto paradossi, ad indicare ciò che va “oltre l’opinione comune”.
Addirittura il paradosso è stato descritto come un “artificio del diavolo”, che attraverso la sua lingua biforcuta faceva coesistere verità contrastanti. Il diavolo, insomma, parlerebbe la lingua del “due”, dell’allusione, dell’ambiguità, del doppio senso.
In prima battuta direi che il paradosso si gioca sul piano del significato, del senso. Indica una contraddizione, cioè un contra dicere di due elementi, come ad esempio nella frase “Io mento”. Ma, così come il significato non è già dato, anche il paradosso non ha valore assoluto, ma rimanda a degli antecedenti. Esprimendo in termini di “paradosso” la relazione tra due elementi non ci poniamo fuori dal linguaggio, semplicemente descriviamo una impasse nel nostro discorso, come un risultato inatteso, che sembra andare contro delle regole implicite o delle credenze. Questo non sempre è chiaro, perché supponiamo in genere una nozione di verità assoluta, che improvvisamente sembra venir messa in discussione. Ma se se pensiamo che la verità è al più relativa, anche il paradosso potrà essere relativamente al nostro dire. Dunque il paradosso non esiste di per sé, ma lo troviamo lungo il nostro discorso, come effetto di un dire: esso non è riducibile ad una figura retorica e, non necessariamente esprime un errore di ragionamento.
Tutto ciò che percepiamo è già nell’interpretazione. Pensiamo agli organi di senso: non fanno che inviare informazioni al cervello che, rielaborandole, ricostruendole, ci permette ad esempio di localizzare un suono nello spazio, ci fa vedere un colore o ci dice se qualcuno ci ha messo una mano sulla spalla. Possiamo dire che vediamo e sentiamo solo con il cervello e che tutto sommato non ha senso parlare di realtà esterna o interna. Meglio ancora, diciamo che ha senso parlare di una realtà interna o esterna solamente nella parola.
Dobbiamo ricordare che siamo, prima di tutto, presi nel linguaggio che ci illudiamo di usare, e ne abbiamo prova ogni volta che l’illusione sensoria permane anche dopo esserci accorti dell’assurdità della percezione: così nei famosi quadri di Escher continuiamo a percepire figure geometriche impossibili anche dopo averne scoperto la natura; così ogni volta che immergiamo un bastone dritto nell’acqua, ci sembra storto; così d’estate vediamo inesistenti pozze d’acqua sull’asfalto rovente dell’autostrada, etc…
Non esistono un “fuori” e un “dentro” prima del linguaggio e dunque non possiamo pensare “esterna” al soggetto una parola che è al tempo stesso condizione del suo esistere. Ogni paradosso è innanzitutto un fenomeno linguistico, che nasce da degli antecedenti, ma porta ad un arresto nella catena significante. Il paradosso non costituisce un limite del linguaggio, anzi è reso possibile da questo. Costituisce invece una condizione che può verificarsi in un discorso, cioè quando il linguaggio viene codificato in una lingua, quando si passa dalla nozione astratta di linguaggio alla sua realizzazione concreta in una lingua.
Ma ponendo attenzione al gioco del paradosso riusciamo forse a dare un taglio diverso alla sua lettura: potremo ad esempio dire che non necessariamente esistono “problemi insolubili”, come credevano i medioevali, ma forse e più semplicemente, quesiti posti male, che sottendono premesse ambigue o sono formulati secondo una logica non ineccepibile. Logica che i greci pensavano evidentemente di aver in gran parte chiarito, se credevano che non potessero risiedere in essa le ragioni delle domande impossibili; al contrario, il dibattito attuale intorno alla logica è molto acceso e dimostra che lo stesso campo della logica non è poi tanto “logico”. I moderni sembrano parlare più prudentemente di regole, relativizzando dunque il paradosso entro il sistema che lo descrive, dal momento che le regole possono essere arbitrarie o meno, ma non universali. Ancora più relativo è poi il campo dell’opinione comune, in cui tutto sommato l’insieme dei valori e delle logiche sono più fluidi e i paradossi fanno più in fretta a sciogliersi.
Del paradosso è difficile dirne, perché resiste all’interno di una cornice; ma è solo cambiando la cornice che i paradossi possono rovesciarsi, riducendosi magari a banalità, o al contrario svelando il loro contenuto di verità. Eppure, di paradossi, ce ne troviamo continuamente di fronte, parlando. Il paradosso è un’ipotesi impossibile, ciò che non può essere: ha dunque senso parlare di paradosso (se non come mito), o non sarebbe più appropriato servirsi della forma aggettiva paradossale?
Paradossale come ciò che vediamo e non riusciamo a spiegarci, ciò che per noi resta incomprensibile, o ciò che sappiamo e che stentiamo a credere, dunque ciò per cui non troviamo risposta.
La capacità persuasiva del paradosso è tale per cui a volte viene ricercato per rafforzare un’argomentazione, diventa uno stile linguistico. Ad esempio nella parabola, che presenta un paradosso come metafora di un problema. O con la contrapposizione dell’ossimoro, il cui miglior esempio è proprio “ossimoro” (oxis, furbo, e moron, scemo). O nell’antifrasi, tipica dei discorsi che dicono una cosa intendendo il contrario. O nell’ironia, sempre implicita e spesso esplicita, in argomenti sorprendenti. Per averne qualche esempio possiamo allora leggere le parabole raccolte nei Vangeli, oppure uno degli innumerevoli koan zen, o se preferiamo lo humor nonsense inglese possiamo vedere un film (paradossale, a cominciare dal titolo, è “Brian di Nazareth”, dei Monthy Piton), o guardare un trompe l’oeil (letteralmente “inganna occhi”), come di tanto in tanto capita di vedere sulle facciate delle case. Differentemente è stato rappresentato il paradosso nell’arte dal movimento surrealista (chi non conosce le tele di Magritte o Dalì?), che del resto ha fatto del paradosso e della rottura del senso il suo manifesto; e non meno paradossali sono le scene descritte in genere nelle storielle ebraiche, che ruotano intorno all’inganno e alla menzogna.
Possiamo dunque ipotizzare che un diverso uso del paradosso rifletta propositi diversi; così può servire alternativamente per rafforzare una tesi, o per screditarne un’altra, dimostrandone per assurdo l’inconsistenza. Ma se i paradossi si basano su fraintendimenti di fondo, potrebbero benissimo sollevare problemi che in realtà non esistono, e dunque che valore possono avere, se inseriti in un’argomentazione? Potrebbe essere un punto importante, visto l’atteggiamento di disprezzo o entusiasmo che i filosofi hanno perlopiù mostrato verso l’uso dei paradossi, che io interpreto col valore di verità che via via gli è stato assegnato.
Ora la domanda potrebbe essere: possiamo davvero dire che il paradosso comporti una verità? Ovvero, si può risolvere un paradosso?
Il paradosso, pur in forma di domanda, non allude ad alcuna risposta, dal momento che qualsiasi risposta sarebbe non meno paradossale. Ciò che mostra con insistenza il paradosso è, piuttosto, che l’errore sta a monte: nelle premesse da cui muove, nella logica che segue, o in entrambe.
Di fronte a una impasse potremmo dunque dire che il paradosso viene prima, ovvero che è in ciò che porta all’impasse, dunque più causa che conseguenza. Solo nella supposizione che una parola non possa significare una cosa e il suo contrario, ad esempio, risulterà paradossale che la parola farmacon possa riferirsi sia a “medicina” che a “veleno”. E solo supponendo un senso ai sogni, questi potranno apparire paradossali, mentre potranno svelare la propria ricchezza se letti sul piano del significante e non del significato.
Il piano dell’immagine fissa il significato (immaginario) perché nella rappresentazione non c’è doppio senso, ma come abbiamo visto non per questo è meno illusorio. Anzi direi proprio che il gioco dell’immagine è nell’illusione, mentre il gioco della parola nell’allusione (la radice di illudere e alludere è appunto “ludo”, gioco). Non è allora costruendo un’interpretazione più delirante ancora che se ne esce, ma leggendo letteralmente il sogno, affidandosi al doppio senso, a ciò cui la parola allude, seguendo la catena significante. E’ in generale la strada di ogni formazione dell’inconscio, che sfrutta la possibilità di alcuni significanti di assumere significati diversi, e in questo modo aggirare l’apparentemente paradosso di “dire senza dire”.
Allora perché interrogarsi sul paradosso? Per sottolineare che dinanzi a un paradosso si deve compiere un passo indietro. E’ principalmente mettendo in gioco le proprie credenze, o introducendo un nuovo elemento che il paradosso può rovesciarsi, mostrando la sua inconsistenza o facendo intravedere una verità. Se un paradosso non significa niente di per sé niente, è pur vero che costringendo a domandare può mettere su una traccia nuova e avere “effetto di verità”. La condizione del paradosso non pare dunque evitabile, e del resto non c’è da augurarselo, vista la ricchezza che può comportare.
E’ altresì interessante notare come ci si pone rispetto al paradosso nelle diverse strutture di discorso: nel discorso ossessivo, in genere poco disposto a mettere in discussione le proprie credenze è in genere causa di una paralisi; il discorso isterico vive il paradosso e cerca di risolverlo con un continuo scivolamento dei significati, provando cioè ogni soluzione e finendo per scartarle tutte; mal sopporta il doppio senso il discorso psicotico, che è invece pronto ad adeguare la logica alle proprie fantasie. Il delirio spiega il paradosso. Nella paranoia, ad esempio, è tutto chiarissimo, il racconto va in una sola direzione, a costo di imporre una logica palesemente contraddittoria. Il delirio può essere la strada di chi all’angoscia del dubbio e della domanda (posta probabilmente sin dall’inizio in maniera paradossale) preferisce inventarsi un’altra storia. I paradossi sembrano invece cessare d’esistere laddove la psicosi porta ad un disinvestimento di ogni interesse, curiosità, confronto col mondo, perché innanzitutto cessa di esistere ogni tipo di domanda, tutto scade nell’indistinzione, niente fa più differenza e dunque niente è più in contraddizione. Un aspetto altresì importante in quello che chiamiamo discorso psicotico è poi l’incapacità di stare senza risposta, e penso in particolare alle dipendenze. Le parole, assunte come cose, hanno il potere di placare l’angoscia, se poste come certezze, risposte definitive; le domande che non lasciano risposta, i quesiti paradossali, sono accuratamente evitati.


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