LA QUESTIONE EBRAICA – Gianluca Delmastro

di Gianluca Delmastro

E’ dei giorni scorsi la visione di uno spettacolo di Moni Ovadia.
Nei suoi spettacoli è sempre presente quella risata, quell’umorismo, quell’autoironia del witz ebraico, straordinario perché mai volgare, mai scontato e talvolta destabilizzante contesti tragicamente drammatici.
Faccio un esempio di queste storielle, dei contesti dove si sono svolte e di che umorismo si stia parlando.
Un’ebreo, prigioniero della Gestapo, viene pestato a sangue perché confessi ai carcerieri dove si nascondono i compagni. Squilla il telefono nella centrale di polizia…è un polacco che parla solo in ebreo e i soldati non capiscono…chiamano l’ebreo ormai morente perché traduca quello che stanno dicendo al telefono, e lui con le ultime forze di cui dispone, imitando nel suo accento la lingua tedesca, risponde e si presenta come ufficiale della Gestapo.
Dov’è la questione ebraica?
Non si tratta di ricordare la Shoha come evento ontologizzato, per scongiurare che possa avvenire in futuro.
Non si tratta tanto meno di rivolgersi ad atteggiamenti di rivalsa, di vendetta, di rivendicazione della Terra Santa da parte di guerrafondai come Sharon.
Occorre proseguire oggi rilanciando l’unica domanda possibile che gli ebrei propongono a chi analizza la Shoah, e cioè perché si sono fatti massacrare e non hanno reagito?
Da dove proviene questa loro pazienza sovversiva?
Anche di fronte alla morte inevitabile non hanno fatto altro che riproporre il loro witz, che inventare storie come quella magistralmente fatta raccontare dallo shnorrer (il pazzo-sapiente, il matto del villaggio) nel film del regista Radu Mihaileanu Train de vie.
Chi sono questi ebrei? Chi sono, come dice l’etimo ebraico ‘ihbrij, coloro che vengono da lontano, dalla regione al di là, coloro che sono stati immaginati come persecutori nel discorso paranoico di Hitler (discorso presente in tutti i dittatori come ad esempio Stalin) che è poi sfociato nel genocidio verso chi era classificato come ebreo?
Costoro erano gli ebrei ashkenaziti, abitanti dell’Europa centro-orientale, che pensavano la parola askenaz come Germania e parlavano l’yiddish.
( Che bellezza investigare negli etimi delle parole: yiddish = forma inglese per indicare l’ebraico yidish -> tedesco e rappresentante l’alterazione dell’aggettivo tedesco judisch -> ebraico ).
Ebbene questa lingua era basata su un dialetto alto-tedesco, ricca di parole d’origine ebraica, aramaica, slava: una lingua sempre in costruzione, ingrammaticabile, basata sul significante, sulla musicalità che guida l’enunciazione.
Questa lingua, questo dialetto che tanto aveva scosso Kafka quando l’aveva incontrato, ma che aveva segnato una tappa fondamentale per giungere a scrivere gli straordinari racconti, le storie fantastiche, gli incredibili romanzi di cui possiamo oggi noi godere.
Sogni, deliri così significativi perché sembra che in essi sia scritto un po’ tutto della condizione umana. Kafka non ci parla della condizione umana, ne era nei suoi intenti, ma la condizione umana si è scritta nelle sue pagine.
Costoro erano gli ebrei della diaspora, gli ebrei erranti, ebrei senza terra, senza confini, senza burocrazia, senza esercito, senza patria eppure fortemente popolo.
Ma di che popolo stiamo parlando?
Sicuramente non di quello Israeliano, autoreferenziato, che si considera discendente consanguineo, solamente perché la loro madre era ebrea.
Stiamo parlando del popolo de libro, Il popolo della torah, i testi sacri, ma anche e principalmente del Talmud, cioè le continue interpretazioni della torah.
Una Torah quindi che non va senza Talmud.
Un’interpretazione singolare a ciascuno, mai definitiva, riferita a ciascun libro, a ciascuna esperienza, perché sarebbe mortifero leggere un libro senza scriverne un altro, senza il racconto di ciò che si pensa aver letto, senza la messa in gioco di ciò che si è interpretato.
Proverbiale il continuo racconto, la continua discussione di questi ebrei, trasportata anche nella sinagoga.
Un popolo che trova contiuamente il suo statuto nell’associazione, nella conversazione.
Non un’associazione di individui, di consanguinei, di conterranei, ma associazione di parole, l’unica possibilità di vita, di eternità nella parola.
Oggi non possiamo rivendicare il loro massacro, ne condividere il perché non abbiano reagito: possiamo solamente cogliere la testimonianza (e della quale siamo immensamente grati) che questo meraviglioso popolo ci ha fornito, e cioè di come non si ceda di fronte al desiderio.
L’analisi porta a questo. Ma non in un’accezione di capriccio isterico, un’ostinazione testarda che nulla ha di umoristico, che mostra come non si sia nel racconto.
Questo popolo era nato e procedeva nel racconto, l’unico modo di alimentare il desiderio.
Non potevano reagire nelle stesse modalità con cui venivano attaccati. Per loro la vita, la libertà, l’unica liberta possibile, era nella parola e nel racconto. Reagire ad un discorso che ontologizza la morte, abbandonando la vita che è nella parola, sarebbe stato morire veramente.
Sarebbe stato sullo stesso piano di chi, nei processi che seguirono, dichiarava di aver agito così perché eseguente degli ordini: cioè individui e quindi già morti.
Quello che proponeva quel fantastico popolo non era un discorso di sapere: non sapevano cosa avrebbero testimoniato, il loro atto non era un gesto eroico, ma semplicemente sentivano la morte come morte della parola e del racconto nel quale continuavano a rinascere.
Ad un discorso di morte non potevano che rispondere con la vita.

18 Maggio 2005

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