IL PESO DELLA FARFALLA – Gabriele Lodari
Erri De Luca – Feltrinelli 2009
di Gabriele Lodari
Il cacciatore…si muoveva sulle pareti a quattro zampe senza un briciolo della loro grazia, senza il soprapensiero a testa alta del camoscio che lascia fare ai piedi [pag.22]
Nelle imprese la grandezza sta nell’avere in mente tutt’altro [pag.19]
Noi vogliamo abbandonare la lingua del bracconiere che usa la strategia e le tattiche della ragione calcolante. Noi vogliamo apprendere la lingua del camoscio.
Per saper fare con le cose occorre l’astrazione e non l’astuzia. Occorre dunque che ci lasciamo condurre dal non della parola originaria, che caratterizza la rimozione originaria. Occorre la sospensione. Questo è il movimento che si compie in ciascuna conversazione e che infine giunge a contrassegnare l’evoluzione di un’analisi.
Ciascuna volta fra il corpo e la scena occorre che si scavi un intervallo in cui si possa dispiegare l’Altro della parola con le sue virtù. L’Altro originario che è in grado di scardinare il rapporto già fissato fra il corpo e la scena, e lasciare che in primo piano possa affiorare la relazione. In generale, affidarsi all’Altro è l’operazione di astrazione che consente il movimento e la vita.
Affidarsi all’Altro è il modo affinché prenda risalto la relazione nell’attuale, cioè nella pragmatica, e questo è proprio il movimento avviato nel transfert in ciascuna conversazione. La relazione (non il rapporto in cui è degradata e fissata la differenza, fra il corpo e la scena) qualifica la parola nella sua leggerezza, staccandola dalla scena la restituisce a noi come ragione dell’Altro. Da qui la teoria, cioè l’Altro che interviene, che parla, l’Altro che espone la sua ragione.
Anche per quanto riguarda l’amore, e certamente la sessualità, “è sempre inesplicabile che una cosa qualsiasi risponda al desiderio. ….La struttura di cui si tratta non è di simmetria e di ritorno, qui non c’è simmetria perché nella misura in cui la mano si tende verso un oggetto, la mano che appare dall’altro lato è il miracolo”.
[J. Lacan, Seminario VIII, Il transfert, pag. 59-60, Ed. Einaudi, 2008 To]
Ecco affiorare la relazione che introduce la dimensione del miracolo, quando si rompe la simmetria del pensiero geometrico e calcolante, la corrispondenza fissata fra un soggetto e l’oggetto. Ecco dissolto il rapporto. Quel rapporto a cui imputiamo il discorso mortifero, l’esistenza perentoria del fatto, l’esistenza di un soggetto e di un oggetto.
La natura quale è concepita dal discorso, quello ideologico dell’epistème, è sempre contrassegnata dall’espunzione del miracolo. Ma la natura, che è artificio e invenzione (che è l’artifiziosa natura leonardesca nelle varie e infinite sue forme), incessantemente si dispiega nel campo della libera espressione dell’Altro. E’ il dominio della libera manifestazione della relazione, originaria, non lineare, non simmetrica, non circolare. E’ la dimensione in cui trova libertà di apparizione e di espressione il miracolo. Lo sa bene colui che ne fa esperienza, colui che vi si immerge con passione, lo sanno il contadino e il viaggiatore. Chiunque abbia appreso a immergersi e camminare conciliato con la natura, ha imparato che essa non è asservita al principio di uguaglianza, a quello di non contraddizione e a quello del terzo escluso. Lo sa bene che essa rifluisce nel non della parola originaria. Nel tempo Altro.
La natura è il regno artificiale della pragmatica, della relazione nell’attuale. Il mondo rappresentato dal rapporto mortifero è soltanto quello degli umani, è soltanto del discorso che prende il sopravvento sull’Altro.
Occorre sperimentare la natura nelle sue profonde e variegate forme espressive, occorre piuttosto l’attenzione al marginale, al particolare, perché il rapporto si dissolva nella relazione. Occorre l’osservazione umile, l’osservazione pragmatica, per avvertire che il marginale può sempre affiorare e imporsi sull’universale. Occorre sperimentare la natura nella sua profonda manifestazione di armonia, di contrappunto e di orchestrazione, per accorgersi che la regola del pensiero algebrico e calcolante non è in grado di comprenderla. Nell’armonia dell’Altro ciascuna volta si scrive la relazione che sovverte il rapporto. Il rapporto è il discorso sulla cui base ragionano di solito gli umani, è la relazione cancellata e degradata nell’opinione.
Il paradosso della natura nella pragmatica è l’abisso del tempo. E’ la relazione in atto che sovverte il tempo lineare; la risalita del salmone alla sorgente, il volo dell’ape o della farfalla verso il fiore o verso la compagna. L’astrazione, la sembianza che s’impongono. E’ il marginale che punta all’universale e lo dissolve. E’ la parte che dissolve il tutto. La pragmatica che dissolve qualsiasi ordine presupposto già dato.
Vogliamo dunque vivere soprapensiero. Il camoscio, tutti gli animali in genere, vivono in un tempo che li avvolge e a loro non appartiene e dal quale raramente sono posseduti. Un tempo che non ha un principio né una fine. Se si affacciano al tempo degli umani, lo fanno per servirsene quel tanto che a loro può bastare per risolvere un problema contingente. La fuga o l’attacco, la tenzone d’amore. Ma non lasciano che il tempo della ragione calcolante pervada la loro vita per misurarla, per uniformarla, per chiuderla.
Se vivono soprapensiero, non per questo vivono il presente che sarebbe ancora la cancellazione della varietà della vita. Di una vita la cui condizione è il racconto. La cui espressione più autentica e produttiva è soltanto il racconto. Si muovono nel fluire del tempo Altro che consente loro l’incontro con le cose, con i simili e con la varietà del mondo. Si muovono quasi sempre nell’Altro tempo, quello che dispensa loro il miracolo.
L’astuzia della ragione non è la ragione dell’Altro. Non dispensa il miracolo e non ha nulla a che fare con la provvidenza. L’astuzia della ragione, secondo Hegel, obbedisce al proprio scopo universale indipendentemente dalle vicende di ciascun individuo particolare. Ma noi ribadiamo che la ragione dell’Altro non ha un fine superiore al quale uniformarsi e obbedire, non ha alcuno scopo segreto perché dimora nell’attuale (non nel presente che è privo di racconto), perché si sbroglia ciascuna volta nell’atto e pertanto concerne la pragmatica laddove il tempo liberamente fluisce.
Nelle ultime pagine del bellissimo racconto di De Luca, il tempo del camoscio, che prima di essere ucciso si getta contro il bracconiere, lo sfiora e poi lo supera lasciandolo illeso, non vi è alcun orologio che possa misurarlo. Quell’animale sembra infatti abitare negli interstizi del tempo umano e soltanto le metafore possono essere di qualche aiuto per coglierlo e per dire cosa sia. Il tempo dell’Altro e del sembiante.
Il camoscio interviene con “forza, furia e grazia scatenata”, è “il vento vestito di zampe e di corna”.
“Furia e grazia scatenata” vale per noi come ossimoro per insegnare come le cose si possano fare e si possano compiere soltanto nel tempo Altro. E, se vogliamo, “il vento vestito di zampe e di corna” è la metafora che può suggerire come nel tempo Altro noi siamo in grado di liberarci dall’impaccio della sostanza.
Ciascuna zoologia originariamente non può che essere fantastica. La distinzione fra l’animale e l’uomo obbedisce soltanto a esigenze di metodo. Anch’essa differenza originaria nella parola, soltanto con la retorica possiamo in qualche modo tentare di descriverla e fissarla. La natura vale come il racconto della natura, la scienza come il racconto della scienza, la stessa psicoanalisi può valere soltanto come il racconto della psicoanalisi.
Se vogliamo proseguire attingendo al racconto di De Luca, possiamo allora considerare il re dei camosci (ma anche l’albero, il cirmolo, parente dell’abete, che nel secondo racconto di questo suo libro si sporge solitario sulla roccia a strapiombo) come una figura del sembiante. Del sembiante, la cui caratteristica prima è la singolarità. Il re dei camosci si muove negli anfratti della montagna, appare impennato su pendii vertiginosi o saldato su uno sbalzo di roccia inaccessibile. Per il camoscio non esiste né sopra né sotto. E’ come se la tensione della sua presenza togliesse misura alla dimensione dello spazio circostante.
Anche il cirmolo dimora nella sua dimensione improbabile. Mentre gli abeti crescono schierati e amano la compagnia, il cirmolo preferisce nutrirsi della solitudine.
Il sembiante è della specie del cirmolo, non dell’abete. Imprendibile e inafferrabile. Come pure il re dei camosci che si aggira sugli alti pianori, che schizza su strapiombi di roccia, quasi impercettibile. Che si muove con la forza del vento di montagna. E’ dunque semplicemente ipotiposi, è l’abbozzo di un essere che si dilegua nel proprio movimento. Il camoscio sosta volentieri lontano dalla vista, si nasconde talvolta all’ombra o sulla soglia di una caverna davanti a una roccia friabile che agli umani è inaccessibile.
Nel racconto c’è anche una farfalla, episodio in apparenza marginale, poche righe qua e là inserite nella narrazione (una comparsa rapsodica, appunto forse a volo di farfalla), ma occorre credere che a questi accenni rapidi l’autore abbia voluto assegnare grande importanza se poi finisce per condensarli nel titolo dato al volume. Qualcosa come “il peso della farfalla” pare voler diventare il centro simbolico del libro.
La farfalla si muove ad angoli con volo spezzettato, si posa sul fucile e sembra quasi volerlo irridere, con la linea diritta della sua mira. Allegoria della sorpresa, dell’imprevisto, del miracolo la farfalla. Simbolo efficace dell’Altro tempo (contro il tempo lineare della ragione astuta) pure la farfalla, manifestazione della simultaneità del sembiante, che s’inoltra e parrebbe sprofondare nel proprio centro, ma che alla fine dei suoi ghirigori sorprendentemente si posa sempre sul fiore giusto. Che alla fine è lei stessa centro. Iconema, una figura retorica pure la farfalla. Un volo spezzato verso un centro che non è più centro di nulla se sa rendere leggera perfino la platea delle montagne.
E il sembiante non è al centro di nulla, perché quando si muove trascina con sé il centro raggiunto. Dove si trova il sembiante, lì è anche il centro della scena che si dispiega a partire da esso. Con il suo fucile, il bracconiere, rappresenta l’Uno che si divide in due, non il due originario. Il tempo del cacciatore è un tempo premeditato, un tempo a termine, è un tempo contrassegnato da attributo mortale. Certamente a morire è il camoscio, ma si può davvero asserire che muoia? La morte non rientra nel suo discorso se incarna il sembiante e la giustizia.
Possiamo ben dire che la palla del fucile del bracconiere non potrà mai raggiungere il re dei camosci. Mentre si sta avvicinando, quella palla s’inoltra soltanto nel gorgo del tempo e, come Achille pié veloce, può non raggiungere mai il bersaglio che sembrava lì a portata di mano. La velocità, la rapidità non sono prerogative assolute ma appartengono alla ragione calcolante. La realtà del tempo è misurata soltanto dalla parte del bracconiere, è proprio il muro del tempo che lo separa dalla preda irraggiungibile. E quel tempo stesso non sarebbe dal bracconiere misurabile senza il sembiante, senza il re dei camosci, perché anche il tempo può essere misurato solo per contraccolpo.
Quel tempo, il tempo del prima e del poi con il quale si orienta la mira e che consente alla palla di raggiungere il bersaglio, non esiste che dalla parte del bracconiere. Un abisso separa la preda dal cacciatore, ma è l’abisso del tempo. Si potrebbe dire che il camoscio è al riparo nel suo guscio di tempo del quale nessuna geometria può pretendere di fare la quadratura. Il tempo della pallottola mortale è un tempo che perviene scaduto al confine con quello sconosciuto del sembiante.
E’ un punto vuoto a precedere e a disegnare una scenografia nella sembianza. Perciò lo scenario delle montagne con gli altri camosci suoi simili del branco sono sollevati alla dimensione della poesia e del racconto soltanto per merito del re dei camosci, il sembiante. Un profeta piuttosto che un re. D’altra parte come potrebbe farsi consacrare “re”, qualcuno che non fosse prima di tutto un profeta?
Finché gli altri camosci del branco, le montagne e il bracconiere non sono al cospetto del re, essi dimorano nel tempo della parola mortale, della ragione astuta e calcolante. Soltanto in sua presenza sapranno percepire la voragine del tempo e avvertire quella tensione profetica che dalla sua figura promana; la sua figura è un iconema in cui si evidenzia l’enigma della natura, che è artificiale, che è racconto. Dinnanzi al re profeta diviene percepibile e si manifesta l’enigma del tempo, quasi come un mutamento atmosferico imprevisto, come un tuono che sconvolge il tempo. Si tratta della voce e del racconto che invade la scena, che risuona contro la lamiera del cielo, la fa vibrare nell’eco del rimbombo e la sposta.
Un solo appunto potremmo muovere a questo maestro della parola che è Erri De Luca. Considera in effetti più volte nel suo libro la dimensione temporale in cui dimorano le specie animali come il tempo del presente, dimensione che gli serve per contrapporvi il tempo premeditato e calcolante degli umani. Noi abbiamo già potuto notare come il presente non sfugga, nondimeno, al tempo lineare della ragione degli uomini e in quanto tale si possa definire soltanto per riduzione rispetto a quest’ultima. E’ un peccato veniale se consideriamo che agli animali sembra concedere comunque la dimensione, che dovrebbe essere accessibile anche agli umani più avveduti, del racconto e del sogno. Agli animali, e agli uomini che a loro dovrebbero voler assomigliare, concede dunque la dimensione della dimenticanza. Dell’oblio, che è la prima prerogativa del sogno, del racconto.


Lascia un commento