I FARMER DELLO ZIMBAWE – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
Poi accade che una mattina, intento pienamente nel fare ciò che viene proponendosi, ciò che si situa tra quello che viene in mente e quello che pare occorrere fare, in una sorta d’associazione libera sentitamente pragmatica, leggendo distrattamente attento il giornale del giorno precedente (certo condivisibile Montanelli quando diceva che non vi è nulla di più vecchio del quotidiano del giorno prima, ma qua si tratta di una lettura come suggello della scrittura, quindi già proiettata verso la fede, quindi verso una situazione in cui qualcosa si farà cogliere per poter prontamente riprendere a scrivere) una notizia straordinaria stava lì, pressappoco sulle pagine centrali.
Straordinaria non perché clamorosa, non perché urgentemente da comunicare, non perché terroristica, non per i morti che deve aggiornare, non per la sciagura che deve rappresentare, non perché dell’ultimo minuto, ma perché raccontava qualcosa di incredibile, fuori dall’ordinario, una storia inimmaginabile, un accadimento che assumeva i connotati di una favola.
Nel 2000 vi erano nello Zimbawe centomila farmer, possidenti terrieri che, accomunati dall’aver la carnagione bianca, ed essere una minoranza rispetto ai sedici milioni dotati di pelle nera, possedevano il settanta per cento delle terre fertili.
I farmer coltivavano queste terre con metodi moderni, ed anche tramite il lavoro di trecentomila famiglie di neri, producevano il fabbisogno dell’intera popolazione, e le loro esportazioni rappresentavano il novanta per cento di quelle del Paese.
Poi la riforma agraria del Paese, che si tradusse nell’esproprio delle terre senza alcun risarcimento per i possidenti. L’esproprio e quindi la distribuzione a favore delle popolazioni di neri senza terra. L’esproprio come ultimo atto del presidente dittatore Robert Mugave, che per stare al potere aveva nuovamente bisogno di un nemico da rappresentare, ed adotta l’illuministica idea di giustizia che prevede prendere ai ricchi per dare ai poveri.
E così, com’è sempre accaduto quando le questioni non vengono elaborate, i cambiamenti non contrattati, quando si ricorre all’altruismo invece che alla generosità, ecco la situazione attuale nello Zimbawe: fattorie completamente allo sfascio per incuria ed incapacità di gestione, ed un Paese che versa globalmente nella stessa condizione di degrado ed abbandono.
Ebbene questi farmer hanno avuto recentemente la concessione da parte della Nigeria di quindicimila ettari per venticinque anni, oltre ad un prestito di venticinquemila dollari, per poter riprendere la loro attività di agricoltori e trasmettere ai contadini locali l’interpretazione di un’agricoltura imprenditoriale, legata indissolubilmente alla dimensione del mercato.
Il paradosso vuole che costoro, discendenti di quelli che colonizzarono in maniera a dir poco violenta l’Africa, ricevano ora, proprio dai colonizzati, un’opportunità per ricominciare.
Dopo incursioni, rivoluzioni, massacri, spargimenti di sangue si è giunti all’essenziale: ciò che rimane, il più, l’unica cosa che si sente e consente di andare oltre tutte le rivendicazioni possibili è l’etica: l’etica e quindi il desiderio.
Malgrado in anni passati questi farmer non siano stati troppo scrupolosi verso i diritti umani alla dignità, hanno fatto sentire nelle ultime generazioni come il procedere etico li abbia comunque trasformati in imprenditori esemplari, e la loro feroce determinazione, le loro opere agricole, siano state così ammirevoli che gli si offre l’opportunità per ripartire.
Saperci fare con il desiderio, l’essere nel fare, ha permesso dapprima lo sviluppo delle mirabili coltivazioni, ha concesso loro di sopportare l’affronto della confisca dei beni e gli ha consentito di attendere perché qualcosa accadesse.
Ed ora sono pronti a ripartire da zero, forti comunque della fede che procede da un discorso etico e quindi imprenditoriale, seguendo il desiderio che ogni giorno non permette mai di sentirsi arrivati.
Dall’altra parte il discorso dei governati della Nigeria, altrettanto etico perché non procede da moralismi, non si basa su aiuti economici e su vittimismi, ma si basa sull’investimento prima di tutto intellettuale, improntato verso una cultura in atto.
Se la domanda, oltre che dei governatori, è stata espressione anche dei contadini nigeriani, potrà accadere che s’instauri un dispositivo di impresa, un dispositivo perché qualcosa avvenga.
Sarà come in analisi, il dispositivo di parola per eccellenza: si pensa che la riuscita dipenda dal sapere, dalla conoscenza dell’analista, ma ci si accorge che dipende al più dal saperci fare nell’indurre l’analizzante alla parola che agisce, cioè a lasciarsi andare al racconto, alla ricerca e quindi alla riuscita intellettuale, ad essere nel viaggio, a desiderare.
Nessuna predestinazione, nessun ideale da perseguire o sul quale rappresentarsi, ma solo una pulsione che s’indirizza e s’alimenta nel desiderio, nell’essere desideranti procedendo da un discorso etico che si soddisfa nell’occorrenza, e procede sempre e comunque dalle associazioni libere.
Così i contadini nigeriani penseranno di apprendere un sapere dai farmer dello Zimbawe, ma accadrà che si troveranno nel fare e quindi svilupperanno anch’essi il discorso industriale, imprenditoriale.
L’abbaglio è che ci sarebbe un metodo, un discorso industriale solamente da apprendere in quanto tale, che starebbe prima di cominciare a parlare, prima di iniziare a fare; ma l’analisi, così come i farmer, insegna che l’industria è nel fare, è un attributo della parola, nell’essere nella parola, nell’essere nel viaggio.
10 Agosto 2005


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