In che modo il sembiante prevede e anticipa l’incontro

Seminario del 21.3.2010

 

 

 “Beati quelli che pur non avendo visto

 crederanno!” – Vangelo di Giovanni (20,29)

 

Questo è il titolo del seminario di oggi, per quanto avrei forse preferito qualcosa di più semplice: ad esempio L’attenzione. Comunemente si pensa che la percezione di una cosa, di qualsiasi cosa, preceda l’attenzione, che le verrebbe dunque accordata in un successivo momento. Questa la credenza. Vorrei infrangere questo luogo comune. Occorre ammettere che confutare una simile credenza significa necessariamente confrontarsi con i paradossi del tempo.

Quando gli esseri umani s’incontrano possono accorgersi che si trovano nell’infinito della vita. Nel momento dell’incontro con l’interlocutore, se vi è parola autentica, allora saltano immediatamente i limiti del discorso fantasmatico in cui siamo insediati e tutte le credenze sono dissipate.

Ma si può ridurre il miracolo della vita all’evento dell’incontro?  L’incontro miracoloso è l’incontro con il sembiante. E’ allora imputabile soltanto al discorso in cui gli umani sono ordinariamente installati la cancellazione della dimensione miracolosa della vita? in effetti, non è forse soltanto il discorso che rende insuperabili gli ostacoli della vita e le difficoltà che non saranno più interpretate come risorse?

Abbiamo sostenuto che il miracolo può essere percepito, ossia avvertito come evento meraviglioso, soltanto da chi si trova nel discorso nevrotico. Così dicendo, non vogliamo certo ipotecare l’originario del sembiante. La vita, che richiede l’infinito della parola, può infatti essere considerata e vissuta essa stessa come un miracolo, ma non è detto che un miracolo (il valore e la bellezza di un miracolo) debba essere necessariamente percepito in quanto tale. Non è forse meglio non rappresentarsi in alcun modo anche il miracolo, e non è forse in questa direzione che ci orienta l’insegnamento di Cristo con il suo responso bellissimo di fronte allo stupore dei discepoli? Distogliendo l’attenzione dei discepoli dalla singolarità del fenomeno, miracoloso in sé, il rimando di Cristo è sempre al miracolo dell’esistenza del Padre celeste. E’ al miracolo del cielo da cui quella parola proviene.

Soltanto la superstizione in cui dimora il discorso nevrotico costringe l’attenzione a imbrigliarsi sul fenomeno miracoloso in sé, ma questo è precisamente il degrado parapsicologico dovuto al discorso. E di scorcio si potrebbe constatare come tutto il mondo psi, con la sua maniera di presentare il dominio del discorso sull’infinito della vita, in generale non sia che un universo parapsicologico sistematizzato. Afflitto dalla morte e ingenuamente sommerso dalla credenza che ad agire non sia la parola, bensì l’enunciato o il discorso.

Con il rinvio al Padre, al sembiante e al miracolo della vita infinita, ciascun evento, essendo di per sé miracoloso, si confonde con ciascun altro e non è in grado più di acquisire il risalto particolare che varrebbe ad elevarlo e a distinguerlo dagli altri. Sulla scorta di questo insegnamento, che corrisponde all’esperienza della parola, si potrebbe anche sostenere paradossalmente che la cura migliore che possiamo prestare alla nostra vita è proprio quella che la rende impercettibile precisamente nel suo aspetto miracoloso.

Si tratta dunque della credenza di poter vedere e di poter udire senza lo sguardo e senza la voce, scartando il sembiante. Il vedere senza sguardo, l’udire senza la voce, ci permettono forse di scorgere qualcosa o di udire qualcosa, in realtà ci rendono ciechi e ci rendono sordi, perché gli esseri umani vedono e odono nella parola soltanto. L’oggetto percepito risulta solo un impedimento, una pietra senza alcuno scandalo, se non è riconosciuto come oggetto nella parola. Il qualcosa o la cosa stessa è soltanto nulla prima di essere impedimento, è una pietra creduta naturale, che per sua natura pertanto risulta soltanto cieca e sorda. Prima di essere ostacolo e dunque rilancio, si riduce soltanto a essere allucinata oppure immobilizzata nell’ideale. Impossibile vedere la cosa stessa, impossibile udirla.

La vita della pietra è nel suo essere scandalo, nel rinviare oltre se stessa (come la pietra che Cristo invita a spostare, davanti al sepolcro di Lazzaro). L’impedimento è la risorsa, cioè l’oggetto dello sguardo e della voce è anche oggetto dello specchio, ovvero non è la stessa cosa. E la cosa non è visibile né udibile senza essere ostacolo. La cosa, se non fosse ostacolo, sarebbe soltanto una pietra, sarebbe cieca e sorda.

L’elettrone, ma vale anche per la molecola o per il neurone, se preso come la stessa cosa, apre soltanto al discorso ideologico ed epistemologico.

La percezione (o la credenza di poter afferrare la cosa senza lo specchio, lo sguardo e la voce) sarebbe allora l’attività più comune di colui che è installato nel discorso nevrotico. In effetti, la percezione, nel discorso ideologico, richiede la netta distinzione fra un percipiens (il soggetto che percepirebbe) e un perceptum (l’oggetto percepito). Occorre dire che in questo abbaglio era caduto anche Lacan, per esempio, nel seminario sulle psicosi. La percezione non può avvenire come tale al di fuori del discorso, ovvero quando è prevalente la credenza in una realtà percepita in opposizione a un soggetto.

Quando però non ammettiamo questo dualismo (percipiens-perceptum, come qualsiasi altro), perché non possiamo che considerarlo come il distillato o il sottoprodotto di una differenza, questa sì originaria, che lo precede, cioè la differenza nella parola; quando sappiamo vivere nella dimensione dell’Altro, nel tempo Altro della parola originaria, non spazializzata, allora la percezione si riconduce per noi semplicemente all’attenzione.

L’attenzione è precisamente il modo della relazione con l’oggetto nella parola, con il sembiante. Questo è l’originario. Quella che definiamo comunemente percezione non è per nulla originaria. E ciò vale a qualsiasi livello della ricerca scientifica, occorre dirlo, dal momento che se ne stanno accorgendo proprio quei ricercatori che sono oggi confrontati con i paradossi della fisica quantistica! Di scorcio, gli sviluppi tecnologici della fisica quantistica, le sue applicazioni pratiche, che per realizzarsi non hanno affatto richiesto la comprensione dei fenomeni con i quali si era confrontati, sono un’evidente conferma del fatto che la teoria nei suoi effetti pratici non ha bisogno di capire (e ormai possiamo davvero intendere questo verbo alla stregua di un “percepire”) gli elementi cui è sufficiente prestare invece semplicemente attenzione. Il capire o il percepire, che non precede l’attendere, appunto l’attenzione, e che suppone possibile un’operazione della parola nel tempo lineare già dato, a differenza dell’attenzione. L’attenzione è invece un affidarsi al tempo, o un lasciar fare al tempo. Occorre ritornare a privilegiare l’attenzione a ogni livello della vita sociale, culturale, politica odierna.

Ma, appunto, attenzione a ciò che ne consegue! Quella che allora definiamo percezione, e alla quale ordinariamente pensiamo, non è che l’attenzione ridotta all’universale, non è che l’attenzione intrappolata nel discorso. E la percezione oscilla fra l’allucinazione da un lato (orbata del miracolo e dell’infinito della vita) allorché s’impone l’immagine, e l’ideale dall’altro; entrambi modi, opposti ma proprio per questo correlati, per fissare e uccidere la sembianza nella parola originaria. Possiamo definire la società in cui viviamo come una società della percezione, e occorre dunque capire, è assolutamente necessario capire, perché nel capire si trova confermato il discorso. Non è possibile attendere e lasciar fare al tempo. L’attenzione oggi non è ammessa, anzi talvolta rischia di diventare un reato!

 

Consideriamo che gli esseri umani quando trascorrono nel racconto sono come le piante, come gli animali e i poeti. Piuttosto che percepire, al massimo sono nell’attenzione. Sono nella differenza originaria e nel rapporto con l’oggetto nella parola.

Anche il miracolo, per essere percepito e quindi per staccarsi dalla vita, richiede una sorta di reazione al sembiante. I discorsi nevrotici, particolarmente quello isterico e ossessivo, sono appunto caratterizzati da una modalità di reazione al sembiante, reazione conseguente alla rappresentazione del sembiante.

Quando il miracolo è percepito non può sottrarsi al rischio dell’angoscia e pertanto alla possibile divaricazione fra euforia e disforia. Un miracolo, in quanto tale, percepito, è una modalità di presentarsi del discorso, seppure contro il discorso si rivolti, scombinandone il senso e testimoniando del sembiante. Ma il miracolo percepito si profila ancora sullo sfondo del discorso. Il sembiante in questo caso non è assunto come punto vuoto e irrelato, ma è confuso con la cosa, con qualsiasi cosa, con il fenomeno, insomma ancora una volta è rappresentato.

E’ una considerazione utile a precisare di cosa si tratta quando stiamo parlando sia del discorso nevrotico sia del miracolo. In generale, forse dovremmo dire che il discorso nevrotico soltanto è in grado di percepire. Ma anche questo è da intendere. Non si dà percezione che non sia supportata dall’attenzione. Così non possiamo dire che un animale o un poeta (strano questo accostamento non è vero?) percepiscano davvero. Perché la percezione, per dirsi tale, richiede l’attenzione. E un animale e un poeta non si può dire che percepiscano, perché la loro attenzione è piuttosto un’attenzione distratta, cioè un’attenzione che si distrae, al massimo questo.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare stimoli ambientali, ignorandone altri. Una metafora spesso usata è quella del filtro, che lascia passare soltanto gli stimoli rilevanti.

Gli studi sull’attenzione sono quasi tutti di scarso interesse e si limitano a cercare una risposta alla domanda se l’attenzione si sostenga su processi consci o inconsci di pensiero, dando per acquisito il significato di processo conscio o inconscio di pensiero.

In fondo si potrebbe anche sostenere che la teoria, psicoanalisi o qualsiasi altra, non è che una teoria del discorso nevrotico, poiché la psicoanalisi è una teoria del sembiante e una teoria del sembiante richiede appunto l’attenzione al sembiante, in quanto evento. La teoria è il discorso scientifico, cioè il modo di trattamento del miracolo e dunque richiede l’attenzione al miracolo. Si potrebbe sostenerlo. L’attenzione alla fine non corrisponde che all’incarnazione del verbo, è pertinente al sembiante.

Il dispositivo dell’analisi non sarebbe altro che ciò che consente l’attenzione al sembiante. E l’attenzione al sembiante coincide con la sua attivazione. In effetti, la regola dell’ascolto distratto presuppone qualcosa di paradossale. Si tratta di allentare l’attenzione dagli elementi che ricorrono nel discorso, isolandoli, e quindi lasciando che prendano il loro risalto, ciascuno nella propria solitudine, ovvero nella condizione di stabilire nuove relazioni possibili con altri elementi. E’ questo il modo di funzionare del sembiante che si specifica come equivoco in relazione al nome, e come menzogna in relazione alla frase per dare risalto al fraintendimento o al malinteso nella dimensione del racconto. Quest’ultima condizione merita di essere specificata: il malinteso è la dimensione in cui le cose dimorano indistinte nell’Altro. E’ una dimensione assolutamente pragmatica.

La percezione è quindi la dimensione dell’abbaglio. L’attenzione è attenzione all’elemento estratto e isolato dagli elementi circostanti. Mentre la percezione è percezione di qualcosa, l’attenzione che precede la percezione è percezione dell’elemento in quanto perduri nella condizione di non essere ancora qualcosa.

L’infinito borda dall’esterno la vita, come il sogno e il racconto, l’infinito è oltre il cerchio del discorso in cui si costringono comunemente gli umani. E’ nel momento dell’incontro che essi hanno l’opportunità di accorgersi che l’infinito irrompe dappertutto. Nel momento dell’incontro possono accorgersi che non c’è alcuna legge del senso comune che non si riveli menzognera. L’angoscia del tutto è possibile. Nell’incontro il nome si rivela equivoco, la frase menzognera e il malinteso si effonde sovrano. E’ la solitudine del sembiante.

Vi pare dunque che capire non sia molto simile al percepire? Si dice capire ma in fondo s’intende comunemente percepire.

L’attenzione è anche l’operazione necessaria per la sessualità. Il tempo della sessualità non è un tempo che possa esistere al di fuori dell’attenzione. Non si tratta dunque di capire ma di attendere. Ad-tendere. Tendere verso. Nessun enunciato concluso che possa pretendere di imbrigliarla e addomesticarla. Nessun enunciato che possa pretendere di capirla. E’ il continente sconosciuto di cui ci parla Freud. Freud si riferiva alla donna (che vuole una donna?). Ma la questione non concerne per nulla la differenza fra un uomo e una donna. Che vuole una donna? Non vuole forse attenzione? In altre parole, sessualità e tempo. Non vuole certo capire! Il capire o l’essere capito non può accadere prima dell’attenzione, prima del tempo.

Ed è all’attenzione che dobbiamo attribuire anche la sessualità come effetto. Nulla può accadere senza l’attenzione, nulla senza la considerazione dell’intervallo, dell’Altro. L’attenzione all’Altro che lo conduce all’esistenza. Certo. L’attenzione stessa è ciò che fa esistere l’Altro per come lo conosciamo di volta in volta, in quanto Altro.

L’esistenza di qualcosa non è nel presente, ma è nel tempo Altro. Di cui l’attenzione che il dispositivo dell’analisi ha suscitato, porta all’esistenza. Il sembiante, di cui l’analista occupa il posto, è il frutto dell’attenzione. E si può ancora giocare con la parola attenzione. Attendere, ovvero essere in attesa dell’evento.

 

Lascia un commento