La forza d’attrazione non proviene dalla massa di un corpo

Seminario del 27. 3. 2010

 

 

I limiti dell’anima non riusciresti

 per quanto vai, a trovare, percorrendo

ogni via: logos così profondo ha essa.

 

Negli stessi fiumi entriamo e anche

 non entriamo, siamo e non siamo.

 

La via all’insù all’ingiù, unica e la stessa.

 

- Eraclito, Frammenti B45, B49a, B60

 

 

Consideriamo i frammenti di Eraclito in esergo qui sopra. Sappiamo che intorno a questi frammenti sono stati versati ettolitri d’inchiostro. Cerchiamo di leggerli alla luce della nostra logica del sembiante. Il primo può valere per noi come un cartello segnaletico che offre la direzione per il nostro cammino o anche come un’indicazione di metodo. Lo leggiamo come l’attenzione rivolta al non originario nella parola o come un modo di esprimere la rimozione originaria: ovvero, i limiti dell’anima e del mondo coincidono con i limiti della parola. Anche il secondo possiamo leggerlo come allusione alla relazione originaria, congiunzione e disgiunzione, oltre che come richiamo alla rimozione originaria e dunque ancora alla funzione del non. In particolare, noi siamo in quanto non siamo, ovvero nessun principio d’identità all’origine, bensì funzione di specchio del sembiante.

Il terzo frammento, infine, ricapitola gli altri due e allude al procedimento che avvia l’integrazione: ancora più esplicitamente, a mio parere, allude al sembiante e alle sue tre funzioni e rispettivamente la via all’insù e all’ingiù al dualismo introdotto dalla linea che corrisponde alla funzione di sguardo; l’attributo di unica alla funzione di voce, e l’attributo la stessa alla funzione di specchio del sembiante. E’ la stessa perché non è la stessa. Ecco di nuovo il passo dal due al tre.

La funzione di specchio sarà riconosciuta come tale in quanto non sia la funzione di specchio, quella di sguardo in quanto non sia la funzione di sguardo e quella di voce, ancora, in quanto non sia quella di voce. Se il sembiante introduce il non della rimozione e della differenza originaria, allora anche il sembiante e le sue funzioni varranno in quanto non sono, in quanto non siano né uniche, né le stesse, né imprigionate nella divisione dell’Uno. Cioè, esse non daranno luogo ad alcun dualismo. Sono le difficoltà incontrate nell’esperienza delle funzioni del sembiante che producono per contrasto il risalto accordato a ciascun’altra sua funzione: così, le difficoltà incontrate in relazione alla voce, dunque le difficoltà a raccontare, si ripercuoteranno come accentuazione dell’opposizione fra il vedere e lo sguardo. Per quanto paradossale, anzi proprio questo è il paradosso pragmatico, la logica funziona soltanto in quanto vi sia almeno un suo elemento che non funziona come tale.

 

Per quanto vi sembri strano, il movimento delle cose non precede la descrizione, o meglio il racconto, che ne posso trarre. Considerare il desiderio originario significa necessariamente rinviare al punto vuoto, al sembiante, anziché all’oggetto estrapolato dalla relazione o ancor più dalla legge. Il racconto, la voce e il desiderio. L’oggetto inafferrabile, come causa, è la voce. Più in generale, le leggi della fisica non possono scriversi, non avrebbero potuto scriversi, senza una logica delle funzioni del sembiante, perché le cose sono nella sembianza e non si muovono in una realtà della quale si tratterebbe di scoprire le leggi più o meno occultate. Anche le leggi della fisica sono state inventate per l’autonomia particolare o per la deriva acquisita da un racconto. Nessuna realtà fondamentale di riferimento già data. In particolare, dobbiamo considerare il concetto di “forza” nella dinamica non altro che una metafora della voce.

Il motore immobile aristotelico rinvia ancora alla voce, ma propriamente alla voce rappresentata, poiché, essendo originaria, essa non è immobile né mobile. Essendo piuttosto la voce a indurre il movimento delle cose.

E’ il sembiante la causa degli eventi. La causa del movimento delle cose è ancora il sembiante, ma occorre una precisazione. Il principio d’inerzia galileiano, come tutti i principi, ovvero le enunciazioni che sono considerate evidenze indiscutibili e che non hanno bisogno di dimostrazione, poiché si fondano soltanto sull’esperienza, è un principio d’astrazione. Anche qui occorre il racconto, per la separazione dalla cosa rappresentata e dal tempo circolare. Occorre l’astrazione dallo spazio. Quella che abbiamo chiamato dis-posizione. Il principio d’inerzia (sul quale si fondano tutte le leggi inerziali), recita infatti: “un corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificarlo”. Il principio d’inerzia, quando sia inteso come enunciato, come una frase conclusa, non evita comunque il rischio dell’istituzione di un osservatore nel racconto e così facendo trasforma quello che nel racconto era il percorso, in una linea retta. Come se ora il cammino, qualsiasi cammino si svolgesse in linea retta. Che le cose, o meglio i corpi, si adeguino a questo principio, resta ancora un enigma, ma l’invenzione galileiana in seguito ha generato, con Cartesio e con Newton, anche il dualismo costitutivo che lo rende appunto un enigma insormontabile, e pertanto che fa di questo enigma un mistero.

 

Il mistero non è che un enigma senza intervallo e capovolto. Proviamo a fare un esempio: quando Isaac Newton “scopre” che le leggi della dinamica, che definisce genericamente leggi della natura, si applicano anche alla terra e a tutti i corpi celesti, compie quest’opera di decisiva alienazione e, in particolare, reitera ancora pesantemente il presunto dualismo fra la natura e il cielo, riproponendolo come rigido dualismo fra la natura e la legge. Inventa una natura che sussisterebbe già con le sue proprie leggi occultate e, mentre fa risaltare la meraviglia dell’ordine del creato, il mistero del cosmo, sottrae paradossalmente alla natura l’evidenza dell’artificio. Ecco il paradosso: è proprio l’atto stesso con cui punta con esattezza il riflettore della ragione sull’infinito potenziale algebrico delle galassie a ributtare nell’ombra e cancellare l’infinito della parola.

E così si dissolve l’enigma della leonardesca artifiziosa natura. Ma già mezzo secolo prima, Cartesio l’aveva sguarnita della parola dove è sommersa, per consegnarla rivestita da capo a piede, alla legge cui essa si oppone o si adegua (res cogitans e res extensa). Occorre notare che sull’infinito potenziale si sostiene il discorso occidentale non solo nel campo della fisica. La tirannia ideologica innalza al diapason il paradosso di un infinito che scrivendosi algebricamente cancella l’intervallo, l’infinito del tempo della parola, che potrebbe essere ancora un tempo non affetto da una durata e da una linearità.

In definitiva, il miracolo di ogni cosa che accade (nel racconto) è oramai soppiantato dalla meraviglia di una legge che governa l’universo, che per noi è soltanto la meraviglia dell’enunciato, ovvero la tirannia della frase. E’ la frase che ora isolata si libra nel cielo, sovrastando il racconto. Le concezioni del mondo, che derivano dalla credenza assoluta nelle leggi della fisica, hanno come risultato inevitabile quello di privilegiare il percorso dalla sintassi alla frase, esautorando la voce e al contempo relegando ideologicamente l’Altro in un mondo inaccessibile.

Risulta un mistero come le cose “grandi e “distanti” obbediscano alle stesse leggi della natura a noi più vicina e disponibile, mentre è cancellata la possibilità che l’enigma si possa riaffacciare; è resa più difficile l’evidenza che l’opposizione vicino lontano non è originaria. L’opposizione vicino lontano non è che una semplice conseguenza dovuta all’invenzione dell’osservatore, e non tiene più conto del fatto che la causa è ancora soltanto l’oggetto nella parola, specificamente lo sguardo. La linea istituita dal principio d’inerzia galileiano (il moto rettilineo e uniforme) si traduce in modo conseguente e immediato (con Cartesio, per esempio) nell’istituzione dell’osservatore; diviene l’ipostasi dell’osservatore e della parola spazializzata. Se in generale possiamo considerare evidenti i principi (al contrario degli assiomi) perché si trovano in corrispondenza immediata con il sembiante, la successiva rappresentazione della linea e la sua riduzione alla percezione, riconducendo il principio alla legge, tolgono qualsiasi valore originario all’astrazione galileiana concernente lo spazio.

 

Se la forza è una metafora della voce, allora come considerare la conseguenza che parrebbe derivarne, ossia che la causa del movimento dei corpi non è nient’altro che la voce? tenuto conto che si tratta di una causa che è fuori discorso, quella del sembiante, e pertanto fuori misura? La voce produce la di-strazione, simultaneamente la dis-posizione e l’at-tenzione, ed entrambe sono attribuzioni o modi di dire del desiderio. Anche l’attrazione (ecco la forza d’attrazione) risulta un effetto della voce, ma è il suo effetto nel registro frastico della parola. La voce, quando è contrappunto nello sguardo, produce un riassestamento del corpo, uno spostamento della materialità del corpo e lo fa così risultare corpo attrattivo? Può essere.

 

In effetti, se la causa non è più assegnabile né alla forza né alla massa, a cosa potremo attribuirla se non alla voce?

Nel principio d’inerzia la massa figura come la materia considerata inerte, quindi fuori dalla parola e dipendente dal concetto o dalla legge. Allo stesso modo, la forza, considerata come funzione della massa, e non come funzione del sembiante in quanto causa, dipende dal concetto, e occorre dire che nel suo ambito, appunto concettuale di riferimento, certamente funziona. La massa è il termine adoperato per misurare l’inerzia, cioè la tendenza che un oggetto avrebbe a restare in quiete o in moto rettilineo uniforme. La massa è quindi considerata come una proprietà intrinseca di un corpo (è una quantità scalare e quindi obbedisce alle regole dell’aritmetica ordinaria).

 

Ma tutto questo, noi dovremmo aggiungere, funziona nel campo del visibile, dell’osservabile. Soltanto nel visibile possiamo attribuire qualche proprietà al corpo. E si tratta in ogni caso di un’estorsione o di un’appropriazione dato che le proprietà appartengono soltanto al sembiante. Corrisponde quindi a una menzogna la supposizione che il comportamento dinamico dei corpi cosiddetti materiali sia determinato dalla massa o dalla forza. Questa menzogna è stata peraltro smascherata dagli stessi fisici, dato che almeno nel quadro più ampio della relatività ristretta, specialmente in una prospettiva storica, la massa relativistica non è più una proprietà intrinseca della materia, ma dipende, precisamente, dal sistema di riferimento in cui viene osservata.

Se alla forza  noi diamo il nome di desiderio, o disposizione e attenzione, allora la liberiamo dalla fissità ontologica e la cogliamo per quello che effettivamente risulta, ovvero un contrappunto della voce in relazione al sembiante nel registro dello sguardo. La liberiamo cioè dalla rappresentazione. Possiamo allora restituire alla forza il suo valore originario, quello di semplice cifra, che è un valore relativo, dipendente dall’equazione in cui essa ha fatto la sua prima comparsa. Che si tratti del pianeta terra o di un astro qualsiasi, di qualsiasi cosa più o meno vicina o lontana, rappresentarli, cioè assumerli nel campo della visione come staccati dal corpo nella parola originaria e sciolti dalle funzioni del sembiante, necessariamente significa esporli alla menzogna del discorso.

 

Analogamente, per quanto concerne il concetto di massa, dovremmo concludere che un corpo in quiete o in moto rettilineo uniforme è soltanto un corpo muto. E il corpo può diventare smisuratamente pesante quando non sa parlare. Il principio d’inerzia risulta qui il principio d’afasia.

 

 

 

 

 

 

 

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